«Distruggere lo Stato islamico» un corno. Il vero (inconfessabile) obiettivo di Obama in Iraq e Siria

Ecco come si spiegano tutte le contraddizioni e le ambiguità che circondano la coalizione anti-Califfato e l’intervento militare americano in Medio Oriente

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Il 4 settembre Barack Obama aveva dichiarato di non avere ancora una strategia per la gestione della minaccia rappresentata dallo Stato islamico di Abu Bakr al Baghadi; il seguente mercoledì 10 settembre la strategia ce l’aveva, e prevedeva di «degradare e ultimamente distruggere» lo Stato islamico (Is) attraverso la creazione di una coalizione internazionale scelta dagli americani, con l’esclusione della Siria e dell’Iran: interventi militari diretti e mirati in Iraq e Siria senza l’invio di truppe di terra ma centrati sugli attacchi aerei, l’addestramento e il riarmo dei ribelli “moderati” siriani e dei curdi iracheni e siriani. Naturalmente nessuna delle due cose è vera: non è vero che gli Stati Uniti fino al 10 settembre erano privi di una strategia rispetto al Califfato; non è vero che adesso sanno esattamente cosa fare e che l’obiettivo di Obama è di «degradare e ultimamente distruggere» l’Is. Vediamo perché.

stato-islamico-califfato-obiettivi-jihadTutti gli stati hanno una strategia nazionale, che è la lente attraverso la quale guardano alle crisi internazionali che congiunturalmente sorgono. E le strategie nazionali sono cose di lunga durata: vengono da lontano e guardano lontano. Raramente un leader, per quanto carismatico, può comportarsi da demiurgo e riconfigurarle radicalmente con decisioni tutte sue. Nel caso degli Stati Uniti, la strategia nazionale è quella classica della potenza egemonica.

Come scrive George Friedman, il direttore esecutivo di Stratfor: «La strategia americana è fissa: permettere alle potenze regionali di competere e bilanciarsi reciprocamente. Quando questo non funziona, intervenire direttamente con la minor forza e col minor rischio possibili. Per esempio, il conflitto fra l’Iran e l’Iraq cancellò due potenze in ascesa fino a quando la guerra terminò. Poi l’Iraq invase il Kuwait e minacciò di far saltare l’equilibrio di potenza nella regione. Il risultato fu Desert Storm. (…) L’interesse americano non è rappresentato dalla stabilità, ma dall’esistenza di un equilibrio dinamico nel quale tutti gli attori sono effettivamente paralizzati in modo tale che non emerga nessuno in grado di minacciare gli Stati Uniti».

Si può restare stupiti della franchezza e dell’apparente cinismo di un’analisi proveniente dai ranghi di una delle principali società private americane di intelligence. Ma bisogna ricordare che uno dei grandi prodotti della civiltà occidentale è la capacità di onestà intellettuale e di analisi politica obiettiva, da Machiavelli a John Mearsheimer a Kenneth Waltz. Mentre i politici debbono infiocchettare le proprie decisioni in materia internazionale coi nastrini degli imperativi morali e dei valori universali («noi stiamo dalla parte della libertà, della giustizia e della dignità», ha detto Obama alla fine del suo intervento), gli scienziati politici possono permettersi di dire come stanno le cose.

La stessa obiettività permette di spiegare che il doppio standard per cui gli Stati Uniti decidono di prevenire un possibile genocidio nell’Iraq settentrionale mentre non lo fecero quando si trattò del Ruanda, e oggi bombardano i terroristi in Siria senza chiedere il permesso del governo, ma non quelli di Boko Haram che ugualmente scorrazzano impuniti nei territori settentrionali della Nigeria, non dipende da una particolare nequizia yankee o da una capricciosità inspiegabile. Semplicemente, le potenze egemoni globali agiscono così: si muovono quando qualcuno mette in discussione gli equilibri di potenza (balance of power) in una data zona del mondo e quando in uno stato o in un’altra forza in ascesa ritengono di individuare il profilo di un aspirante egemone regionale.

Come l’Impero Britannico
L’America, vinta la Guerra fredda con l’Unione Sovietica che ha fatto passare il mondo dal bipolarismo russo-americano al monopolio statunitense dell’ordine internazionale, ha cominciato a comportarsi esattamente come si è comportato l’Impero Britannico in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo. A quel tempo gli unici rivali dell’imperialismo britannico potevano essere europei, pertanto la politica di Londra era coerentemente quella di impedire che sorgesse una potenza egemone nell’Europa continentale, che si trattasse della Francia di Napoleone o della Germania hitleriana.

Gli Stati Uniti del dopo Guerra fredda si stanno comportando nella stessa maniera. Consapevoli che prima o poi la Russia sarebbe tornata ad affacciarsi sullo scacchiere geopolitico europeo con pretese da protagonista, hanno esteso il numero dei membri della Nato negli anni in cui Mosca non era in grado di reagire per prepararsi a contenere lo sfidante di ritorno e hanno favorito il processo di allargamento dell’Unione Europea fino a toccare gli interessi strategici più delicati di Mosca per determinare una situazione di tensione fra due blocchi europei, la Russia e l’Unione Europea, nessuno dei quali può aspirare all’egemonia in solitaria sul continente.

In Estremo Oriente gli Stati Uniti sono favorevoli al riarmo del Giappone, sviluppano la partnership militare con India e Australia e dialogano col Vietnam allo scopo di contenere la nascente egemonia regionale cinese. Obiettivo di Obama è di trasferire il 60 per cento di tutta la potenza militare americana nel Pacifico prima della fine del suo secondo mandato, è ovvio per quale motivo. In Medio Oriente la priorità assoluta della strategia nazionale americana è a tutti nota: impedire che l’Iran si doti di armi atomiche. Non per fare un favore alle lobby ebraiche e pro-israeliane, come normalmente si legge in rete, ma perché l’atomica iraniana romperebbe l’equilibrio di potenza nella regione. Per ricrearlo gli Stati Uniti dovrebbero permettere all’Arabia Saudita e forse ad altri paesi arabi di dotarsi dello stesso tipo di armamenti. Una scelta che automaticamente indebolirebbe la potenza americana: più paesi si dotano di armi nucleari in una data regione, meno gli americani potranno influire sugli equilibri di quella parte di mondo.

Ora il presidente Obama annuncia una nuova priorità della politica americana nella regione, che dovrebbe andare ad affiancarsi a quella vecchia: la distruzione dell’Isil. Analisti e dirigenti politici, a cominciare da quelli israeliani, gli fanno notare l’incoerenza della sua decisione: lo Stato islamico è nemico del regime di Damasco e del governo a dominante sciita di Baghdad, cioè di due alleati dell’Iran. Combattere vigorosamente lo Stato islamico significa fare un favore a Teheran. Obama è cosciente del problema, ma chiede agli alleati di considerarlo già risolto alla luce del fatto che Iran e Siria sono stati esclusi a priori dalla coalizione di paesi Nato e arabi che, nelle intenzioni del presidente, dovrebbe farsi carico della guerra contro il Califfato, e che l’Iraq ha scaricato il premier al Maliki, scivolato su posizioni filo-iraniane e accesamente antisunnite, e l’ha sostituito con al Abadi per poter godere dei servizi dei cacciabombardieri e dei droni americani, i quali proprio la settimana scorsa hanno esteso la loro area di operazioni anti-Isil dalle regioni del nord curde o sotto influenza curda ai dintorni di Baghdad.

A ciò si aggiunga – Obama non può dirlo apertamente, ma non c’è bisogno di dietrologie e complottismo per spiegare il senso dei fatti – che nei mesi passati Washington ha osservato senza alzare un sopracciglio le conquiste territoriali dell’Isil in Iraq e Siria (in quest’ultimo caso anche quando si trattava di posizioni dei ribelli anti-Assad) per il suo ruolo obiettivo di forza che metteva all’angolo al Maliki e il governo siriano, cioè due amici di Teheran. Da gennaio al Maliki implorava gli americani di bombardare l’Isil o di fornire alle forze armate irachene i mezzi per farlo, ma Obama ha risposto sempre picche fino ad agosto. Cioè fino a quando l’Isil ha smesso di attaccare le posizioni del governo di Baghdad e ha dato l’assalto ai territori sotto il controllo dei peshmerga del Governo regionale del Kurdistan iracheno.

A quel punto Obama si è reso conto che l’Isil era diventato una minaccia strategica. Infatti al Baghdadi ha manifestato chiaramente la volontà di dare vita a una potenza egemonica nella regione sotto l’etichetta del Califfato. I casi allora sono due: o il Califfato continua a lievitare come ha fatto negli ultimi mesi, con una rapidità che ricorda le conquiste arabe del VII secolo, e diventa quello che ha promesso, oppure non ci riesce ma estende l’area dell’anarchia e degli stati falliti al di là della Siria e dell’Iraq: la “l” di Isil sta per Levante, Sham in arabo, che indica un’area ben più ampia dell’attuale Siria. Allude a un territorio che comprende anche Libano, Israele, Giordania e Territori Palestinesi. Nel caos generalizzato il “balance of power” va perduto. In entrambi i casi, dunque, si configura una minaccia strategica per gli Stati Uniti.

Per restare coerente con la sua impostazione, Obama ha messo sulla carta un’alleanza di stati che ricalca quella degli “amici della Siria”, cioè i paesi che hanno smesso di riconoscere il governo di Assad come legittimo e riconoscono al suo posto la Coalizione nazionale siriana che si riunisce a Istanbul. E ha ottenuto dal Congresso l’approvazione di fondi per reclutare, addestrare e mandare a combattere contro lo Stato islamico ribelli siriani appartenenti alle formazioni anti-Assad “moderate”.

Paradossi a stelle e strisce
La politica americana però fa acqua da parecchie parti. Esclude dalla coalizione anti-Isil i governi che lo stanno attualmente combattendo, cioè quelli di Siria e Iran (quest’ultimo fornisce armi e consiglieri militari ai curdi iracheni e al governo di al Abadi), mentre prende a bordo paesi che hanno con innumerevoli complicità favorito la sua ascesa, cioè Arabia Saudita, Qatar e Turchia, e che, a parte i sauditi, non hanno nessuna intenzione di partecipare alle operazioni militari. La Turchia ha messo in chiaro che non permetterà nemmeno l’utilizzo delle sue basi aeree, mentre i sei paesi arabi del Consiglio di cooperazione del Golfo solo ora hanno fatto levare in volo i cacciabombardieri di cui sono dotati per colpire le postazioni dell’Is. Ma non ci hanno pensato troppo a usarli per bombardare la Libia, oggi come ai tempi dell’insurrezione contro Gheddafi.

Dopo avere qualche mese fa ammesso che era impossibile in Siria identificare e addestrare ribelli anti-Assad con la certezza che non si trasformassero in jihadisti, ora Obama è convinto che una cosa del genere si possa fare, e che vada appaltata all’Arabia Saudita. Non era già abbastanza paradossale che la monarchia assoluta wahabita armasse e finanziasse ribelli votati all’instaurazione della democrazia nel rispetto del pluralismo religioso in Siria, ora li dovrà pure addestrare sul suo territorio, dove il pluralismo religioso non è ammesso.

Intanto il discorso di Obama ha già provocato in Siria effetti a catena che non vanno certamente nella direzione di un indebolimento dell’Is. Le forze governative hanno ripreso a concentrare le loro operazioni più contro le residue formazioni ribelli moderate (vedi i bombardamenti nel governatorato di Homs) che contro l’Isil: confidano che del secondo si occupino gli americani, e attaccano il primo per togliere di mezzo potenziali reclute e terminali degli aiuti americani. Per parte sua l’Isil ha cominciato a proporre tregue alle altre formazioni ribelli (il primo caso nella periferia di Damasco) proprio per evitare di dover far fronte a tre nemici contemporaneamente: americani, governo di Damasco e ribelli anti-Assad contro i quali si sono battuti nei mesi scorsi.

Damasco e Teheran
Quel che si dovrebbe fare per «degradare e ultimamente distruggere» l’Is nella sua tana siriana non è certamente difficile da capire. Solo se forze del regime e ribelli di tutte le denominazioni cessano di combattersi e si alleano contro l’Isil l’obiettivo di Obama è realizzabile. Come in Cina al tempo dell’occupazione giapponese: solo se i fratelli nemici – comunisti e nazionalisti a quel tempo – interrompono la loro guerra civile, è possibile combattere lo straniero. Il presidente americano però non prende in considerazione questa ipotesi, perché avvantaggerebbe troppo, ai suoi occhi, il regime di Damasco alleato dell’Iran. Per gli Stati Uniti prevenire l’atomica iraniana è più importante che distruggere lo Stato islamico. Con un Isil indebolito possono convivere, con l’atomica iraniana no. Solo se Teheran rinunciasse all’atomica, la posizione americana sulla Siria cambierebbe. Quindi il vero obiettivo degli americani è indebolire l’Isil, non distruggerlo. Anche se affermano il contrario.

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