Dimissioni del giudice del processo Ruby. Anche i magistrati di sinistra pensano che siano state sbagliate

Il presidente del collegio d’appello che ha assolto Berlusconi in secondo grado, Tranfa, si è dimesso dopo la sentenza. Ma la maggioranza dei giudici e pm della corrente di sinistra lo criticano aspramente

Da giorni i magistrati di Area, la corrente di sinistra delle toghe, discutono via mail delle dimissioni dalla magistratura del collega Enrico Tranfa, presidente della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano che lo scorso 18 luglio ha assolto Silvio Berlusconi, nel secondo grado del processo Ruby, dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. Tranfa ha comunicato le sue dimissioni subito dopo aver firmato, lo scorso 16 ottobre, le motivazioni di quella sentenza e, secondo la ricostruzione del Corriere della sera, la decisione ha rivelato «il suo radicale dissenso dalla decisione, maturata dalla terna del collegio». Tranfa si è rifiutato di commentare questo retroscena o motivare in pubblico la sua scelta, ma venerdì il presidente della corte d’appello di Milano Giovanni Canzio ha rilasciato un comunicato stampa in cui ha duramente criticato Tranfa.

“NON SIAMO DOMINUS DEL BENE E DEL MALE”. Nelle mailing list dei magistrati, la posizione nettamente prevalente è di disapprovazione nei confronti di Tranfa. Scrive un consigliere di Cassazione, esponente anche dell’Anm (il sindacato delle toghe): «Il relatore che vada in minoranza deve avere a redigere comunque la motivazione, secondo le ragioni prevalse in camera di consiglio, concordando con il collegio l’indicazione di tutte le possibili ragioni pertinenti e poi scrivendo perché il collegio ha ritenuto alcune prevalenti su altre. Con trasparenza, serenità, consapevolezza. È proprio la soggezione del giudice alla legge (fondamento costituzionale della nostra “indipendenza” interna ed esterna), che impone al dissenziente di rispettare la decisione non condivisa. Così impone il codice di procedura penale. La norma (l’articolo 527, ndr.) ci dice che se il giudice è collegiale, la deliberazione che sorge e si stabilizza nell’osservanza dei passaggi in essa indicati è quella legittima, condivisa o no che sia dai singoli in tutti i suoi punti. Ogni spazio, diretto o indiretto, che si lascia alla ricostruzione del dissenso individuale dovrebbe, a mio parere, essere percepito con chiarezza per quello che è: inosservanza della legge. Mi rendo conto che per alcuni di noi, che mettono sempre il singolo magistrato al centro del mondo, dominus del bene e del male, anche la soggezione (pure sofferta ma chiara) alla legge passi in secondo piano».

LA PRASSI DELLA BUSTA. Un giudice del Tribunale di Campobasso aggiunge: “Non è opportuno obbligare il relatore in totale dissenso rispetto alla decisione presa a scrivere una motivazione che non condivide per nulla. Non soltanto per una questione di libertà morale, ma anche perché è facile che quel dissenso in qualche modo trapeli, o con una redazione mediocre. Non c’è nulla di eversivo in una sentenza in cui Tizio sia relatore e Caio estensore: accade in Cassazione e talvolta anche alla Corte Costituzionale. C’è sempre la possibilità della busta per il giudice dissenziente; busta che resta da conservarsi in cancelleria e che non credo sia accessibile ai terzi ed alle parti del processo». Si tratta di una prassi – spiega – spesso usata dai giudici che vogliano tutelarsi da successive revisioni del processo: viene custodita in una cassaforte della cancelleria del palazzo di giustizia la busta con la prova della votazione della sentenza e delle diverse opinioni. «Altra cosa – conclude – ovviamente sono le manifestazioni pubbliche di dissenso da parte del dissenziente, da evitare e che comunque non accadono: io non ne ricordo nessuna tra le centinaia di migliaia di decisioni che gli organi collegiali italiani assumono ogni anno».

“LE SENTENZE VANNO RISPETTATE ANCHE DA NOI”. Così per un noto giudice, presidente di sezione penale del Tribunale di Milano, «le dimissioni sono state un atto assolutamente inopportuno: non mi sembra che dignità e coraggio c’entrino molto. Dopo l’intangibilità del giudicato, cade anche il segreto della camera di consiglio. Non mi sembra un bene». Gli fa eco il capo di una procura del Nord Italia, già famoso pm antiterrorismo a Milano: «Le sentenze possono essere criticate ma si rispettano. Deve rispettarle il condannato, l’assolto, la parte civile, il pm ma anche chi le emette. Se fossi uno dei giudici costituenti la maggioranza di un collegio, chiederei che il presidente dimessosi, per evitare illazioni, spiegasse apertamente il suo dissenso. Ma soprattutto griderei a squarciagola che sono indipendente e soggetto alla legge, per questo uso lo stesso metro di valutazione per extracomunitari e potenti».