Davvero vogliamo finire a brindare a Nembutal coi dottor Morte?

Michael Irwin ha 88 anni, la responsabilità di cinque decessi «molto facili e felici» in Svizzera e decine di eutanasie. La sua storia ha molto da dire all’Italia chiamata a legiferare sul suicidio assistito

«La mia vita è molto bella». Michael Irwin ha 88 anni, tre figlie, otto nipoti, una quarta moglie («anche se non siamo sposati»), dei buoni geni (suo padre è vissuto fino a 90 anni, sua madre fino a quasi 96) e la responsabilità di cinque decessi «molto facili e felici» in Svizzera. Tutti lo conoscono nel Regno Unito: per 32 anni medico alle Nazioni Unite, nel 1997 in un’intervista – definita “choc” anche da Repubblica – aveva ammesso candidamente al Sunday Times di aver aiutato a morire “dolcemente” cinquanta persone, nonostante la legge inglese prevedesse per eutanasia e suicidio assistito, tutt’ora illegali nel Regno Unito, l’accusa di omicidio e l’incarcerazione fino a 14 anni. Ma della legge ad Irwin non importava nulla, importava solo autodenunciarsi riaprire il dibattito sull’eutanasia nel suo paese. Diventato presidente della Voluntary Euthanasia Society, oggi nota come Dignity in Dying, dopo quell’intervista Irwin riuscì a scortare cinque persone fino a morire in Svizzera.

Vale la pena, oggi che la politica italiana è stata messa nei guai da Marco Cappato, autodenunciatosi per avere accompagnato a morire Fabiano Antoniani (dj Fabo) proprio in Svizzera, ascoltare cosa Irwin ha raccontato in una recentissima intervista al Guardian. Val la pena capire quale uscio sarà spalancato in Italia qualora la Corte Costituzionale, in assenza di una iniziativa legislativa parlamentare, depenalizzasse l’aiuto al suicidio nelle circostanze che ha ben descritto nella sua ordinanza, e le Camere fossero poi costrette a regolamentarlo, seguendo i criteri dei giudici costituzionali.

I BRINDISI COL NEBUTAL

Il primo “passeggero” di Irwin si chiama May Murphy, ha 75 anni e un’atrofia del sistema multiplo. Dopo un volo Glasgow-Zurigo e un panino, scherzando «sarà il mio ultimo pasto», Murphy entra con il figlio e Irwin in un appartamento messo a disposizione da Dignitas. Leva in alto un bicchiere di Nembutal: sarà il suo ultimo brindisi. Siamo nel 2005. Poi è la volta di Dave Richards, 61 anni, che ha la malattia di Huntington. Poi di Raymond Cutkelvin, cancro al pancreas: è il 2007, il suo partner, Alan Rees, si autodenuncia chiedendo alla polizia di essere arrestato; cosa che effettivamente accade nel 2009 quando viene interrogato anche Irwin che ai due aveva fornito un assegno di 1.500 sterline per sostenere i costi della procedura. In quei giorni Irwin parla spesso in tv e in radio compiacendosi dell’eventualità di affrontare un processo penale: «Voglio provare a rendere il mondo un posto migliore e spero che un processo possa avvicinarmi a realizzare questa utopia», «qui siamo all’apice dell’ipocrisia: in questo paese se hai i soldi, sei malato terminale e vuoi andare in Svizzera, puoi farlo. A chi non può permetterselo invece è negato» (dice nulla, l’argomento del suicidio democratico?). Ma Irwin non finisce alla sbarra: “Il dottor Morte è troppo vecchio per essere processato”, titolano i giornali.

«HAI UNA LIMA PER LE UNGHIE, LIZ?»

Nel 2011, dopo una «cena meravigliosa» a Berna, Irwin accompagna Nan Maitland insieme all’amica Liz Nichols in un appartamento di Exit. Nan soffre di osteoporosi e ha capito che non riesce a fare più quello che ama fare, meglio morire. «Bisogna assumere dei farmaci circa mezz’ora prima di prendere il Nembutal per sistemare lo stomaco, e Nan li ha bevuti. Quindi ci siamo seduti ad aspettare. Potete immaginare: di cosa si parla in quell’ultima mezz’ora? È stato allora che Nan si è guardata le unghie dicendo: hai una lima, Liz? – racconta Irwin al Guardian –. Mi sono seduto accanto a lei quando ha bevuto il Nembutal. Avevo con me del cioccolato perché si tratta di un farmaco amaro. Lei lo bevve rapidamente e quando le dissi: “Vuoi il cioccolato?”, rispose “no grazie, non è poi così male”. Quelle furono le sue ultime parole. Perse coscienza in cinque minuti e morì in venti».

DARE L’ADDIO A UNA VITA ANCORA “BELLA”

Nel 2016 Irwin prova ad accompagnare alla morte anche l’attivista canadese John Hofsess, un cancro alla prostata e una vita spesa promuovendo l’eutanasia fai da te in casa propria. Ma quando arriva il suo momento, Hofsess opta per il suicidio assistito da un medico a Basilea. Secondo Irwin, a dispetto della legge, sono tantissimi i medici che da anni accelerano la fine di un paziente malato nel Regno Unito, e vorrebbe che tutto ciò fosse legalizzato il prima possibile. Non ha fretta di morire ma ha le idee chiare: «Oggi ho un’esistenza molto confortevole ma so come medico che le cose non miglioreranno. E so che arriverà per me il momento di ringraziare per questa bella vita, per aver vissuto più a lungo della maggior parte delle persone, e di dire addio a tutto questo il più discretamente possibile».

A 90 ANNI, UNA SOLA ANDATA PER LA SVIZZERA

Irwin, che ha giocato a squash fino ai 55 anni, a 88 anni sente come un problema «la mancanza di energia»: cammina con un bastone, soffre ancora i postumi di un incidente d’auto avuto 10 anni fa che gli ha causato problemi alla colonna vertebrale, la frattura della gamba, dello sterno e di due costole. Vive in una casa con un bel giardino, legge libri invece di partecipare a eventi, preferisce le crociere ai viaggi aerei, si chiede se siamo le sole creature dotate di due braccia e due gambe nell’universo. Oggi sostiene il diritto di morire assistiti dal medico per coloro che sentono di avere «completato la propria vita», e non vogliono attraversare l’inevitabile processo di declino fisico. Tra due anni, dice, quando ne avrà novanta, se sentirà di aver raggiunto quella fase prenderà un biglietto di sola andata per la Svizzera.

ANCHE L’ITALIA VUOLE APRIRE QUELL’USCIO?

Nella storia e nelle parole di Irwin si svelano tutte le basi del ragionamento eutanasico. Dove la premessa è sempre la stessa, lo stravolgimento dell’etica: nel momento in cui alla scelta di morire si riconosce lo stesso valore di quella di vivere, tutto è possibile. Non è più importante la retorica sulla scelta consapevole, libera o individuale, il rimedio a un’esistenza tormentata, incurabile, disabile, terminale, depressa, triste. Quando la morte diventa il sonno meritato al termine di una lunga giornata di lavoro significa che ormai è solo questione di procedura: ammazzare qualcuno, farsi ammazzare, aiutare ad ammazzare si può, si deve, è giusto farlo. Purché nessuno si faccia troppo male. Ecco perché vale la pena pensarci, guardare oltre l’uscio del nuovo mondo che potrebbe aprirsi il 24 settembre se verrà smantellato il reato di aiuto al suicidio e aperto uno spiraglio al turismo a servizio della morte moderna.

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