Da segno di contraddizione a segno di omologazione

La manipolazione delle frasi del papa sui gay è stata comunque avallata da qualcuno. Se la Chiesa si conforma al mondo, che messaggio dà?

Papa Francesco

Caro direttore, le parole del Papa «le persone omosessuali hanno il diritto di essere una famiglia» si diffondono nel giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria di Giovanni Paolo II. C’è qualcosa che non torna o mi sbaglio?
Gianni Brasani

Caro Gianni, mettiamo in ordine un po’ di cose.

Le parole pronunciate dal Pontefice sono queste:

«Le persone omosessuali hanno il diritto di stare in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto ad avere una famiglia. Nessuno dovrebbe esserne cacciato o essere infelice per questo. Quel che dobbiamo fare è una legge sulle unioni civili. Così loro sarebbero legalmente coperti. Io ho difeso questo».

È il passaggio estrapolato dal documentario Francesco, opera del regista russo Evgeny Afineevsky e presentato ieri alla Festa del cinema di Roma. Tutti i giornali parlano oggi di “apertura”, “svolta” e “rivoluzione” di papa Francesco, ma è importante innanzitutto notare, come hanno già fatto in molti, che le immagini del documentario riprendono quelle di un’intervista concessa da Bergoglio il 31 maggio 2019 alla giornalista messicana Valentina Alazraki (qui sotto trovate il video completo) in cui si ribadiva l’opposizione al matrimonio omosessuale e la posizione di accoglienza della Chiesa nei confronti delle persone con tali tendenze. Oltre a questo, il Papa si esprimeva in favore di una «legge di convivenza civile».

Quest’ultima presa di posizione – la più ambigua e problematica – non è nuova in Francesco. Come ricorda oggi il Foglio, «l’auspicio di una tutela legale delle coppie gay non è una novità di oggi, è un concetto che già da cardinale arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio aveva avuto modo di esprimere». Era stato in quell’occasione che il cardinale aveva aperto a una legge sulle unioni civili con lo scopo di fermare una legge sul matrimonio omosessuale.

Le due frasi accostate

Nel documentario, Afineevsky fa un’opera di manipolazione, accostando due frasi che Bergoglio dice a Alazraki in due momenti diversi dell’intervista:

«Le persone omosessuali hanno il diritto di stare in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto ad avere una famiglia. Nessuno dovrebbe esserne cacciato o essere infelice per questo».

e

«Quel che dobbiamo fare è una legge sulle unioni civili. Così loro sarebbero legalmente coperti. Io ho difeso questo».

La prima frase è decontestualizzata. In quel momento Bergoglio sta parlando della necessità di non discriminare e cacciare dalle famiglie i figli che hanno pulsioni omoerotiche. Nella seconda riprende quanto già detto quando era cardinale a Buenos Aires. Questa seconda frase, tra l’altro, non c’è nell’intervista della Alazraki, quindi significa che Afineevsky l’ha recuperata da materiale scartato e che qualcuno (chi? perché?) gli ha messo a disposizione.

Quindi la prima cosa da sottolineare è che stiamo parlando di un’opera di manipolazione delle parole del Papa per dare una “certa idea” e far passare un certo messaggio.

Tanti casi, troppi

Così come era accaduto per la famosa esternazione pronunciata in aereo («chi sono io per giudicare?»), anche questa volta le frasi del Papa saranno usate nella battaglia politica. Solo per stare in Italia, già ieri abbiamo letto le dichiarazione entusiaste di Alessandro Zan e Monica Cirinnà.

Qui, secondo me, caro Gianni, sta il problema, visto che non è la prima volta che simili “incomprensioni” si verificano. C’è il famoso caso della nota nell’Amoris Laetitia, c’è la lunga teoria delle interviste a Eugenio Scalfari con i suoi strascichi di malintesi e smentite al limite del grottesco, ci sono altri casi minori legati alle telefonate private e poi rese pubbliche del Papa a fedeli che ne hanno riportato le parole. Iniziano a essere tanti questi “casi”, troppi.

Non voglio fare un torto all’intelligenza del Papa e dei suoi più stretti collaboratori e pensare che si tratti solo di inciampi comunicativi. Immagino che prima della messa in onda del documentario di Afineevsky, qualcuno in Vaticano l’abbia visto e quindi avallato. Se di manipolazione si tratta, comunque di una manipolazione che ha ricevuto, chiamiamolo così, un imprimatur da parte di qualcuno ben consapevole che ciò avrebbe creato confusione.

Il caos e la Straniera

Il Foglio oggi in prima pagina titola “Il caos diventa dogma” e mi pare che riassuma bene lo stato dell’arte: «È il caos eretto a dogma in un pontificato che di dogmi non vuole sentire parlare. Il caos su un tema così centrale quale è la famiglia».

È chiaro, infatti, che da oggi quella frase – e non le molte altre in cui Bergoglio ha parlato “contro” il gender e le nozze gay – sarà utilizzata a scopi propagandistici. Che il Papa si presti a questo gioco, fa un po’ impressione: non tanto perché non “possa” farlo, quanto piuttosto perché, così facendo, di fatto “uniforma” il messaggio cristiano al messaggio secolare. «Non conformatevi», diceva san Paolo e qui tutto, invece, ci dice che stiamo andando – se non ci siamo già pienamente arrivati – nella direzione opposta. Non è quindi una questione che riguarda solo le unioni gay, ma più in generale una tendenza, ormai in atto da anni e da molto prima di Bergoglio, da parte della Chiesa di addolcirsi nei confronti del Secolo: il tentativo di liquefarsi, di rinunciare alla propria peculiarità e razionalità, cercando per quieto vivere scappatoie che la facciano “stare al passo” coi trend più in voga.

Sarebbe un peccato non solo per i fedeli, ma anche per gli atei, gli agnostici, gli stessi omosessuali (di cui non frega nulla a nessuno, visto che ormai tutti li trattano come “oggetti di polemica” e non come persone. Sono diventati un “prodotto”, una merce per ottenere altro). Sarebbe un peccato soprattutto per noi che sappiamo che la Chiesa sarà sempre «la Straniera», come la chiamava Eliot, e ci piace proprio per questo, per essere altro, per dire altro rispetto alla comoda e istintiva logica del mondo. Per essere un segno di contraddizione, non di omologazione.

Foto Ansa