Per uscire dalla crisi serve una “riscossa”. La manifattura e le «multinazionali tascabili» salveranno l’Italia

Filippo Astone spiega nel libro “La Riscossa”: «Basta con la finanza, i servizi e le chiacchiere. Se l’Italia vuole tornare a crescere valorizzi i suoi stabilimenti, operai, ingegneri e tecnici»

“Basta euro”, “più mercato” o “meno tasse”? Qual è la migliore ricetta per uscire dalla crisi? Probabilmente nessuna delle tre; perché è evidente che non è sufficiente uno slogan per permettere a un Paese come l’Italia di risollevarsi dopo anni e anni di assenza di crescita e stagnazione economica. A maggior ragione quando si tratta, come in questo caso, di un’economia complessa e originale come quella italiana. Lo sa bene Filippo Astone, giornalista di Rcs Multimedia News e autore del libro fresco di stampa La Riscossa. Fabbriche ed Europa per far decollare l’economia italiana, edito da Magenes.

LA RISCOSSA. Quello scritto da Astone non è un prontuario di frasi fatte su come superare la crisi o sopravvivere, né tantomeno un cahiers de doléances che si limita a ospitare le rivendicazioni di una qualche associazione di categoria, per farle commentare a noti e illustri professori o politici interessati. Niente di tutto ciò. La Riscossa è, piuttosto, una fotografia di un’ampia fetta del tessuto produttivo italiano, la manifattura, dei suoi incrollabili punti di forza, ma anche dei suoi limiti e delle sfide che cinque anni e più di depressione dei consumi interni non hanno fatto altro che acuire.

la-riscossa-filippo-astoneMULTINAZIONALI TASCABILI. A rendere gustosa la lettura del libro è soprattutto il fatto che il racconto dell’autore avviene, per così dire, “sul campo”. Perché questo libro non è un trattato, ma una ricca raccolta di storie, numeri e punti di vista. Quali? Quelli del cosiddetto «Quarto capitalismo», ovvero le imprese di dimensione intermedia, altrimenti dette «multinazionali tascabili», che Astone ha conosciuto e visitato. Non le poche «grandi imprese statali rimaste» in Italia, come Eni, Enel, Fiat e Finmeccanica; non la miriade di piccole e piccolissime imprese che intessono la rete produttiva dello Stivale. Né tantomeno aziende più grandi come Ferrero e Barilla, che pure hanno «caratteristiche del tutto assimilabili» a quelle prese in considerazione da Astone.

O INDUSTRIA O POVERTÀ. I nomi, più o meno noti, che il lettore incontrerà sfogliando le pagine de La Riscossa sono quelli, per esempio, di Brunello Cucinelli, «l’imprenditore che ha trasformato il cachemire in oro», di Balocco dei panettoni o Dallara delle auto da corsa. Di Mapei, Geox e di una moltitudine di altre imprese della «chimica 2.0, l’avanguardia del manifatturiero italiano». E poi ancora tanti altri campioni del Made in Italy, della meccanica di precisione e dell’alta moda. Tutte quelle imprese, insomma, senza le quali, secondo Astone, «c’è solo povertà». Mentre la manifattura «può essere il motore principale di una crescita economica sostenibile, in virtù dell’innovazione tecnologica che essa crea e irradia al resto del sistema Paese».

POLITICHE INEFFICIENTI. Che cosa minaccia la sopravvivenza del manifatturiero italiano, se è vero che il Pil dell’Italia ha perso dal 2005 ben tre punti percentuali, mentre quello della Germania è cresciuto di 12 e quello della Francia di sei? E perché in sei anni, dal 2007, sono andati persi «700 mila posti di lavoro», che potrebbero «salire a 817 mila nel 2014» e la produzione industriale si è contratta del 25 per cento? La tesi dell’autore al riguardo è netta: «L’industria italiana è decaduta per colpa di un establishment politico inetto e corrotto e di una classe dirigente economica in bilico tra la rendita e la rapina». Come documenta, soprattutto, la «mancanza di riforme» e di una «seria politica industriale da almeno 30 anni». Anche se «in molte situazioni (il caso Fiat, la Pirelli e le storie di Telecom e Alitalia) la crisi è stata prodotta dall’intreccio di scelte sbagliate della politica e delle élite economiche di volta in volta coinvolte in un groviglio inestricabile di errori e speculazioni personali di vario genere a spese della collettività e dei loro azionisti e investitori».

DISPREZZO PER IL LAVORO MANUALE. A ciò si sommano «l’austerità imposta dall’Europa, che non ha certo aiutato la domanda interna», «il Fiscal Compact, che è stato formulato in modo insostenibile e in Italia è stato interpretato e applicato peggio»; ma anche «privatizzazioni senza liberalizzazioni» e «fattori culturali», come, per esempio, l’aver «smantellato l’educazione degli istituti professionali, diffondendo tra i giovani il disprezzo per il lavoro manuale».

EUROBOND E ALTRO. Di che cosa c’è bisogno allora per favorire la ripresa economica e sociale in Italia? «Basta con la finanza, i servizi e le chiacchiere», conclude Astone. «L’Italia deve valorizzare i suoi stabilimenti, operai, ingegneri e tecnici, la sua cultura industriale. E deve muoversi seriamente in Europa, adoperandosi per far diventare realtà prima gli Euro Union Bond, poi gli Stati Uniti d’Europa». Anche perché «andare all’estero per risparmiare sul costo del lavoro è una moda finita, oltre che un grave errore».