Crisi. Anche la Germania della Merkel ha i suoi grattacapi economici

Persino la più ricca nazione europea si è accorta che non può più stare ferma se vuole mantenere la sua competitività attuale

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Anche Berlino ha scoperto la crisi. Dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha predicato austerità in lungo e in largo per anni in Europa, ora persino la ricca Germania si è accorta che non può più stare ferma se non vuole soccombere alle dinamiche della globalizzazione. La spia rossa si è accesa quando, settimana scorsa, quattro autorevoli think tank come Ifo, Diw, Rwi e l’Istituto di ricerca economica di Halle, hanno tagliato le stime di crescita del Pil nel 2014 dall’1,9 all’1,3 per cento. A preoccupare i tedeschi sono soprattutto i cali delle esportazioni causati dalla crisi dell’Ucraina e il conseguente embargo russo: se, infatti, la Germania ha una quota di export verso Mosca pari “solo” al 3,5 per cento del totale; il 40 per cento delle sue aziende hanno, comunque, relazioni con l’Est Europa.

«BERLINO FACCIA LE RIFORME». È quello che hanno chiesto ad Angela Merkel 50 giovani del suo stesso partito, la Cdu, che si sono riuniti nella capitale, dove hanno sottolineato l’esigenza di un’«agenda 2020», come riportato dal Wall Street Journal. Una richiesta condivisa persino da un falco come il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che è solito bacchettare i Paesi più in difficoltà nell’euro; come, peraltro, ha appena fatto descrivendo l’Italia e la Francia quali «bambini problematici» d’Europa perché in ritardo sulle riforme. Ebbene, Weidmann trova che la preoccupazione dei giovani cristiano-democratici «non sia assurda», semmai «un po’ esagerata». «La globalizzazione – ha detto Weidmann –, i rinvii sulla politica energetica, l’alto indebitamento statale e l’invecchiamento della società metteranno fortemente alla prova anche la Germania nei prossimi anni. Sono le grandi sfide che si deve porre la politica tedesca».
L’importanza di fare le riforme, poi, è stata ribadita anche dal ministro delle finanze olandese, nonché presidente dell’Eurogruppo, Jeroem Dijsselbloem,  secondo cui «le riforme non si possono fare ogni 20 anni». Perlomeno non se la Germania «intende mantenere la sua competitività».

UN DECENNIO DI CRISI. A conferma che qualche preoccupazione deve pur agitare i sonni tedeschi, c’è un’osservazione fatta da Hans-Werner Sinn, presidente dell’Ifo Institute for Economic Research, una delle più autorevoli voci economiche prese in considerazione dai governi della Germania secondo il Financial Times. L’Europa va verso un «decennio di crisi», ha dichiarato Sinn al Telegraph, come è avvenuto, «in Giappone». Tanto che è reale il «rischio di una terza fase di recessione, se non addirittura di depressione economica». È vero, ha precisato, per la Germania ancora «non stiamo parlando di una vera e propria recessione, ma di rallentamento della crescita sì». E la sostanza non cambia.

LE COLPE DELL’EUROPA. A voler individuare le responsabilità dell’attuale situazione di crisi e difficoltà economica, fa notare Sinn, non si può non notare come i politici europei «siano ancora riluttanti a operare quei cambiamenti radicali di cui pure i loro Paesi hanno urgente bisogno» per stare nell’euro. Motivo per cui verosimilmente andremo incontro, ha spiegato Sinn, a «un periodo di stagnazione in cui le risorse finanziarie saranno malamente impiegate per mantenere gli standard di vita acquisiti da economie ormai divenute improduttive, piuttosto che investirle produttivamente affinché l’Europa possa tornare a crescere». Una situazione che è destinata ad aumentare il malessere sociale della gente, prosegue Sinn, «come è possibile constatare già, con una certa dose di evidenza, nell’Europa del Sud, dove le popolazioni stanno fronteggiando una disoccupazione di massa, come in Francia e in Grecia».

COME USCIRNE? Non sarà semplice superare la crisi senza un prezzo da pagare. Se è vero, infatti, che l’«euro ha contribuito alla stagnazione e al malcontento», abbandonare la moneta unica «non è la soluzione», chiosa Sinn. Sono le «riforme strutturali ciò che può riportare la competitività in Europa». Solo che ormai «la Grecia», e «anche tanti altri Paesi, avrebbero bisogno di più austerità di quanto la società non possa reggere». E la Francia ha un «settore pubblico» che deve essere ridimensionato a tutti i costi se non vuole che gli investitori scappino; anche se non è detto che Parigi «abbia i muscoli per reggere». Stiamo parlando, infatti, di economie che sono paragonabili a «malati che devono essere operati e non possono più essere curati con le medicine». Una situazione che, oltretutto, è stata aggravata dall’ingresso nell’Unione europea dell’«Europa dell’Est, dove, in Polonia, il costo del lavoro è di 7 euro l’ora, mentre in Spagna è pari a 23 euro». Problemi che, forse, cominciano a preoccupare persino la ricca Germania.

NOI SALVAMMO LA GERMANIA. Duro è, infine, il giudizio contenuto nell’ultimo libro del verde Joschka Fischer, che è stato ministro degli Esteri del governo Schröder dal 1998 al 2005. Secondo Fischer, come riporta la Stampa, «l’austerità alla tedesca ha imposto ai Paesi del Sud Europa una deflazione interna dei salari e dei prezzi che avrebbe ora bisogno di essere mitigata da una soluzione comune per tutti i debiti pregressi». Mentre Berlino, bloccando di fatto quest’opzione, «sta condannando il Sud Europa alla trappola della spirale dei debiti, cioè a non uscire mai dalla crisi». E, come se non bastasse, accusa Fischer, il suo Paese sembrerebbe «avere la memoria troppo corta, in questo accanimento pedagogico contro i partner meridionali; è sorprendente, scrive, che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra in cui l’Europa nel 1952 le abbonò tutti i debiti. Senza quel regalo, non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati, la Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico».

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