Coronavirus. Quel che serve per controllare l’epidemia (e le scemenze)

Da chi o da cosa dobbiamo guardarci nell’epoca del Covid-19? Giancarlo Cesana, professore di Igiene e Sanità pubblica, mette in fila numeri e fatti che possono aiutare a capire

Persone a passeggio per Milano con mascherine anti-coronavirus

Come va la vita? Non tanto bene, sembrerebbe. Siamo in tempo di epidemia. Per quanto in pensione, sono professore di Igiene e Sanità pubblica. Mi sento in dovere di intervenire perché le epidemie, o meglio il loro controllo, fanno parte del mio mestiere.

Tuttavia la sanità pubblica è un campo molto vasto e chi vi è coinvolto, in particolare se ricercatore, non si occupa di tutto, ma di alcuni settori specifici, che per me sono l’epidemiologia e la medicina sociale: come le abitudini di vita, i fattori psicologici, culturali ed economici che concorrono a determinare le malattie. Dico questo non per esibire il mio curriculum, ma per far capire che quando gli scienziati parlano, se parlano di cose che non hanno studiato e praticato, possono dire scemenze come gli altri. E adesso è un momento in cui si parla molto, anche per esorcizzare la fifa di ammalare e morire a causa del coronavirus, l’agente dell’epidemia che ci affligge.

Non essendo un virologo, mi rifaccio a un editoriale pubblicato dal British Medical Journal, firmato il 19 febbraio scorso da due esperti infettivologi, Lisa F P Ng e Julian A Hiscox, che lavorano tra Liverpool e Singapore nel campo delle zoonosi (malattie degli animali) e dell’immunologia. Gli autori non dicono cose nuove, ma mettono bene in ordine quelle che si sanno, in modo da aiutare a rendersi conto dei problemi e ad affrontarli.

DAGLI ANIMALI AGLI UOMINI

Il coronavirus, che tanto ci sta preoccupando, appartiene a un gruppo di virus scoperti negli anni Sessanta come agenti, nell’uomo, del comune raffreddore e, nel pollame, di una bronchite acuta e di altri disordini spesso mortali, anche in altre specie di uccelli. Similmente a quanto è accaduto per i virus influenzali, nonostante decenni di ricerca non è stato trovato un vaccino efficace contro tutte le diverse varianti di questi virus, che mutano in alcune componenti del loro involucro esterno (capside), così da non essere riconoscibili dagli anticorpi prodotti per distruggerli.

Fino agli inizi degli anni Duemila, questi virus erano per così dire trascurati perché nessuno di loro sembrava poter produrre effetti seri negli umani. Le cose cambiarono nel 2002-2003 con l’emergenza, in Cina, di un coronavirus in grado di causare grave insufficienza respiratoria (Sars, severe acute respiratory syndrome), e quindi nel 2012 con la comparsa in Arabia Saudita della Mers (Middle East respiratory syndrome). Le origini di entrambi i virus vennero individuate (non sicuramente) nei pipistrelli con ospiti intermedi – riserve zoonotiche (certe)rispettivamente le genette e i dromedari. Il controllo di queste riserve è piuttosto complicato: vi sono ancora periodiche e isolate epidemie di Mers; per fermare la Sars, 8.000 casi in tutto il mondo, ci volle un anno.

LA RICERCA DI UNA TERAPIA

Il nuovo coronavirus identificato è ufficialmente denominato Sars-CoV-2, perché simile al virus della Sars e, apparentemente, molto vicino ai virus dei pipistrelli. Anch’esso causa raffreddori e sindromi influenzali che possono sfociare in polmoniti con conseguente insufficienza respiratoria. Le malattie, quando si manifestano con sintomi non specifici, comuni a diversi agenti, si chiamano sindromi e in questo “scoppio” di casi Covid-19, a indicare l’anno di insorgenza. Poiché il numero di casi è di gran lunga superiore a quello della Sars, è probabile che si sviluppi una epidemia mondiale, o pandemia, e che questa richieda almeno lo stesso tempo della Sars, o assai più per essere fermata.

Non esistono terapie antivirali o vaccini disponibili per il trattamento e la prevenzione delle infezioni da coronavirus negli umani. Si sta lavorando sul trattamento del coronavirus della Mers, ma i farmaci, che sembravano funzionare nel modello animale, non si sono dimostrati efficaci negli umani e sempre bisogna considerare l’emergenza di ceppi resistenti. Una via alternativa potrebbe essere quella di colpire le componenti delle cellule che ospitando i virus ne favoriscono la moltiplicazione. Un simile approccio potrebbe essere efficace verso il Sars-CoV-2 e vari coronavirus, che pur essendo diversi condividono lo stesso meccanismo di replicazione. La Mers costituisce anche l’obiettivo degli studi sui vaccini, che, pur essendo nella prima fase di sperimentazione, sembrano promettenti anche contro il virus della Covid-19; ci vorrà comunque ancora tempo per ottenere risultati definitivi.

I PRIMI ALLARMI

Pertanto, l’epidemia andrà avanti. Al momento in cui scrivo (25 febbraio), i casi nel mondo sono 80.142 con 2.698 morti, 77.779 e 2.666 in Cina, 2.363 e 32 morti in 34 altri paesi. Noi, l’Italia, siamo il terzo paese per numero di casi, 283, con 7 persone decedute; dopo di noi, in Europa viene la Germania con 16 casi, quindi Regno Unito e Francia con rispettivamente 13 e 12 casi, infine altre nazioni in cui si segnalano 1-2 casi. Un po’ attoniti, ci domandiamo cosa ci è successo, cosa abbiamo fatto, o meglio non fatto. Siamo alluvionati da pareri di esperti, che, litigando sempre meno cautamente tra loro, non convincono e, anzi, aumentano le perplessità. Il paziente 0, quello che avrebbe infettato per primo, è risultato negativo e un altro non si è ancora trovato.

Da chi o da cosa dobbiamo guardarci? Ci sono alcuni fatti che possono aiutare a capire.

I primi casi di Covid-19 vennero segnalati nella città di Wuhan intorno alla metà di dicembre 2019; la prima segnalazione cinese di casi di polmonite all’Organizzazione mondiale della sanità è del 31 dicembre; il virus agente della malattia è stato identificato, sempre in Cina, il 9 gennaio 2020; date le difficoltà di trattamento, si sono messi in opera massicci interventi di prevenzione non vaccinale: mascherine, tute, controlli, isolamenti e quarantene.

COME È ARRIVATO IN ITALIA IL COVID-19

Per un mese e mezzo gli italiani hanno viaggiato normalmente da e per la Cina. L’Italia, il 30 gennaio, ha bloccato i voli. Gli italiani in Cina per rientrare hanno preso voli diretti in Europa e quindi in Italia, che era ed è nel pieno di un’epidemia di influenza “normale”. Questa, come viene continuamente spiegato, manifesta gli stessi sintomi della stragrande maggioranza dei casi di Covid-19. È molto verosimile, pertanto, che nostri concittadini, che hanno contratto Sars-CoV-2, risultandone poco o per nulla ammalati, stiano confusi e dispersi nella popolazione, soprattutto delle aree industrializzate di maggior interscambio con la Cina, Lombardia e Veneto, per l’appunto.

Non a caso la Covid-19 è venuta alla ribalta quando si è eccezionalmente manifestata in modo, per così dire, puro, in un trentottenne robusto, sano e sportivo. Dopo due ricoveri in pronto soccorso, i sanitari hanno pensato al coronavirus cinese, risultato positivo. Da lì sono cominciati controlli a tappeto – quali non si fanno da altre parti, anche all’estero – che mettono in evidenza sempre più casi di Covid-19. Il numero di diagnosi, infatti, dipende dal numero di malattie e, quando queste sono sintomaticamente poco riconoscibili, dal numero di controlli.

IGNORANZA E SAGGEZZA DEI MEDIEVALI

Adesso siamo alla chiusura delle cittadine focolaio della malattia, delle università scuole, luoghi di ritrovo, incluse le chiese, quarantene domiciliari e ospedaliere, singole e di gruppo, accaparramenti nei supermercati e altro ancora. Fino a quando non si sa. È impressionante come cose così piccole, come il Sars-CoV-2, che misura 80-150 nanometri (un nanometro è un miliardesimo di metro), producano effetti così grandi, tanto da abbattere animali e uomini e bloccare interi paesi nella vita lavorativa e nei commerci. Siamo veramente fatti di niente, anche se riusciamo a combattere e a difenderci, almeno fino a un certo punto, perché alla fine morire si deve.

Possiamo capire i medievali, i quali rendendosi conto della ignoranza e della incapacità dei medici a controllare le grandi epidemie, in occasione della peste del 1300 pensarono a una organizzazione socialmente preventiva, istituendo i Magisteri, prima a Milano, quindi a Venezia e Firenze e poi in ogni comune italiano (nel resto dell’Europa solo dopo il Cinquecento): regolavano l’accesso alle città, l’approvvigionamento di cibo, di acqua e di altre merci; la “quarantena”, codificata per la prima volta a Reggio Emilia nel 1374; erano previste norme per l’evacuazione ed il seppellimento dei cadaveri; proibite le manifestazioni pubbliche e le processioni religiose; chiusi i locali pubblici e gli esercizi sospetti. Come sta avvenendo oggi, in Lombardia e Veneto.

NON È LA PESTE

Però oggi non c’è la peste e la gente non muore come mosche. Come dice la stessa Oms, la Covid-19 nell’80 per cento dei casi è lieve: raffreddore o poco più. La sua letalità – numero di morti diviso numero di casi – è il 2 per cento; come stiamo vedendo, si tratta per lo più di persone anziane, portatrici di patologie serie. Questo per l’Italia è sicuramente un problema perché è un paese vecchio, con una delle attese di vita più lunghe del mondo. Ciò, se da una parte è positivo, dall’altra espone una quota significativa di popolazione infragilita a un maggiore rischio di mortalità prodotta da malattie infettive ed epidemie.

La letalità della Covid-19 è superiore di 20 volte a quella della normale influenza, sotto l’1 per mille, ma inferiore di 5 volte a quella della Sars, almeno per il momento scomparsa. Sempre per farsi un’idea: i casi di influenza (normale), in questo inverno e in Italia sono arrivati a oltre 5,6 milioni, con una stima di circa 6-7.000 morti collegate, verificatesi per lo più in pazienti già ammalati; il virus dell’Ebola, che è un vero flagello, apparso nel 1976 in Africa con recrudescenze periodiche, ha una letalità del 50 per cento.

BUONSENSO E RESPONSABILITÀ

Vedremo come andrà a finire. Le migliori speranze di controllo delle epidemie, come quella in corso, non stanno tanto nel blocco delle attività sociali, ma in un accurato, onesto e trasparente rapporto dei casi che si manifestano, per chiudere le catene di trasmissione, individuare le risorse necessarie e proteggere la popolazione. È inutile giocare al piccolo epidemiologo, bisogna rispettare le indicazioni delle autorità civili e sanitarie, richiamandole però a grande buonsenso, particolarmente necessario nel nostro paese: non si può smettere di vivere per non ammalarsi e non si risolvono i problemi con soluzioni apparentemente radicali, ma intese solo a sgravare delle responsabilità.

Foto Ansa