Col Recovery fund saranno lacrime e sangue? Pare proprio di sì. Ecco perché

Il pacchetto di aiuti “Next Generation Eu” spiegato bene: che cosa ci guadagna l’Italia, che cosa ci perde, che cosa rischia

Giuseppe Conte, Mark Rutte, Angela Merkel, Ursula von der Leyen

Dopo quattro giorni di accese discussioni, il Consiglio europeo dei 27 paesi che aderiscono all’Unione Europea ha approvato il 21 luglio scorso un documento, le cui conclusioni sono contenute in ben 67 pagine, che costituisce tuttavia uno strumento di lavoro per futuri approfondimenti e decisioni dello stesso Consiglio.

Esse sono suddivise in due parti, che si vogliono collegate: il budget per gli anni 2021-2027 di 1.074 miliardi di euro complessivi e un pacchetto da 750 miliardi di euro (Next Generation Eu), allo scopo di far fronte alle conseguenze della crisi Covid-19.

PRESTITI E SOVVENZIONI A FONDO PERDUTO

Le dimensioni del pacchetto sono variate nei mesi da febbraio ad oggi: dai 500 miliardi secondo la iniziale proposta franco-tedesca fino ad un massimo di 1.500 miliardi (secondo la proposta di Ursula von der Leyen) per ridursi poi secondo la proposta della Commissione europea a 750 miliardi, ma la componente delle sovvenzioni (contributi a fondo perduto) è ridotta da 500 a 390 miliardi di euro, mentre i prestiti aumentano da 250 a 360 miliardi.

Alla Commissione è conferito il potere di contrarre, per conto dell’Unione Europea, prestiti sul mercato dei capitali di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2026 al più tardi, da rimborsare entro il 2058. Essi costituiscono una emissione una tantum di debito comune. La Commissione potrebbe chiedere maggiori risorse agli Stati membri rispetto alle rispettive quote relative.

IL PIANO «PER LA RIPRESA E LA RESILIENZA»

Per sostenere celermente la ripresa, si sottolinea l’importanza di creare le condizioni adeguate per la rapida attuazione di progetti di investimento, in particolare nelle infrastrutture.

Gli Stati membri sono chiamati a preparare piani nazionali «per la ripresa e la resilienza» in cui è definito il programma di riforme e investimenti di ciascuno Stato membro per il periodo 2021-2023, in cui devono essere presi gli impegni di spesa sia a fronte di prestiti, sia a fronte di sovvenzioni. In particolare, il 70 per cento delle sovvenzioni deve essere impegnato negli anni 2021 e 2022; il restante 30 per cento nel 2023. È previsto un prefinanziamento forse del 10 per cento, che verrà versato nel 2021. I piani verranno valutati in base alla coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, tenuto conto del contributo alla transizione verde e digitale.

LA VALUTAZIONE DEI PROGETTI

La valutazione positiva delle richieste di pagamento sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali. È previsto che uno o più Stati membri possano esporre al presidente del Consiglio europeo la sussistenza di gravi scostamenti dal «soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali». La questione viene rimandata al successivo Consiglio europeo con conseguente slittamento dei pagamenti!

Il 30 per cento della spesa prevista dal budget settennale e da Next Generation Eu dovrà essere indirizzato al raggiungimento di «un obiettivo climatico generale» in coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

QUANTO COSTA AGLI STATI

Oltre a circa 120 miliardi di prestiti, il nostro paese dovrebbe essere intitolato a ricevere circa 80 miliardi di sovvenzioni (come la Spagna), ma dovrà contribuire alla sua quota di bilancio Ue con circa 50 miliardi, ottenendo quindi un contributo netto di circa 30 miliardi: è come se ci venissero restituiti circa 7 anni di contributi netti versati nel bilancio dell’Unione Europea. L’Italia è sempre stata un paese contribuente netto del bilancio europeo. Ora diventa un beneficiario netto.

È prevista l’introduzione di imposte dell’Unione Europea: plastic tax, carbon tax e web tax e forse altro.

Austria, Danimarca, Olanda e Svezia hanno ottenuto un aumento degli sconti di bilancio (rebates), che ammonteranno in totale a 53 miliardi nel prossimo bilancio Ue, di cui l’Italia dovrebbe farsi carico per 11 miliardi sulla base della prassi seguita fino ad oggi, riducendosi così l’effettivo trasferimento netto a una ventina di miliardi (si veda in proposito Silvia Merler su Algebris Policy and Research Forum).

QUANDO SI VEDRANNO GLI EFFETTI

Next Generation Eu è destinato ad avere un effetto relativamente piccolo sul 2021; durante il successivo biennio 2022-23 l’effetto potrebbe ampliarsi. L’Italia dovrà contare su se stessa e il supporto della Bce; il mercato dei capitali ci è favorevole: oggi l’emissione di Btp a 10 anni è stata collocata ad un tasso lordo vicino all’1 per cento!

Dovrebbe risultare evidente che la pubblica amministrazione del nostro paese, più di ogni altro, sarà chiamata nei prossimi mesi a compiere uno sforzo durissimo di programmazione della spesa e di sua rapida attuazione, per raggiungere la quale la semplificazione delle procedure sarà fondamentale (codice degli appalti in primis): tutti gli impegni di spesa dovranno essere deliberati giuridicamente entro 3 anni! Nel passato i fondi stanziati dall’Unione Europea sono stati sempre spesi in genere solo parzialmente e con grave ritardo. È destinata quindi a ripetersi la storia dell’Italia che contribuisce al bilancio Ue e vede ritornare gli stessi fondi con vincolo di destinazioni specifiche e rendicontazione/controllo della spesa?

QUALI RIFORME SARANNO RICHIESTE ALL’ITALIA

Senza alcun dubbio si può sostenere che le riforme che saranno chieste al governo italiano, per valutare il piano di spesa nazionale, avranno come riferimento “le raccomandazioni” già contenute nella “Relazione per paese relativa all’Italia 2020”, pubblicate il 26 febbraio 2020.

Nella “raccomandazione 1” spiccano: 

  • assicurare una riduzione in termini nominali della spesa pubblica primaria netta dello 0,1 per cento nel 2020;
  • utilizzare entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil;
  • spostare la pressione fiscale dal lavoro;
  • ridurre le agevolazioni fiscali e aggiornare i valori catastali;
  • contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, potenziando i pagamenti elettronici obbligatori anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti;
  • attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita. 

LIMITI AI PAGAMENTI IN CONTANTI

Questo programma “lacrime e sangue” è oggi parzialmente sospeso a causa della crisi da epidemia, ma è destinato a tornare pienamente di attualità: l’abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti da 3.000 a 2.000 euro è uno dei pochi provvedimenti attuati, a parer mio di dubbia efficacia e legalità (vista anche la posizione contraria in materia della Bce). Esso va di pari passo con la richiesta di potenziamento dei pagamenti elettronici obbligatori.

Non si tiene conto che l’Italia ha costantemente goduto di un ampio disavanzo primario, annullato costantemente dalla spesa per interessi. Questa dipende, oltre che dai mercati, dalla politica della Bce di riduzione degli spread fra i diversi paesi. Solo recentemente la Bce ha iniziato una politica più attiva in proposito, superando la regola che si era data di intervenire sul mercato secondario dei titoli di Stato dei paesi membri, facendo acquisti in misura proporzionale alle quote di partecipazione al capitale della stessa.

IPOTESI PATRIMONIALE

L’utilizzo di entrate straordinarie fa balenare l’ipotesi dell’introduzione di una imposta patrimoniale, che finirebbe con l’azzerare la residua fiducia dei risparmiatori nelle istituzioni; al contrario sarebbe di primaria importanza dare fiducia ai cittadini e alle imprese (senza trascurare il terzo settore), per consentire loro di tornare ad investire gli ingenti risparmi accumulati e spesso giacenti sotto forma di depositi presso le banche! Il patrimonio netto dei cittadini italiani è valutato da Banca d’Italia in quasi 10.000 miliardi, dei quali circa 4.000 sotto forma di liquidità.

L’aggiornamento dei valori catastali va coniugato insieme con la reintroduzione di maggiori imposte immobiliari in particolare sulla prima casa. Quindi la raccomandazione è sempre quella di colpire il patrimonio immobiliare (le famiglie) per diminuire la tassazione sul reddito di lavoro dipendente.

QUOTA 100 NO, REDDITO DI CITTADINANZA SÌ

Si richiede fra le righe (ma in modo piuttosto evidente) l’abolizione del provvedimento di “quota 100”, per tornare ad un inasprimento dei criteri di pensionamento. Nel contempo viene valutata positivamente in più parti del documento l’introduzione del “reddito di cittadinanza”, per avere il supposto merito di aver sostenuto la spesa delle famiglie. Non una parola viene spesa per criticare quelle politiche assistenziali di questo e dei passati governi, che non hanno fatto nulla per incrementare i posti di lavoro effettivi. È qui chiaramente evidente l’uso di criteri di parte (intesi a favorire alcuni partiti italiani a danno di altri) nella formulazione delle raccomandazioni.

INVESTIMENTI PUBBLICI

Condivido quando si scrive che:

«Uno stimolo agli investimenti pubblici potrebbe avere ricadute positive sul resto della zona euro. Secondo le stime, un aumento degli investimenti pubblici finanziato senza incidere sul bilancio aumenterà considerevolmente il Pil dell’Italia, anche nell’ipotesi di una stima prudente dell’impatto di stimolo alla crescita della spesa in conto capitale. Le ricadute sugli altri Stati membri della zona euro sono non trascurabili, almeno nei primi anni successivi all’iniziale stimolo agli investimenti».

Ciò richiede il superamento dell’attuale codice degli appalti, almeno per quanto riguardo le grandi opere strategiche.

ALTRE RACCOMANDAZIONI, ALTRA DUREZZA

Lo stesso tono prescrittivo si ravvisa nelle altre quattro raccomandazioni, dove si sostiene di:

  • contrastare il lavoro sommerso;
  • integrare le politiche del lavoro a quelle sociali;
  • sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro;
  • migliorare i risultati scolastici, rafforzando le competenze digitali;
  • sostegno agli investimenti in materia di ricerca e innovazione e sulla qualità delle infrastrutture;
  • efficienza della pubblica amministrazione, accelerando la digitalizzazione;
  • ridurre la durata dei processi civili;
  • favorire la ristrutturazione dei bilanci delle banche, migliorando la qualità degli attivi (sottintendendo un invito, a mio parere pericoloso, al disinvestimento in titoli di Stato italiani).

Questa durezza da precettore non tiene in alcun conto che l’economia italiana era la quarta al mondo fino a due decenni fa e il Pil italiano era pari o superiore a quello del Regno Unito (oggi è del 30 per cento inferiore), il sistema bancario italiano era fra i più sani in Europa e il tasso di risparmio dei privati era fra i più alti al mondo. L’economia italiana cresceva fino agli anni Novanta al ritmo di quella tedesca.

E L’EUROPA? E LO STATALISMO?

Non si spendono parole per ammettere i deficit, incertezze e lentezze delle politiche finanziarie delle istituzioni europee, particolarmente in caso di panico finanziario o crisi economica.

Non si condanna mai il crescente statalismo di ritorno nell’economia e nella società: i crescenti deficit di spesa pubblica di scarsa qualità sono stati e sono il frutto di un malinteso “keynesismo” della sinistra, che ha preteso di puntare ad un “aumento dell’accumulazione del capitale”, con una spesa spesso dedita alla sola assistenza e improduttiva (da qui la politica odierna dei bonus).

Il cammino è ancora lungo. Non ci sarà alcun “pasto gratis”!

Foto Ansa