La Cina si riprende il pieno controllo di Hong Kong. «È la fine»

Il regime vuole approvare in Parlamento questa settimana una legge sulla sicurezza nazionale che vieterà ogni dissenso nella città autonoma. «Così la Cina uccide Hong Kong»

La battaglia finale per Hong Kong sembra ormai alle porte: oggi si apre l’annuale sessione del Parlamento fantoccio cinese, dove sarà presentata una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong che cambierà completamente il panorama legislativo nella città autonoma. Se la legge sarà approvata, potrebbe causare di fatto la fine anticipata del modello “Un paese, due sistemi”, riportando anzitempo Hong Kong sotto l’egida completa del regime comunista.

SARÀ VIETATO CRITICARE IL REGIME CINESE

Come riportato da una fonte di Pechino al South China Morning Post, la legge punirebbe ogni attività sovversiva e secessionista, oltre a qualunque interferenza estera e terroristica nella città. In base alla nuova legge, ogni critica a Pechino, ogni richiesta di maggiore democrazia e ogni tentativo di veder riconosciuta l’autonomia di cui la città deve godere fino al 2047 potrebbe essere criminalizzata.

La mini Costituzione di Hong Kong (Basic Law) prevede che sia il governo della città autonoma ad approvare una legge sulla sicurezza nazionale. Nel 2003 ci provò il governatore Tung Chee-hwa, ma fu costretto a ritirarla dopo che 500 mila persone scesero in piazza denunciando le limitazioni alla libertà di espressione, assemblea e stampa che sarebbero inevitabilmente conseguite all’approvazione della legge.

LA LEGGE PUÒ ESSERE PRESENTATA GIÀ OGGI

Da allora il Partito comunista cinese ha sempre insistito con i governi di Hong Kong perché fosse fatto un nuovo tentativo di approvare la legge, ma le recenti proteste che hanno costretto l’attuale governatrice Carrie Lam a ritirare la legge sull’estradizione hanno convinto Pechino che «il Consiglio legislativo di Hong Kong non riuscirà mai nei prossimi due anni ad approvare una simile legge», spiega una fonte cinese al Scmp. «E non possiamo più permettere che venga dissacrata la bandiera nazionale cinese o sfigurato il nostro emblema nazionale».

A settembre il Consiglio legislativo di Hong Kong verrà rinnovato e sulla scorta dell’ultimo anno di proteste i partiti democratici sono certi di riscuotere una sonora vittoria, che permetterà loro di bloccare qualunque legge liberticida. Ecco perché Pechino vuole muoversi subito e presentare un disegno di legge già oggi pomeriggio al Congresso nazionale del popolo, che potrebbe essere approvato al termine della sessione, il 28 maggio.

«MIGLIORARE» IL MODELLO “UN PAESE, DUE SISTEMI”

C’è un altro indizio che ha messo in allarme Hong Kong. Wang Yang, il presidente della Conferenza politica consultiva del popolo, che precede come ogni anno la riunione del Congresso nazionale del popolo, il Parlamento fantoccio cinese, ha dichiarato ai delegati riuniti da tutta la Cina: «Assicureremo la stabilità a lungo termine del modello “Un paese, due sistemi”. Continueremo a sostenere il miglioramento dell’attuazione dei sistemi e meccanismi della costituzione e della Basic Law».

Wang inoltre, contrariamente a quanto fatto negli anni scorsi, ha accuratamente evitato di affermare che «è il popolo di Hong Kong a governare Hong Kong» e che «la città gode di un ampio grado di autonomia». Secondo il Washington Post, quando parla di «miglioramento» il regime comunista ha in mente di stralciare di fatto il modello “Un paese, due sistemi” ben prima della data concordata con il Regno Unito, cioè il 2047.

«LA CINA UCCIDE HONG KONG»

«Sono senza parole», ha dichiarato al Wp il deputato democratico di Hong Kong Dennis Kwok. «Se approvano una legge sulla sicurezza nazionale sarà una completa e totale sorpresa, significherà di fatto la fine del modello “Un paese, due sistemi”». Mentre il mondo non guarda perché distratto dal coronavirus, continua, «la Cina uccide Hong Kong, uccide il modello che ci garantisce autonomia, utilizza la regola del distanziamento sociale per impedirci di uscire nelle strade a protestare. Sarebbe la cosa più devastante mai accaduta a Hong Kong dalla restituzione alla Cina».

Il progetto di Pechino viene concepito mentre la città è in totale subbuglio. Il governo di Hong Kong ha appena proibito per la prima volta in 31 anni di organizzare il 4 giugno una veglia al Victoria Park per commemorare le vittime della strage di Piazza Tienanmen. Per farlo, ha utilizzato la scusa del contrasto alla pandemia di coronavirus: il divieto di riunirsi in più di otto persone è stato prorogato fino al 5 giugno nonostante Hong Kong conti poco più di mille casi e appena 4 vittime in totale.

ARRESTI E PROCESSI

Inoltre, pochi giorni fa i parlamentari pro Pechino sono riusciti a strappare il controllo di una commissione chiave in Parlamento ai partiti democratici, chiudendo numerosi deputati fuori dall’aula. La commissione è chiamata ad approvare una legge che vieti di fischiare e oltraggiare l’inno nazionale (che è lo stesso della Cina), ma i partiti democratici erano riusciti fino ad ora a rimandare la votazione. Se però Pechino approverà una legge sulla sicurezza nazionale, il divieto di oltraggio dell’inno nazionale diventerà più che superfluo.

Come se non bastasse, il 9 giugno cade il primo anniversario delle oceaniche proteste contro la legge sull’estradizione, che hanno già portato all’arresto di 8.400 persone. Ha fatto scalpore il mese scorso l’arresto in particolare dei 15 più famosi attivisti democratici della città con l’accusa di aver organizzato e partecipato a marce non autorizzate, che hanno portato in piazza più di due milioni di persone. Come ha dichiarato a tempi.it uno dei 15 imputati, Lee Cheuk-yan, «vogliono processare le nostre libertà e i nostri diritti umani. Ma vogliamo far sapere al regime che non ci arrenderemo mai».

COSA PREVEDE LA COSTITUZIONE DI HONG KONG

Secondo fonti citate dal sito ben informato HK01, la legge sulla sicurezza nazionale verrà direttamente inserita da Pechino nell’allegato III della Basic Law. L’articolo 18 della mini Costituzione di Hong Kong, infatti, sancisce che nella città autonoma vigono le leggi approvate dal Consiglio legislativo del territorio e quelle inserite da Pechino nell’allegato III. Queste devono riguardare la difesa e la politica estera. Al momento ci sono sei risoluzioni nell’allegato III riguardanti ambiti come l’inno nazionale, la capitale, la bandiera, l’emblema nazionale, i privilegi e le immunità per i diplomatici cinesi. Come spiegato dall’articolo 18, il Congresso nazionale del popolo cinese può aggiungere o togliere risoluzioni dall’allegato III solo dopo che il Comitato centrale del Congresso ha consultato il governo di Hong Kong e il comitato sulla Basic Law. Carrie Lam è arrivata a Pechino ieri.

Foto Ansa