Charlie, Alfie e noi. «Dobbiamo difendere il diritto del Cielo»

Ecco cosa succede quando una civiltà sostituisce il concetto di qualità della vita a quello di sacralità della vita

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Ecco cosa succede quando una civiltà sostituisce il concetto di qualità della vita a quello di sacralità della vita. Ecco cosa succede quando medici e magistrati sostituiscono il primato della scelta al primato del “favor vitae”. Si riassumono così i contenuti dell’incontro organizzato dal Centro internazionale Giovanni Paolo II per la dottrina sociale della Chiesa ieri sera al Teatro Tiberio di Rimini col titolo “Ragione della vita – Charlie, Alfie e noi”. A veicolarli Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica, e mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara.
Charlie, Alfie, Isaias e Ines (casi meno noti dei primi due) sono stati fatti morire perché continuare a vivere, nelle loro condizioni, non era nel loro «miglior interesse», e questo lo hanno deciso medici e magistrati dopo aver espropriato della patria potestà i genitori di questi bambini. «Di fronte a prognosi infauste, si è deciso non di accompagnare il malato alla morte, ma di accorciare la sua vita», ha spiegato Assuntina Morresi. Prendendo le mosse da un concetto utilitaristico di vita («lui non ha qualità di vita e non ha prospettiva di averne in futuro», ha dichiarato davanti al giudice una delle dottoresse curanti di Charlie Gard per giustificare la sua raccomandazione di togliere i sostegni vitali), si approda a comportamenti medici antiscientifici: l’eutanasia su Charlie Gard ha impedito di somministrargli una cura sperimentale che come unico effetto collaterale indesiderato aveva la diarrea, e che avrebbe consentito progressi nella lotta alla malattia rarissima da cui era affetto; Alfie Evans è stato fatto morire senza essere arrivati a una diagnosi precisa della sua malattia, cosa che non permette di ridurre i rischi di eventuali prossime gravidanze di sua madre.
La sostituzione del favor vitae con il primato della qualità della vita comporta che si debba decidere intorno a tale qualità: si vive e si muore in base a una scelta di qualcuno, e quando questo qualcuno non può essere il malato, deve essere chi è in grado di interpretare il suo «miglior interesse», cioè i medici e lo Stato. Così si spiega anche la disumana intransigenza di non permettere a questi bambini malati di essere trasferiti in altri ospedali o riportati a casa dai genitori: «Una volta che al favor vitae è sostituito il primato della scelta, e la scelta viene posta nelle mani dello Stato perché esso interpreta meglio l’interesse del malato, lo Stato esercita illimitatamente il suo ruolo: “Si muore quando lo dico io e dove dico io”. È come con la pena di morte: lo Stato decide il luogo e l’ora nei quali una persona dovrà morire».
L’intervento di mons. Negri è stato tutto centrato su di un concetto: è stato giusto battersi per la vita di Charlie e di Alfie perché «la vita è un mistero, non è una somma di dati la cui interpretazione è affidata a criteri preordinati dalla scienza e manipolabili da parte dell’uomo». «La vita è un mistero perché non è prodotta originariamente dall’uomo, all’uomo tocca solo riconoscerla e promuoverla. Così facendo consente al disegno di Dio di svolgersi: la vita è il mistero di Dio che si comunica, che fa sorgere l’interlocutore uomo che è chiamato a rispondere alla chiamata del suo creatore, a dialogare e ad essere in comunione con Lui». E questo non ha bisogno di condizioni o livelli di qualità: «Fermo restando che è lecito curare la qualità della vita, non è essa il criterio essenziale per valutarne la dignità: il Cottolengo di Torino è la “cattedrale” che consacra la posizione della Chiesa secondo cui nessuna forma di vita è priva di valore». «La dignità della vita non dipende da niente altro che non sia il suo stesso mistero, e il mistero che è comunica la presenza di Dio che la fa essere. Spostare il criterio di valore dal mistero alla qualità della vita è operazione ideologica e ateistica».
La conclusione di Negri è la stessa della Morresi: «Se il valore di una vita dipende dalle condizioni in cui si svolge, nasce la questione del soggetto scientifico e sociale che deve pronunciarsi su queste condizioni e prendersene cura. L’ambito sacro del senso della vita viene delegato alle istituzioni. Permettere che lo Stato prenda nelle sue mani la sacralità della vita, prepara l’abolizione della libertà per tutti. Ci prepariamo a vivere una vita senza libertà se permettiamo allo Stato di mettere le mani sulla vita».
Può succedere in Italia quello che è successo nel Regno Unito negli ultimi anni con i casi arrivati all’attenzione dell’opinione pubblica? «Fino al dicembre dell’anno scorso no», risponde Assuntina Morresi. «Un bambino ospedalizzato poteva essere sottratto, temporaneamente, alla patria potestà dei genitori, ma solo in nome del favor vitae: i figli dei Testimoni di Geova vengono affidati alla tutela di un magistrato per poter procedere a una trasfusione di sangue. Con la legge sulle Dat la situazione potrebbe prendere una brutta piega, perché alla centralità del favor vitae è stata sostituita la centralità della scelta del malato, che può rifiutare i trattamenti senza alcun criterio clinico. Da questo momento facilmente si può slittare verso una situazione alla anglosassone dove in certi casi la scelta è delegata allo Stato». «Questa battaglia ci deve vedere tutti impegnati, ed è parte essenziale della missione della Chiesa», ha concluso mons. Negri. «Il vescovo Ambrogio si rivolse all’imperatore Teodosio con queste parole: “Tu sei una grande cosa, Teodosio, ma sotto il Cielo. Noi difendiamo il diritto del Cielo”. Se la Chiesa non fa oggi quello che fece Ambrogio allora, rinuncia a un suo compito essenziale».

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