Caso Unipol. Berlusconi condannato per “concorso morale” nella pubblicazione dell’intercettazione di Fassino

Depositate le motivazioni della sentenza che condanna l’ex premier a un anno di carcere per aver lasciato che il Giornale pubblicasse illecitamente una conversazione di Fassino («abbiamo una banca»)

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Sono state depositate dai giudici del Tribunale di Milano le motivazioni della sentenza dell’8 marzo scorso che condanna a un anno di carcere Silvio Berlusconi, per concorso morale in rivelazione di segreto d’ufficio.

LA TELEFONATA. Il reato commesso da Berlusconi, secondo i giudici, è aver dato il benestare, nelle vacanze di natale del 2005, alla pubblicazione di un’intercettazione di Piero Fassino su Il Giornale. Nella registrazione, effettuata da un’azienda privata per conto della Polizia Giudiziaria e fatta pervenire al fratello Paolo Berlusconi, l’allora segretario dei Democratici di Sinistra, diceva, riguardo alla scalata di Unipol a Bnl: «Abbiamo una banca, allora».

BERLUSCONI ASCOLTÒ. La registrazione audio, secondo i giudici del Tribunale di Milano, «venne ascoltata attraverso il computer, senza alcun addormentamento da parte di Silvio Berlusconi, o inceppamento del pc». I giudici hanno ritenuto di non concedere le attenuanti generiche all’ex premier tenendo conto «della sua qualità di pubblico ufficiale» e «della lesività della condotta nei confronti della pubblica amministrazione».

OPERAZIONE POLITICA. L’importanza politica della intercettazione, pubblicata illecitamente, spiegano i giudici, è data dalla messa in evidenza della capacità «della sinistra di “fare affari” e mettersi a tavolino con i poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell’orientamento del suo elettorato». «La frase “abbiamo una banca”, è rimasta impressa nella memoria collettiva: segno dell’efficacia dell’operazione mediatica di cui è stata oggetto. Così efficace da rimanervi dopo anni».

DIEDE IL BENESTARE. «Il ruolo precipuo» dell’ex premier nella pubblicazione dell’intercettazione da parte del giornale presieduto dal fratello Paolo, è dovuto al peculiare interesse che essa suscitava «in quel periodo pre-elettorale, tenuto conto della già sottolineata portata politica di quella conversazione». «La sua qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata», sostengono i giudici di Milano.

CONFERMA DEL PREGIUDIZIO. Critiche alla sentenza da parte di Niccolò Ghedini e Piero Longo. «Tale decisione – scrivono in una nota congiunta gli avvocati difensori di Berlusconi – appare ancor più straordinaria, visto che a un incensurato si negano non solo le attenuanti generiche ma anche la sospensione condizionale, confermando vieppiù il pregiudizio» del Tribunale di Milano nei confronti del leader del Pdl. «Il presidente Berlusconi viene condannato per concorso morale e quindi non già per aver posto in essere qualche condotta specifica, ma per aver rafforzato il proposito del fratello Paolo (proprietario ed editore del Giornale). Mai nessuno ha potuto prospettare alcunché in proposito. E anzi, colui che ha consegnato l’intercettazione ha affermato che il presidente Berlusconi non l’ha mai ascoltata. Parimenti, Paolo Berlusconi ha ripetutamente ribadito che Silvio mai se n’era interessato. E’ una sentenza basata sull’incredibile principio del “cui prodest”, dunque, e che non potrà che essere riformata nei gradi successivi».

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