Caro Letta, non crederai davvero che scannato Berlusconi la Belva giustizialista si fermerà lì

Ammesso e non concesso che sia «finito il ventennio» del Cavaliere, di certo non è finito l’assedio della magistratura alla politica. E infatti, non appena il premier ha pronunciato le parole “riforma della giustizia”…

Signor grafico, mister art director si dia una mossa. Metta in fila, come si deve, questi due testi. Sono indizi, che venendo dopo altri cento diventano prove al quadrato, anzi al cubo. Di che? Ma che domande. È provato, arciprovato, la giustizia ha una zampa rossa, e se somiglia a un uccello, è una gazza, ruba le cose luccicanti della politica, porta via l’oro della buona fede al popolo, compresi i denti d’oro. Essa non si accontenta di aver liquidato Berlusconi. Vede più in là. Come la Juventus di Conte ha sempre fame.

Resoconto stenografico del Senato della Repubblica, seduta mattutina del 2 ottobre. Il presidente Letta legge il discorso su cui impernia la richiesta di fiducia. Estratto.
«Più in generale, sulla giustizia il nostro lavoro potrà basarsi sulle importanti indicazioni contenute nella relazione conclusiva del gruppo di lavoro nominato dal presidente Napolitano il 30 marzo 2013 (gruppo di lavoro sono i saggi nominati da Napolitano, ndr). In questo quadro di opportune e urgenti riforme si collocano sia l’adempimento degli obblighi europei (a cominciare dal rispetto delle decisioni della Corte di giustizia dell’Unione Europea), sia la necessità di ulteriori misure per affrontare la questione carceraria, oggetto di un annunciato messaggio del Capo dello Stato alle Camere e di un suo appassionato discorso nell’ultima visita al carcere napoletano di Poggioreale». Traduzione: faremo la riforma, con le indicazioni dei saggi. Ripristineremo come da referendum la responsabilità civile dei giudici. Apriamo all’amnistia. Non detto chiaro, ma chi deve capire capisce. Ho pensato: questo è scemo, se lo mangiano. Almeno un segnalino arriverà, la Provvidenza delle toghe è grande. Infatti.

Concorsi truccati: costituzionalisti sotto inchiesta. Nel mirino della Finanza anche 5 saggi di Letta (Huffington Post, 5 ottobre 2013).
L’inchiesta, condotta dai pm baresi Renato Nitti e Francesca Romana Pirrelli, riguarda l’attività svolta dagli indagati in qualità di commissari in concorsi da ricercatore, associato e ordinario. I reati ipotizzati a vario titolo sono di associazione per delinquere, corruzione, abuso d’ufficio, falso e truffa. Trentotto i docenti denunciati. Tra questi, ci sarebbero anche 5 “saggi” scelti da Enrico Letta per aiutare il cammino delle riforme costituzionali: Augusto Barbera (Università di Bologna), Beniamino Caravita di Toritto (La Sapienza di Roma), Giuseppe De Vergottini (Università di Bologna), Carmela Salazar (Università di Reggio Calabria), Lorenza Violini (Università di Milano).

Caro Direttore, mi sono tirato avanti con il programma, come avrai notato, ed è stato un trucco per non disperdere il patrimonio di attenzione quando ora dico la parola magica anzi due, che fanno scappare tutti i lettori. Giustizia politica. Almeno voi, fermatevi un momento. Riguarda tutti noi, persino i figli e i nipoti. Lo so. Noi uomini siamo cattivi. Anche quelli che odiano le mosse di magistrati manettari alla fine sono ingolositi solo da intercettazioni e perquisizioni, verbali segreti, carcere, arresti, càpita-agli-altri-qualcosa-ci-sarà. Le difese e le analisi delle carte cospargono le notti insonni dei perseguitati, ma gli altri se ne impipano, gli basta la frasetta sconcia intercettata.

Vorrei avere la forza espressiva di Oriana Fallaci. Troia brucia, Troia brucia! Sono vent’anni e più che il Cavallo del furbo Ulisse è stato introdotto con la frode, ma ci caschiamo ancora. Gli Achei hanno i loro bravi eroi, piè veloce Achille con la sua armatura lucente. E ci incantano. Ma quello è morto, quello era Falcone, e non c’entra con loro, infatti lo crocifissero. Hanno vinto altre toghe, magari il figlio degenere di Achille, Pirro l’empio, che in nome della giustizia uccise Polite davanti al padre di lui, re Priamo.

Se continua questo dominio degli Achei togati, Troia, cioè l’Italia è azzerata. Azzerata la speranza, la libertà. Zero al quoto la sovranità del popolo. Ceduta all’Europa? Magari. Consegnata a questa Entità che è la Giustizia Italiana, che è una specie di Bestia metafisica, trascendente i singoli magistrati che in gran parte sono bravi ragazzi, siamo tutti bravi ragazzi. In buona fede, purtroppo. Chi è in cattiva fede puoi corromperlo, salvare i figli con un sacchetto d’oro. Sono pure perfetti, Nullarbor, come si chiama un deserto della Australia.

Si illude anche Enrico Letta che questa ondata passerà. Sono certo che al premier dispiaccia per Silvio Berlusconi come persona. Forse anche per ciò che rappresenta politicamente. Letta – lo dicono i suoi atti – è convinto che scannato Berlusconi, squartato il Capro Espiatorio, quella Belva venuta dal fondo della ideologia e dalla cattiveria si placherà. Uh, come ti sbagli caro Enrico Letta! Quando l’altro giorno al Senato hai sostenuto che un conto è il governo, un conto la giustizia, hai consegnato il nostro futuro all’Entità aliena padrona ormai dei nostri destini.

Mercoledì 2 ottobre, ore 9 e 45, Senato. Resoconto stenografico.
Enrico Letta: «Si è creata una situazione insostenibile che mi ha portato qui oggi a tracciare davanti a voi la separazione tra quella questione giudiziaria e l’attività di un esecutivo che è nato per servire l’Italia. I due piani non potevano né possono essere sovrapposti». (Applausi dai gruppi del Partito democratico e di Scelta civica. Applausi ironici del senatore del Pdl Bondi). Continua il presidente del Consiglio: «La nostra Repubblica democratica si fonda sullo Stato di diritto, sul principio di legalità, sulla separazione dei poteri. In uno Stato democratico le sentenze si rispettano, si applicano».

Come se fosse la politica a voler interferire con la magistratura…

Detto tra di noi
Salutiamo Letta e parliamo tra noi. È così. Forse, ma non credo, sarà finito il ventennio berlusconiano, come ha detto il premier a Maria Latella domenica 6 ottobre, ma il ventennio di chi ha divorato Berlusconi continua. Berlusconi era ed è democratico, votato dal pueblo, lìder popular. Questi altri, le Toghe del Poterazzo, no. Sovranità loro è la meno popular che si possa concepire. Si cooptano con concorsi, si disciplinano, arrestano, giudicano, e nessuno giudica loro. Fanno politica, come tutti, ma con in più il potere di sapere tutto e di togliere la libertà.

Accadde nel 1947 che fosse stabilito un principio in Italia di tutela della sovranità popolare. Articolo 68, immunità parlamentare. Un procedimento giudiziario contro eletti dal popolo doveva essere passato al vaglio dell’assemblea parlamentare d’appartenenza. Ci furono abusi. Ma era il modo per bilanciare autonomia e indipendenza della magistratura: un ordine, non un potere, perché slegato dal consenso popolare, dal voto insomma, come accade invece in America. Nel 1989 con la riforma del Codice la magistratura acquisì un potere immenso, il pubblico ministero diventò capo della polizia. La possibilità di dirigere le inchieste sin dall’inizio a proprio gusto, con la fatale tentazione di trasformare le proprie idee politiche in pregiudizio verso il nemico di classe, prese corpo.

Non è un mistero che le procure erano state ben presto, sin dagli anni Cinquanta, casematte occupate da giovin vincitori di concorso preparati nelle scuole di partito per superare l’esame. Acquisito il controllo di ogni fase dell’indagine, subordinati a se stessi ufficiali dei carabinieri, della guardia di finanza e della polizia, fu elementare iniziare un repulisti della politica, avendo una straordinaria cinghia di trasmissione e di consenso grazie all’appoggio dei giornali.

Persino Craxi, omone di ferro, accettò di eliminare con una legge ad hoc, ad castam, ad togam, chiamatela come vi pare, ma resta uno schifo, quanto dettava il referendum del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati. Vassalli, ministro della Giustizia, trasferì in pratica l’onere sulle spalle dello Stato. Ma quella Entità se gli dai la mano te la mangia. Così nel 1993 i parlamentari sotto ricatto consegnarono ai magistrati l’immunità, antica guarentigia nata con la democrazia, che non era loro possesso ma era un prestito poiché tutelava la sovranità popolare. Timido residuo è rimasto il divieto di arresto senza consenso del Parlamento. Ma i processi vanno avanti, l’uccisione della reputazione è garantita, la tortura con il passaggio centellinato di verbali e telefonate e sms ai giornali è un benefit obbligatorio.

Il libro che non scriverò
Qui lo spazio manca, e la pazienza del lettore pure. Offro una scaletta provvisoria di quel libro che non scriverò.

Occorrerebbe partire dal mandato di comparizione a Berlusconi apparso sul Corriere della Sera (novembre 1994), che solo nel 2002, in un processo in Trentino, il direttore Paolo Mieli fece capire provenisse da qualcuno che stava negli uffici giusti in procura a Milano, ma non ha mai rivelato chi gli anticipò la notizia; al pentimento di Mieli medesimo in un’intervista del 1997 che allora fece scalpore a Tempi (si imbufalì la rubrica di Giorgio Bocca): Mieli disse, testuale (Tempi, 1 aprile 1998): «Ci ho creduto e l’ho sostenuta. Ma adesso capisco che Mani Pulite non è il nuovo, è la vecchia storia dei buoni contro i cattivi. Perché ci sono voluti tanti anni per capire che anche il Pci-Pds non era estraneo al sistema di Tangentopoli? Con Berlusconi abbiamo esagerato, mentre con l’Ulivo siamo stati troppo cortigiani».

Da questi anni si transita attraverso Woodcock e De Magistris alla fine di Andreotti con Caselli che insiste fino all’agonia di Giulio nel trasformarne la prescrizione in condanna morale, mentre in parlamento o nelle istituzioni è transitata metà del Pool di Milano: il procuratore D’Ambrosio e la star Di Pietro, mentre Gherardo Colombo vola in Rai.

Appena si parla di riforma della giustizia viene bloccata la Bicamerale (memorabile intervista di Gherardo Colombo al Corriere dove interpreta la storia della Prima Repubblica come storia criminale favorita da una giustizia a pelle d’orso).

Poi ricordiamo la tregua delle inchieste politiche per tutto il periodo di governo Prodi, D’Alema e Amato, salvo lo scandalo Arcobaleno, che lambisce la sinistra, ma tutto si acquieta.

Nel 2001 quando Berlusconi ritorna al governo e Telecom conclude la sua prima fase di spolpamento appare un libro (Il caso Telecom) in cui sono disseminate decine di notizie da ipotesi di reato. È una resa dei conti a sinistra (prodiani e dalemiani). Tempi lo recensisce con citazione di brani e si becca una querela (e la vinci tu, caro Amicone) per una cosa incredibile, la fantasia in formato codice penale, roba che non è mai esistita quando un giornale recensisce e cita: e cioè “violazione delle leggi su copyright”, insomma pirateria, pur di zittirci. Ma intanto quel libro muore lì.

Dal ritorno di B. a De Magistris
Ritorna nel 2001 Berlusconi e le procure spalano ancora carbone per dar pressione alla locomotiva. Appena caduto B. la vendetta, si buttano nella geenna i servizi segreti niente affatto deviati ma capaci di bloccare attentati in Italia (vedi caso Pollari). Intercettazioni a catinelle piovono in edicola.

E ancora, andando avanti nel tempo: Prodi cade su De Magistris che si allarga dalla Calabria fino alla procura di Santa Maria Capua a Vetere che chiede e ottiene l’arresto della moglie di Mastella, ministro guardasigilli. Per i giornali l’inchiesta Why not è la Mani Pulite del Sud: dopo sette anni tutto demolito, tutti assolti, da ultimo Loiero. Intanto sono tutti morti civili, imprese finite, reputazione nella spazzatura, il mio amico Saladino assoltissimo viene triturato da Santoro e Ruotolo, chissenefrega, la sua famiglia è percossa e umiliata. Risarcimento? Chiedete al Pd se è d’accordo… Appena Letta ha accennato al tema… ohi, i suoi poveri saggi…

Il resto è cosa dei nostri giorni. Il resto del resto è faccenda dei prossimi vent’anni, non si accontenteranno di Berlusconi. Il loro ventennio non è mica finito, gongolano. Se però Letta e Alfano si decidono e mettono in pratica la riforma dei saggi, e la responsabilità civile, e l’amnistia, una tenue alba apparirà. Magari finiscono in galera. Magari no, padron Frodo, magari no.