Bortolussi: «Manovra? Situazione sempre più confusa e noi paghiamo»

Di Chiara Rizzo
09 Luglio 2011
Le tasse che aumentano e i servizi che peggiorano, le Pmi costrette a pagare un doppio balzello, Equitalia che riscuote i piccoli crediti con ferocia e sui grandi evasori glissa: Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre sulla manovra correttiva e il decreto sviluppo

Che in Italia il leit-motiv sia stato questo sin dai primi anni della repubblica, lo racconta pure una celebre battuta di Totò: “E io pago!”. Siamo nel 2011 e possiamo ripeterlo: paghiamo, e sempre a fronte dei medesimi servizi scalcagnati. Giuseppe Bortolussi è segretario della Cgia di Mestre, l’associazione locale degli artigiani e dei piccoli imprenditori, per conto della quale si è spesso speso a favore dei tartassati italiani. Ad aprile ha scritto anche un libro dal titolo eloquente: “Tassati e mazziati”. È a lui che Tempi.it ha chiesto un commento sulla manovra finanziaria appena licenziata, ma anche sulle proteste che si agitano ogni giorno nei confronti di Equitalia, l’ente preposto alla raccolta dei “balzelli”, visto come il condor che vola intorno all’ormai gracile corpicino economico del nostro paese: la classe media.

Bortolussi, cosa dice di questa finanziaria?
Dico che la situazione è confusa, perché ogni giorno ci sono nuove interpretazioni della manovra correttiva. Agli effetti della manovra correttiva, infatti, oggi si sommano quelli del decreto sullo sviluppo ed è incombente la legge delega sul fisco, che prevede tre aliquote, cinque tasse… è difficile calcolare bene cosa ci viene chiesto, in questo momento. Faccio un esempio sulla difficoltà di interpretare le nuove norme. Nella manovra correttiva è stato introdotto un punto interessante per i giovani: coloro che hanno meno di 35 anni e hanno meno di 30 mila euro annui di ricavo, pagheranno tutte le tasse (e cioè Irpef, Irap e Iva) al di sotto o entro il 5 per cento dei loro ricavi. Niente di più bello: se hanno 20 mila di euro di fatturato, per esempio, pagheranno solo mille euro di tasse. Senza dimenticare l’aspetto della grande semplificazione burocratica. Però rimane aperta una domanda.

Quale?
Che ne sarà del regime dei minimi precedenti, che prevedeva anche per un pensionato, ma sempre al di sotto dei 30 mila euro annui di ricavo, il pagamento del 20 per cento secco di tasse? Oggi, cosa farà un uomo che ha gli stessi ricavi ma, per dire, 37 anni d’età? Il vecchio regime probabilmente sparirà: ma finora il disoccupato che si metteva in proprio, anche a 40 anni, aveva una chance, d’ora in poi non l’avrà più. Inoltre c’è il pericolo di una crisi a doppia V: oggi siamo appena risaliti dalla curva discendente della crisi del 2009, ma potremmo ripiombare di nuovo in un altra picchiata verso il basso, ancora a causa della situazione internazionale e perché le piccole aziende stanno soffrendo. Una Pmi, infatti, rispetto ai colleghi europei, paga il 40 per cento in più per l’energia, il 10 per cento in più per i trasporti e come se non bastasse soffre del deficit infrastrutturale e dei servizi. Così finisce per pagare un doppio balzello: quello dovuto allo Stato, per infrastrutture servizi postali sanità e giustizia, e un altro perché deve poi ricorrere – vista l’inefficienza di quei servizi – ai trasporti, alle poste, alla sanità privati e all’avvocato per tutelarsi. A tutto questo si aggiungono le difficoltà di accesso al credito, e il debito delle amministrazioni pubbliche che ammonta ancora a 70 miliardi di euro.

Ma a questi problemi la manovra non offre alcuna soluzione?
Nella manovra ci sono anche degli aspetti, se vogliamo, positivi: i tagli alle pensioni, il superbollo sui titoli, i tagli alla politica, la stretta sulla pubblica amministrazione, l’aumento dell’Irap a banche e assicurazioni. Sono tutti segnali di un cambio di rotta, che è valutato positivamente dall’Europa. E va specificato che, ad esempio, per quanto riguarda le pensioni, subiranno tagli  quelle al di sopra dei 2.380 euro. Ma noi spendiamo 3 punti di Pil in più della Germania per pagare gli stipendi per il pubblico impiego, e dal 2001 al 2010 questi stipendi sono aumentati complessivamente di 39 miliardi di euro, cioè 4 miliardi all’anno: questo invece non accade nel resto dell’Europa. Non solo. I tagli effettivi di questa manovra pesano per 9 miliardi e 600 milioni sugli enti locali, che si sommano ai 14 miliardi e 800 milioni già tagliati dalla manovra dell’anno scorso, con un effetto biennale: questi tagli si riverseranno sui cittadini.

Proprio ieri (giovedì 7) in Sardegna c’è stata l’ennesima manifestazione di protesta contro Equitalia, sulla quale la Cgia di Mestre ha preso spesso posizioni dure. È cambiato qualcosa?
Sì, è vero, noi abbiamo sempre espresso il nostro dissenso verso certi atteggiamenti di Equitalia, sottolineando la sproporzione che c’è tra una misura come l’ipoteca su una casa, per 8 mila euro, per poche centinaia di euro non pagate allo Stato. Anche solo per un ritardo nel pagamento di 500 euro, mettevano le ganasce fiscali al camioncino dell’idraulico, impedendogli di lavorare. Abbiamo denunciato subito questa sproporzione e devo ammettere che il governo è intervenuto alzando i tassi sui quali intervenire: 20 mila euro anziché 8 mila, e solo in seguito a due avvisi. C’è poi il decreto sviluppo, che delega ai comuni la riscossione delle contravvenzioni. Detto questo voglio aggiungere però due critiche.

Prego.
In Italia c’è l’evasione, anche se non imponente come ci dicono: secondo i miei calcoli (basati sulla ricchezza effettiva del paese e su quanto si spende nelle varie regioni), l’evasione reale si attesta sulla metà di quei 110 miliardi indicati dal ministero delle Finanze. Ma, critica numero uno: l’evasione è anche in funzione della pressione fiscale. Infatti bisogna riflettere su due dati, incrociandoli: in Europa, gli italiani sono i più grandi pagatori di tasse dopo la Danimarca, e anche i maggiori evasori. Seconda riflessione: una volta accertata l’evasione, Equitalia deve giustamente riscuotere. Ma in questo si vede però in atto una contraddizione tutta italiana. Tra gli evasori, infatti, c’è anche una percentuale di “grandi evasori”, eppure si recupera solo l’11 per cento del credito vantato dallo Stato. Mi pare che alla grande ferocia per riscuotere i piccoli crediti, non ne corrisponde una così forte con i maggiori debitori.

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