Parità per le donne nelle liste elettorali? E come la mettiamo con la disparità tra bionde e brune?

Non l’ha presa bene, la costituzionalista dell’Università di Milano Marilisa D’Amico, la critica liberale di Piero Ostellino al tentativo di introdurre la “parità di genere” in Parlamento (e non solo lì).

«ARBITRIO MASCHILE». Sabato scorso, 15 marzo, l’editorialista del Corriere della Sera aveva scritto nella sua rubrica che «l’idea di introdurre la “parità di genere” (…) è l’ultimo caso della degenerazione della cultura politica dominante che disprezza il mercato, ignora le libertà e il merito individuali, assegna al governo il compito di correggere e di modificare l’evoluzionismo naturale e propone la regolamentazione-burocratizzazione dell’intera vita sociale». Altro che «riconoscimento dei meriti e del ruolo sociale delle donne», per Ostellino le quote rosa sono «un arbitrio maschile». Peggio: «Un residuo del democratismo (…) e dell’egualitarismo, che è altra cosa dall’eguaglianza delle opportunità sostenuta dai liberali. Democratismo e egualitarismo inquinano ancora il Paese, rallentandone lo sviluppo e la crescita». Si tratta di «costrizioni che ledono, con la dignità, le elementari libertà di chi vogliono favorire».

«GIUSTE ISTANZE». Oggi, mercoledì 19 marzo, è arrivata la replica della professoressa. «Come donna e come costituzionalista – scrive D’Amico in una lettera pubblicata dal Corriere – mi sento in dovere di fare un appello: si misurino più attentamente le parole». La studiosa vede nella critica di Ostellino «un panico ingiustificato», visto che «chi teme la parità mostra di avere in mano saldamente alleanze e metodi per respingere la pericolosa offensiva femminile».
D’Amico è particolarmente irritata perché l’ex direttore del quotidiano di via Solferino si è permesso definire l’iniziativa per la parità di genere «un residuo di democratismo che inquina e rallenta il Paese, e che discrimina, e sarebbe addirittura lesiva delle donne stesse». Le quote rosa, che peraltro per la costituzionalista «è assai scorretto bollare come quote», non sono affatto secondo D’Amico «meccanismi costrittivi ma solo promozionali». Basta con gli «attacchi concentrici e feroci» a queste iniziative: le «giuste istanze delle donne» hanno «piena legittimità» costituzionale, e il «duro lavoro delle donne impegnate a sostenerle» deve essere premiato.

«ABOLIAMO LE ELEZIONI». «Signora D’Amico, si tranquillizzi. Non sono terrorizzato dall’idea che in Parlamento aumentino le donne», esordisce nella sua ironica controreplica Ostellino. Ma imporre che le donne «siano messe in lista, a parità di maschi, per legge», prosegue l’editorialista «sarebbe una sciocchezza», l’ennesima, irragionevole «burocratizzazione della Società civile». È una china poco raccomandabile, poiché «la trasformazione dei desideri in diritti produce altri diritti difficili da soddisfare». Ostellino fa qualche esempio divertente:
«1) Chi deciderebbe quante donne si dovrebbero mettere in lista? Poiché i segretari dei partiti sono maschi, sarebbero ancora i maschi. Imponiamo, per legge, che i segretari dei partiti siano metà maschi e metà femmine? 2) Poiché molte donne sarebbero o a maggioranza brune o a maggioranza bionde, creiamo, per legge, una “parità di colore dei capelli”? 3) E se, poi, gli elettori non votano le donne in lista, la signora D’Amico propone che un certo numero di donne siano mandate direttamente in Parlamento? (…) La signora D’Amico propone di abolire le elezioni?».
«L’umanità – conclude Ostellino – è fatta di uomini e donne più fortunati e meno fortunati, più capaci e meno capaci, e il mercato, anche in politica, è il mezzo che, almeno, la razionalizza. L’Uomo, è “un legno storto”. Signora D’Amico, se ne faccia una ragione, se no, che costituzionalista è?».

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