No catto-sovranista no, dai

Alla lista degli epiteti non tanto simpatici che mi becco come frequentatore di social media e fruitore di pagina Facebook e account su Twitter, se ne è aggiunto uno nuovo: quello di catto-sovranista. Non l’avevo mai sentito prima che mi fosse appioppato. La novità testimonia l’inesausta fantasia che spinge a categorizzare gli interlocutori per dare risposta a un bisogno umano innato: quello di identificare l’avversario, di indicare un nemico. Non credete alle balle che vi dicono preti, giornalisti e intellettuali che si presentano come asceti intenti a incarnare in sé pace, amore, collaborazione, dialogo, apertura, accoglienza e che vi dicono che loro non si contrappongono a nessuno, che loro non hanno nemici, hanno chiuso con le ideologie, sono aperti, ecc. Non credetegli: la individuazione del nemico è intrinseca a ogni identità umana che sia anche culturale, la proposta di un modo di vivere è sempre anche pensata e vissuta nella sua alternatività a qualcos’altro che differisce. «Pour se poser il s’oppose», diceva Maritain a proposito di Gesù Cristo; e se è stato vero per Gesù, figuriamoci per tutti gli altri e per noi oggi. Quelli che negano l’inevitabile natura contrappositiva della natura umana e praticano la retorica dell’abbraccio universale in genere sono i soggetti più pericolosi in termini di relazioni sociali, sono quelli più propensi a distruggere carriere, isolare persone, indicare al pubblico ludibrio eretici veri o presunti, usare il proprio piccolo o grande potere per imporre se stessi e schiacciare i non allineati. È brutta gente davvero. Molto meglio quelli che non fingono superiorità morale e a viso aperto ti danno dell’integralista (mi fanno sentire giovane e mi fanno sorridere: è l’accusa che mi facevano cattolici e non cattolici progressisti nei lontani anni Settanta, chi ha aspettato quarant’anni per farla oggi non si rende conto del ridicolo di cui si copre) o del catto-sovranista. Però a questi è necessario rispondere.

Non sono catto-sovranista, in tema di integrazione europea sono catto-federalista regionalista. Sul rapporto fra gli stati e l’Unione Europea non la penso come Salvini o come Marine Le Pen, e nemmeno come Orban. Ma non la penso neppure come Mario Monti ed Emma Bonino, come Corriere e Repubblica, come il Pd e la Cei. I sovranisti e i nazionalisti hanno ragione da vendere quando criticano la Ue come una finta integrazione europea al servizio degli interessi di alcuni stati, di lobbies industriali e finanziarie, di gruppi di pressione di cultura liberal-radicale. Le uniche integrazioni che alla Ue sono riuscite sono gli alti tassi di disoccupazione e povertà, che caratterizzano in modo omogeneo tutta l’Europa meridionale; l’omologazione culturale nel senso dell’individualismo e del consumismo che rende indistinguibili le folle a Barcellona o a Dublino, a Praga o a Milano; il soffocamento delle piccole e medie imprese a vantaggio di poche grandi multinazionali; l’euromoneta che ha sottomesso tutte le economie europee a quella tedesca. Hanno torto però quando lasciano balenare come ipotesi realistica l’uscita ordinata di un’economia nazionale dall’euro: questo è impossibile, l’uscita avrebbe effetti distruttivi su ogni genere di bene mobile e immobile detenuto da privati e società. Se fossero onesti e sinceri (virtù che i politici possono possedere solo in dosi omeopatiche) dovrebbero fare il seguente discorso: «cari concittadini, l’uscita dall’euro costerà lacrime e sangue, ma saranno le lacrime e il sangue della nostra riconquistata sovranità, saranno il prezzo della libertà politica ed economica di cui l’ingresso nell’euro ci aveva privato. Abbiamo ripreso il nostro destino nelle nostre mani e ora possiamo competere con gli altri paesi da pari a pari». Che è la cosa che l’Italia non può fare con l’architettura attuale dell’euro: le economie all’interno dell’euro sono talmente disallineate che la Germania si trova a competere sui mercati globali con una moneta sottovalutata del 20 per cento rispetto ai fondamentali della sua economia, mentre l’Italia si trova a competere con una moneta sopravvalutata del 20 per cento. Di modi per allinearsi ce ne sono solo due: o si fa l’unione politica, che comporta identiche politiche fiscali per tutti e la garanzia comune sul debito oggi esistente (traduzione: Berlino garantisce anche il debito di Roma, Parigi, Atene, ecc.); oppure si cerca di riconquistare competitività con le ricette dell’austerity: meno spesa sociale, meno pensioni, salari più bassi, tasse più alte, una bella patrimoniale. Il problema con la prima soluzione è che la Germania non sarà mai d’accordo; il problema con la seconda è che è già stata in buona parte applicata, e ha prodotto depressione anziché rilancio economico. Italia spendacciona? Non diciamo c…: da 27 anni (ventisette!) il nostro bilancio registra un avanzo primario (cioè prima del pagamento degli interessi sul debito le entrate dello Stato sono superiori alle uscite), e il valore in termini reali delle nostre esportazioni è aumentato del 50 per cento rispetto a quando non eravamo nell’euro. Nonostante questo, il numero dei poveri e dei disoccupati è esploso e il rapporto debito/Prodotto interno lordo è passato dal 102 per cento del 2002 (anno del nostro ingresso nell’euro) al 132 per cento di oggi; in cifra assoluta si sono aggiunti circa 900 miliardi di euro al debito di 16 anni fa. E la crescita economica, dal 2008, fa pena. L’austerity produce depressione della domanda e dei consumi, perciò il Pil cresce poco e il debito diventa sempre più pesante.

L’euro nella sua architettura attuale è un’arma nelle mani dei tedeschi per imporre la loro egemonia bottegaia sul resto dell’Europa e del mondo, Cina esclusa. Chi pensa che io stia esagerando, che stia solo esprimendo i sentimenti dell’italiano afflitto da complesso di inferiorità nei confronti della Germania,  faccia attenzione un attimo alle seguenti cifre. Fra il 2014 e il 2017 la Germania ha ridotto il suo indebitamento di ben 63 miliardi di euro. Nello stesso periodo sono invece risultati in crescita i debiti pubblici degli altri grandi partner europei: Spagna (+121 miliardi), Italia (+138 miliardi), Regno Unito (+197 miliardi) e Francia (+209 miliardi); negli Stati Uniti negli stessi anni il debito pubblico è cresciuto di 249 miliardi di dollari. Domanda retorica: nell’Occidente industrializzato sono tutti somari, tranne la Germania? Solo i tedeschi sono capaci di avere crescita e diminuzione del debito, mentre gli altri possono solo scegliere fra crescita economica accompagnata da esplosione del debito, oppure scarsa crescita e aumento del debito nonostante l’austerity? Oppure Berlino sta giocando una partita truccata, come questi numeri inducono a sospettare anche chi come me di economia non è un grande esperto? Perché la regola europea del deficit non oltre il 3 per cento è Vangelo mentre la regola dell’avanzo della bilancia commerciale con l’estero che non può essere superiore al 6 per cento si può allegramente violare per 11 anni di seguito, come fa allegramente la Germania, senza che nessuno si azzardi a chiedergliene conto?  A mettere a rischio l’euro non sono gli euroscettici, ma l’ostinazione tedesca a condurre una politica bottegaia.

Tutto giusto, dirà qualcuno, ma la via d’uscita non può essere quella del sovranismo, che conduce fatalmente al nazionalismo, storica origine dei grandi mali del continente europeo nel corso del XX secolo. Sono d’accordo: il nazionalismo è pericoloso, fatalmente conduce a contrapposizioni destinate a sfociare in guerre. Però non possiamo parlarne come se vivessimo ancora nella prima metà del XX secolo. Se la propensione a imbracciare le armi per salvaguardare gli interessi della propria nazione può essere considerata un indice affidabile del tasso di nazionalismo prevalente in un paese, direi che i pericoli non arrivano dai paesi dove populismo, sovranismo, nazionalismo mostrano di raccogliere forti consensi presso l’opinione pubblica. Secondo un’inchiesta della Gallup, il paese dell’Unione Europea i cui abitanti sono maggiormente disponibili a morire per la patria è la Finlandia, col 74 per cento di opinioni positive, seguito dalla Svezia col 55 per cento e dalla Grecia di Tsipras col 54 per cento. La temuta Polonia bigotta e sciovinista è solo quarta col 47 per cento, seguita dalla Lettonia (41) e dall’Irlanda (39). Tutti i grandi paesi stanno sotto il 30 per cento: la Francia registra un 29 per cento, il Regno Unito 27, la Spagna 21, l’Italia 20 e la Germania 19. Forse bisogna preoccuparsi di più degli istinti bellicosi dei paesi che con la Ue confinano: il Marocco col 94 per cento, la Turchia col 73 per cento, l’Ucraina col 62, la Russia col 59. Con questi numeri, più che del risorgente nazionalismo negli stati europei io mi preoccuperei della mancanza di attaccamento alla propria terra e alla propria storia, combinata con l’esibita bellicosità dei nostri vicini. E qui veniamo alla faccenda dell’identità europea e delle sue radici giudaico-cristiane.

Onestamente non mi capacito di come la Cei possa manifestare un’opzione europeista incondizionata e senza sfumature, quando è a tutti evidente che oggi il progetto europeo è un progetto anti-cristiano, o meglio: è un progetto di superamento del cristianesimo. Gli stati europei hanno rifiutato di inserire le radici cristiane dell’Europa in quello che doveva essere il testo costituzionale dell’Unione Europea perché ritengono che non è attraverso quelle radici che l’Europa deve alimentare il suo oggi, che il cristianesimo ha avuto sì un ruolo importante nel passato, ma è una storia finita, e per il presente e per il futuro serve altro. Di questo si potrebbero fare tanti esempi, mi limito a uno particolarmente eloquente: il caso del crocefisso esposto nelle aule scolastiche italiane, di cui una famiglia chiese la rimozione facendo ricorso alla Corte europea dei diritti umani la quale in un primo tempo, nel 2009, le diede ragione. Nel giudizio di appello a fianco del governo italiano si costituirono i governi di Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, San Marino, Romania e Russia. Nessun grande paese della Ue, nemmeno quelli che hanno Chiese di Stato, citazioni di Dio e del cristianesimo nella costituzione, croci sulle bandiere, ritenne opportuno offrire il proprio sostegno all’Italia in una vicenda tanto delicata e simbolicamente importante. A Varsavia era al governo Piattaforma Civica, il partito dell’attuale presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, che ufficialmente si ispira al cristianesimo democratico ma che si guardò bene dallo spalleggiare l’Italia.

Per tutte queste ragioni non mi riconosco nell’europeismo dell’Unione Europea attuale e nemmeno nel sovranismo/nazionalismo; io credo in un’Europa sul modello della Confederazione Svizzera: un’unione di entità regionali che hanno in comune una serie di funzioni e hanno piena autonomia su altre. Diversamente dagli stati-nazione, le regioni non hanno istinti bellicosi. Un’Europa di questo genere eviterebbe sia la propensione alla bellicosità del nazionalismo, sia l’omologazione culturale senz’anima e senza storia, consumista e tecnocratica, dell’Unione Europea di Juncker e di Tusk, della Merkel e di Macron. Prima di adottare il suo modello confederale anche la Svizzera era terra di contese e di guerre interminabili. Sono posizioni che in Italia hanno espresso Robi Ronza e pochi altri, e che in Europa erano sostenute da Denis de Rougemont e da Alexandre Marc. Non li avete mai sentiti nominare? Per forza: in seno al movimento federalista europeo le loro idee furono sconfitte dalla linea di Altiero Spinelli (l’europeista che piace tanto a Giorgio Napolitano), che ci ha portati alla tecnocrazia di oggi. Mi ritrovo dalla parte degli sconfitti, ma siccome è la parte giusta non la lascio.

Foto Ansa

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