Fermare la guerra infinita

Qualche mese fa era lecito annoverare, tra gli elementi che potevano lasciar sperare che la guerra in Ucraina non si trasformasse nella “guerra infinta”, alcuni fatti che nel frattempo hanno mostrato se non la loro inconsistenza, quantomeno la loro inadeguatezza. Forse, invece dei loro sviluppi, si è intuita una pervicace volontà che non si potessero trasformare in prospettive praticabili. A quasi centoventi giorni dall’invasione russa, le trattative non esistono più, e sembrano essersi ritirati tutti gli attori in grado di provare a sparigliare le carte. Certo, la Turchia forse prova ancora qualche mossa per fare in modo che il mare interno che ha in condominio con l’Ucraina e la Russia (e del quale ha le chiavi d’accesso) non si trasformi in una “no – sail zone” impraticabile per gli anni a venire. Forse Israele mantiene contatti con le parti belligeranti per cercare di trovare un nuovo punto di equilibrio ai suoi confini (e dentro ad essi). Per il resto, la Bielorussia non è più l’anfitrione di nessun incontro diretto tra Ucraina e Russia, essendo venuta meno quella singolare condizione per cui ognuna delle parti poteva smettere di combattere affermando, con una ragionevole misura di ragione, di non aver perso. Il presidente ucraino Zelensky continua ad essere oggetto di visite simultanee di leader europei. Ma tanto la sua allure, quanto la sua imprevedibilità sembrano essere molto diminuite. Come peraltro l’autorevolezza e la saldezza del potere dei presidenti o dei cancellieri europei che fanno tappa a Kiev.

Le sanzioni si susseguono, ma non sembrano incrinare più di tanto il fronte interno russo (per quello che se ne sa qui da noi) mentre mostrano una preoccupante capacità di incupire le prospettive economiche dei paesi Ue. Il mondo non sembra aver isolato Mosca (quanto meno non sembrano farlo India, Cina, larga parte dell’Africa, dei paesi arabi, dell’Oceano Indiano, del Centro e del Sud – Est asiatico). Controffensive non se ne vedono. La guerra diventa logoramento e stallo. Costi quel che costi. Anche in termini di prezzi dell’energia e dei generi alimentari, come sembra suggerire il segretario generale della Nato in una recente intervista al quotidiano tedesco Bild, riferendosi ai paesi dell’Alleanza.

Per tutto questo, e non solo per Severodonetsk, si sta combattendo una guerra. Calda. Per il “gasdotto Molotov – Ribbentrop” (come l’ex ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski ribattezzò il “North Stream -2”). Per il petrolio degli Urali, benchmark tecnico su cui buona parte dell’industria petrolifera europea ha tarato i suoi standard (che sono modificabili, utilizzando petroli di altra provenienza che hanno diverse caratteristiche tecniche, con interventi e investimenti che non si possono fare dall’oggi al domani…). Per chi tiene la mano sulle chiavi dei magazzini del 40 per cento della produzione mondiale di grano. Per i grandi corridoi logistici del secolo XXI, con tutte le implicazioni di carattere tecnologico, di investimento, di sviluppo di infrastrutture, di prospettive e di paradigmi per il futuro delle società dei paesi toccati, volenti o nolenti, da questo “cambiamento d’epoca”.

Mi sbaglierò, ma solo in questa chiave riesco a leggere la scelta del Parlamento europeo di proibire tutte le immatricolazioni di nuove auto a benzina, gasolio e Gpl a partire dal 2035. Cioè di proibire lo sviluppo di qualsiasi progetto industriale in campo automotive diverso dall’elettrico concepito nel continente che produce l’eccellenza mondiale della motoristica endotermica e destinato al più ricco e sviluppato mercato del settore. Da subito («ab sofort», come disse il funzionario della Ddr intervistato sulla fine dei controlli al Muro di Berlino, nella notte del destino del 9 novembre 1989). Da subito, perché dodici anni è il tempo medio per portare un progetto di un’auto nuova dal brainstorming dei progettisti ai saloni dei concessionari.

Non credo di essere il solo ad associare questa decisione del Parlamento europeo alla dimensione del conflitto, di cui la guerra in Ucraina è l’inizio. La bella intervista di Tempi al professor Roberto Zucchetti, articolata e piena di spunti, parla esplicitamente, a proposito delle possibili conseguenze di questa scelta, di “scontro sociale” e, in un altro passaggio, di “guerra”. I pregi dell’articolo citato sono davvero molteplici . Tra i tanti , che pure meritano, viene messo in luce il nesso auto endotermica / libertà di circolazione per tutti (Non a caso il motivo che un secolo fa decise il successo del motore a scoppio sull’elettrico) e la possibile scappatoia lasciata ai produttori low cost che circondano l’Ue di far arrivare le loro bisarche cariche di diesel a “kilometro uno” da noi (una specie di contrappasso alla attuale rotta balcanica del nostro usato….). Soprattutto, con grande chiarezza viene enumerata l’enorme quantità di possibili impatti negativi di questa scelta dal punto di vista ecologico, industriale, sociale, economico, energetico, di dipendenza da economie “ostili” per materie prime, tecnologie e prodotti finiti la cui entità non è calcolabile. E forse, aggiungo io, la mancanza di studi preliminari a sostegno di questa decisione del Parlamento europeo non è un caso o un segno di sciatteria. Forse non ci sono calcoli perché non possono e non devono essercene…

Ma il punto essenziale è laddove viene mostrato come questa decisione è di fatto, e l’articolo lo dice bene, l’estensione delle sanzioni a una serie di paesi non particolarmente entusiasti nelle nostre scelte belliche: «A paesi che oggi ci vendono il carburante e che si sostengono economicamente grazie a questo, non possiamo mandare il messaggio: “Tra dieci o vent’anni non avrò più bisogno di voi” . Perché questo per loro significa la catastrofe. Dobbiamo porci il problema del futuro di quei paesi e trovare un accordo con loro. Altrimenti il risultato è solo la guerra». Il punto essenziale è che questa decisione è semplicemente una estensione del fronte. Nel tempo e nello spazio. È una estensione del dominio della guerra infinita, la rivoluzione dei nostri tempi.

Il livello della questione non è che ci siano “eque compensazioni” per i produttori di iniettori elettronici della Motor Valley, e nemmeno che la Ferrari possa continuare a realizzare bolidi rombanti (e non ronzanti). Non è il “Io speriamo che me la cavo” a livello di di distretti industriali o di occupazione. È fermare la guerra infinita (almeno quel pezzo che non è ancora iniziato…). Stop war now.

Carlo B. Scott Visconti

Foto Ansa

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