24 maggio 1915. Sulla tradotta verso la Grande Guerra

soldati-italia-treno-wikimediaPubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Autostrada del Sole, verso Parma, 24 maggio – In questa mattina di primavera, cento anni dopo, guidando verso Milano cerco di immaginare. Di immaginare un treno, una tradotta militare, che a Parma caricò i primi fanti diretti al fronte; e come, fra quelle centinaia di ragazzi, ci fosse mio nonno, il padre di mio padre, che io nemmeno ho fatto in tempo a conoscere. Si chiamava Ferdinando, contadino immigrato a Parma dalle campagne, di professione daziere. Aveva, nel 1915, circa 25 anni; e già una moglie, e un figlio, mio padre, appena nato. Abitavano nell’Oltretorrente, quartiere popolare dove l’interventismo aveva acceso gli animi. Mio nonno – pochi frammenti mi sono arrivati di lui – da giovane era anarchico. Mi chiedo – mentre accelero, e supero un Tir – con che animo partisse per quella guerra di cui parlò pochissimo, una volta tornato.

Mi sforzo di immaginare: com’era, partire su una tradotta che, lenta, a ogni stazione caricava altri soldati; e a ogni chilometro una diversa inflessione nell’accento, e dialetti nuovi, che suonavano stranieri. Ma eravate contenti di partire, voi fanti del 62esimo Regio Reggimento? Molti sì, forse: infervorati dalla propaganda, si tenevano stretto orgogliosi il loro fucile. Mio nonno, chissà. A casa lasciava una giovane donna, e un bambino che nemmeno ancora camminava.

Doveva essere triste, partire di maggio per la guerra, in una mattina di sole come questa. E cerco di non vedere tutto quello che cento anni fa non c’era: di non vedere il nastro dell’autostrada, e i binari dell’alta velocità; e i tralicci dell’alta tensione, e i capannoni industriali. Voglio vedere soltanto questi campi rigogliosi di maggio, su cui fiammeggiano, come allora, i primi papaveri; e i filari di pioppi, e le cascine larghe, sdraiate su questa terra generosa, con i fienili pieni. Voglio sentire l’odore di stallatico che come allora si allarga nella pianura. E il profumo dei tigli nei cortili, inebriante come un elisir.

Tu, nato contadino, certo dal treno guardavi gli appezzamenti, le stalle, e ne misuravi la consistenza. E sapevi come nelle cantine fermentava nelle botti il vino, e stagionavano, appesi, i salami. Chissà come guardavi la pace e il ben di Dio che ti lasciavi indietro. Chissà se come tanti tuoi compagni parlavi e ridevi e cantavi, o se te ne stavi in un angolo, zitto. Mi pare di vederti, i capelli fulvi e un’ombra di barba rossa sulle guance – in tasca una foto di lei, che, a casa, con la sua fede ostinata pregava. E il treno che marciava sferragliando, e Parma e i tuoi, sempre più lontani.

Del 62esimo Regio Reggimento, 1.089 caddero in battaglia, 1.718 morirono per le ferite, 1.800 di malattie, 420 in prigionia, e 673 risultarono dispersi.

Forse per questo, tornato, hai taciuto. Il rosso dei tuoi capelli l’ho ritrovato in mio figlio, appena nato. Al volante corro verso Milano – cercando ancora all’orizzonte il mondo, com’era. Di proprio uguale a allora, forse solo il cielo: come quel giorno chiaro, immenso, in pace.


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