Pakistan, il caso delle due infermiere cattoliche accusate di blasfemia

Un adesivo strappato in ospedale, un’aggressione col coltello, una folla inferocita invoca l’impiccagione. La furia islamista prende di mira altre due donne cristiane

Le due infermiere cristiane accusate di blasfemia in Pakistan

«Morte agli empi, applicate la legge sulla blasfemia»: ancora una volta è una folla inferocita a chiedere la testa di cristiani accusati di aver dissacrato il Corano e offeso il profeta. È successo a Faisalabad, protagoniste Mariam Lal e Navish Arooj, infermiere cattoliche dell’ospedale civile, entrambe prese in custodia dalla polizia dopo aver rischiato il linciaggio venerdì scorso. Le famiglie sono state costrette a nascondersi per paura delle ritorsioni degli islamisti che si sono riversati nelle strade chiedendo l’impiccagione delle donne ai sensi della legge sulla blasfemia.

Accusate di blasfemia come Tabita

Una vicenda drammatica, che ha spinto il vescovo di Faisalabad, monsignor Indrias Rehmat, a guidare una delegazione di sacerdoti e membri della Commissione nazionale giustizia e pace al commissariato, e che ricalca quella, drammatica, di Tabita Nazir Gill. Un’altra infermiera, giovane mamma e cantante gospel cristiana, accusata il 3 febbraio scorso dai colleghi del Sobrajh Maternity Hospital di Karachi di avere offeso Maometto. Aggredita, torturata e picchiata selvaggiamente, pur scagionata da tutte le accuse, la donna è costretta a vivere nascosta con i figli per sfuggire alla giustizia sommaria degli islamisti infuriati dal suo rilascio.

«Cospirazione contro i cristiani»

«Le accuse di blasfemia seguono sempre uno schema – ha denunciato all’agenzia Ucanews padre Bonnie Mendes, già segretario della Commissione nazionale giustizia e pace in visita ai malati dell’ospedale civile il giorno prima -. Due decenni fa, i cristiani venivano solitamente accusati di bere l’acqua da una tazza riservata ai musulmani. Adesso le nostre infermiere sono prese di mira. C’era un programma in anticipo per radunare persone in ospedale dopo le preghiere del venerdì. La cospirazione continua». Due membri della commissione d’inchiesta dell’ospedale, entrambi cristiani, sono stati rimossi dall’indagine sulle due infermiere.

Difendere Maometto col coltello

Secondo i colleghi, Navish Arooj, studentessa di infermeria, giovedì scorso avrebbe strappato da un armadio un adesivo contenente una citazione del Corano riferita al profeta Maometto, Mariam Lal, infermiera più anziana, avrebbe quindi cercato di “coprirla” nascondendoselo in tasca. Alla notizia, diffusasi rapidamente in ospedale il giorno dopo quando il sovrintendente dell’ospedale Mirza Mohammad Ali ha deciso di accusare le due donne ai sensi della legge sulla blasfemia, un operatore sanitario, Muhammad Waqas, ha cercato di uccidere Lal, scagliandosi con un coltello contro l’infermiera che ha riportato una lacerazione al braccio. «Non potevo restare in silenzio davanti all’offesa del nostro santo profeta», avrebbe proclamato Waqs filmato dai colleghi, «il rispetto del profeta è più importante della mia vita o della sua».

L’adesivo “strappato” del Corano

La dinamica non è affatto chiara: si sa che alle due donne è stato ordinato di pulire credenza e armadi coperti di adesivi strappati in una sala nel reparto di psichiatria e che, nel pulire i mobili, è stato rimosso anche quello con i versetti del Corano. Le donne si sono difese, parlando di incidente e spiegando di aver consegnato spontaneamente l’adesivo rimosso alla caposala, ma la versione accreditata in ospedale è che siano state colte sul fatto nel tentativo di nasconderlo. «L’incidente è avvenuto in un reparto psichiatrico. L’adesivo era stato già mezzo strappato da un paziente mentalmente disabile. Le infermiere stavano cercando di pulire l’armadio», le ha difese padre Mendes, confermando la versione dell’avvocato delle donne Akmal Bhatti, presidente della Minorities Alliance of Pakistan. «Stavano solo seguendo le direttive e il caso è stato chiarito il giorno stesso. Ma venerdì mattina qualcuno ha istigato il personale che ha aggredito le infermiere».

La folla inferocita

Nello stesso momento si è radunata una folla inferocita fuori dall’ospedale, tra loro membri del partito estremista musulmano Tehreek-e-Labbaik Pakistan, che ha costretto la polizia ad intervenire per portare via le donne e non mettere a repentaglio l’incolumità di altri dipendenti cristiani dell’ospedale. Le donne si trovano ora in carcere, la Minorities Alliance of Pakistan ha chiesto alla polizia di avviare un’indagine approfondita sul caso prima di registrare la denuncia che distruggerebbe la vita di Arooj, giovanissima e prossima alle nozze, e Lal, mamma single di un bambino. Anche suor Genevieve Ram Lal, a capo dell’Organizzazione delle donne cattoliche del Pakistan, ha difeso pubblicamente le due donne: «Siamo senza speranza e impotenti. I cristiani rispettano tutte le religioni. Il governo dovrebbe proteggerli».

Il pianto della mamma di Huma

Nessuno sa dove viva oggi Tabita, quello che si sa è che in un paese in cui ministro per le Minoranze e governatore del Punjab proclamano il giorno di Pasqua che in Pakistan «le minoranze godono di piena libertà» (affermazioni che hanno scatenato il pianto e la rabbia di Nageena, mamma di Huma Younus, la ragazzina cristiana nelle mani del suo aguzzino musulmano da oltre un anno e mezzo), il caso delle infermiere di Faisalabad si aggiunge ai tanti, troppi di casi di abuso della legge sulla blasfemia, arma letale nelle mani dei fanatici e opportunisti pronti a brandirla senza giusto processo.