Bianchi: «Chi crede in uno sviluppo laico della Libia, si sbaglia»

Sergio Bianchi, giornalista ed esperto di Medio Oriente, non pensa, al pari di Frattini e altri politici occidentali, che la Libia diventerà mai laica e democratica: «Gli uomini su cui puntano i nostri politici appartengono alla corrente nazionalista, che però conta meno nella società rispetto ai Fratelli musulmani e ai salafiti»

«La Libia è un paese profondamente religioso e con la guerra si è radicato ulteriormente. Purtroppo, tra i ribelli, i gruppi salafiti, che sono i più estremisti, hanno più influenza dei nazionalisti. Gli occidentali pensano che dopo Gheddafi verrà costruito uno Stato laico ma temo che si sbaglino». Sergio Bianchi, giornalista ed esperto di Medio Oriente, spiega a Tempi.it a che punto è la guerra, dove si trova Gheddafi e chi sono davvero i ribelli.

I ribelli accerchiano Sirte ma le voci che circolano è che Gheddafi potrebbe non trovarsi più nella sua città natale. Qual è la situazione?
Tutta la famiglia del raìs si trova in Algeria. Il colonnello, invece, secondo le ultime fonti diplomatiche, dovrebbe essere protetto nella zona di Bani Walid, sotto Misurata, dalla tribù insediata in quella zona. Ma questa protezione non vale molto perché le tribù si schierano sempre con il più forte e i ribelli ormai hanno vinto. Non hanno neanche più intenzione di trattare perché non considerano Gheddafi un interlocutore.

Quanto è concreto il pericolo che tra i ribelli prenda piede il fondamentalismo islamico? La bozza della Costituzione provvisoria, che è circolata, sembra prevedere la Sharia come fonte di ispirazione della legge.
E’ così. Tra i ribelli ci sono diverse fazioni: i nazionalisti, ben visti dall’Occidente, che hanno un modo di vedere simile a quello di Gheddafi, vogliono uno Stato laico ma non giocheranno un ruolo importante nella nuova Libia. Sul terreno ci sono poi diversi movimenti di ispirazione religiosa: i salafiti, che si trovano soprattutto a Tripoli; i Fratelli musulmani, che sono la maggioranza, e poi i Sufi che giocano un ruolo importante in Cirenaica e nelle tribù del deserto. Non bisogna dimenticare che la Libia è un paese profondamente religioso e con la guerra si è radicato ulteriormente. Purtroppo, i gruppi salafiti, che sono i più estremisti, hanno una grande influenza.

Molti politici in Europa, a partire dal nostro ministro degli Esteri Frattini, credono in uno sviluppo laico e democratico della Libia che verrà. Sbagliano?

Sì, chi la pensa così sbaglia decisamente i calcoli. La società è arretrata e radicalmente islamica. Mahmud Jibril, il primo ministro del Consiglio transitorio libico, è una persona insediata dalle potenze occidentali ma non ha le carte per farsi valere sul serio. Jalil invece è islamico e giocherà sicuramente la sua partita al momento delle elezioni, anche se è un uomo del regime di Gheddafi e prima o poi qualcuno glielo rinfaccerà. A giocare un ruolo fondamentale saranno i personaggi eletti sul territorio.

Quale futuro si prospetta per la Libia? Uno simile alla Somalia?
Non penso, il sistema tribale non lo permetterà. Ma la transizione sarà molto difficile e il futuro non né roseo né tantomeno pacifico. Oggi la Libia è un paese pieno di fucili, di gente armata fino ai denti. A Tripoli ci sono ragazzini di 15 anni che girano con fucili AK45. Chi glielo dice a loro da un giorno all’altro che questo modo di vivere è finito?

In alcuni articoli pubblicati in Italia e all’estero si accenna a interventi via terra da parte della Nato, nonostante tutti abbiano sempre assicurato che mai si sarebbe scesi “boots on the ground” in questa guerra.

La Nato ha inviato anche truppe speciali sul territorio. Gli uomini del Qatar hanno assistito i ribelli a Bengasi, mentre i consiglieri inglesi hanno dato una mano nella Libia nord-occidentale. Hanno partecipato a tutte le operazioni militari per coordinare gli attacchi di ribelli del tutto incapaci di organizzarsi. Anche l’Italia ha dato supporto tecnico e logistico. Posso dire un’ultima cosa?

Certo.
Quando sento dire a Frattini che Jalloud, l’ex numero due del regime di Gheddafi, potrebbe avere un ruolo importante nella ricostruzione della Libia, mi dispiace molto perché si sbaglia. Il nostro paese non deve puntare su queste figure che appartengono alla corrente dei nazionalisti perché loro non avranno mai un ruolo chiave nella Libia del futuro.