Berlusconi ineleggibile. Il bieco tiqui-taca fra Pd, M5S, Repubblica e tribunali per far fuori il babau

Così la sinistra politica e mediatica spera di sfruttare le sentenze contro Berlusconi per espellerlo dal Parlamento. Nonostante cinque votazioni contrarie della giunta

«Il Cavaliere, avendo più di 70 anni, le galere non può vederle neppure in cartolina». Marco Travaglio lo ha scritto sull’Espresso del 4 giugno. Silvio Berlusconi non finirà in carcere. Ma potrebbe essere buttato fuori dal parlamento prima di una sentenza definitiva. Non per le vicende giudiziarie, bensì per una legge del 1957 sull’eleggibilità dei parlamentari.

LA PETIZIONE DI MICROMEGA. Ne parla oggi Liana Milella, su Repubblica. La giornalista spiega cosa accadrà alla proposta di espellere Berlusconi dal Senato della Repubblica (forse entro l’estate): «La richiesta di aprire la procedura per mettere Berlusconi fuori dal Parlamento per il lapalissiano conflitto d’interessi che cammina sulle sue gambe dal lontano 1994 sarà depositata presso la segreteria della giunta per le elezioni e le autorizzazioni del Senato» entro settimana prossima. Cosa contiene la proposta? L’appello di Micromega (rivista gruppo Espresso-Repubblica), spiega Milella. Appello il cui testo è stato trasformato in una petizione, firmata da 200 mila persone. Diceva questo, prosegue la penna di Repubblica: «Berlusconi non era e non è eleggibile. Lo stabilisce la legge 361 del 1957, che è stata sistematicamente violata dalla giunta delle elezioni della Camera dei deputati».

5 VOTAZIONI NON CONTANO. Certo, commenta Milella, negli ultimi vent’anni il leader del Pdl è stato autorizzato dalla giunta ad accedere al Parlamento ben cinque volte. Ma si è trattato di lapalissiani errori, che però oggi, spiega la cronista di Repubblica, non dovrebbero essere più commessi. Glielo certifica anche il senatore e magistrato fuori ruolo Felice Casson (Pd): «Ora c’è un fatto nuovo», spiega Casson alla giornalista, «c’è il tassello che mancava e che sta nelle recenti sentenze Mediaset e Unipol, dalle quali si evince che Berlusconi, pur formalmente fuori dalle sue aziende, è sempre rimasto il dominus incontrastato delle decisioni più importanti».

A COSA SERVONO I PROCESSI. Dalle parole del parlamentare-magistrato Casson si evince che gli stralci di alcune sentenze non definitive possono legittimare l’espulsione dell’ex premier dal Parlamento. Berlusconi, riporta Milella, avrebbe commentato l’eventualità di una sua espulsione con queste parole: «Non bastavano i pm, i giudici e i processi, adesso vogliono togliermi in anticipo il mio diritto di stare in Parlamento. Ma sia chiaro che io faccio saltare tutto e si va a votare». «Intendiamoci bene», avverte Milella, «il casus belli dell’ineleggibilità può essere un rompicapo tecnico, ma soprattutto politico per via delle divisioni nel Pd, lacerato tra falchi e colombe, e tra chi vuole salvare a tutti i costi il governo e chi invece mette al primo posto il rigore nell’applicare la legge». Già. Ma cosa dice la legge?

COSA DICE LA LEGGE. La legge, spiega la giornalista di Repubblica, dice che «coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica». «Pare il ritratto di Berlusconi», scrive Milella. Eppure, prosegue, «da 19 anni, lui la spunta perché – sostiene – non gestisce più “in proprio” le sue aziende, né le concessioni».
Alcuni sottolineano che quel “ritratto” si sarebbe meglio applicato ai proprietari della Fiat, membri della famiglia Agnelli, eletti in Parlamento e mai espulsi, Susanna e Umberto.

BERLUSCONI NON È CONCESSIONARIO. Franco Debenedetti (eletto con il Pds, poi Ds, negli anni 1994, 1996, 2001), a differenza del fratello Carlo (patron del gruppo Espresso-Repubblica, che pure ha firmato la petizione per l’ineleggibilità di Berlusconi elaborata dalla rivista “di famiglia” Micromega), si oppone ai «talebani» che vogliono eliminare politicamente il leader del Pdl. Spiega Debenedetti sull’HuffingtonPost del 28 maggio: «In realtà le parole “concessione” e “autorizzazione” hanno oggi un significato giuridico totalmente diverso da quello che avevano nel 1957». La legge non sarebbe applicabile a Berlusconi. Perché il settore televisivo è cambiato. E a farlo progredire sono state proprio le sue reti private. «Questo è il punto di sostanza che i talebani dell’ineleggibilità non capiscono (per non parlare di quelli che vorrebbero tagliare la testa al… toro decretandone l’incandidabilità). Brandiscono l’arma della concessione per colpire proprio chi ha fatto passare l’industria televisiva italiana dal vecchio sistema concessorio al nuovo sistema autorizzativo europeo». Quindi Berlusconi, anche se fosse “dominus”, non sarebbe concessionario. «Il punto di sostanza è quindi politico. È la dimostrazione dell’incapacità della sinistra di capire la principale ragione del successo di Berlusconi, nonostante l’incapacità di governare e di mantenere le promesse, nonostante i conflitti di interesse e le leggi ad personam: avere dato agli italiani la liberalizzazione dell’informazione televisiva».

VOGLIONO SALVARE BERLUSCONI. Sarà anche Franco Debenedetti un filoberlusconiano? Per il “cittadino” Mario Giarrusso probabilmente sì. «Gli infiltrati sono ovunque». «I filoberlusconi stanno dappertutto». «Non abbiamo un vaccino», spiega il senatore del Movimento 5 Stelle, oggi intervistato da Repubblica sulla sua autosospensione (per ora sospesa) dal non-partito. Giarrusso si lamenta del voto nella giunta per le elezioni del Senato di ieri (quella che dovrebbe giudicare l’espulsione di Berlusconi), che ha nominato alla presidenza un esponente di Sel, Davide Stefanò. «Hanno eletto una specie di democristiano che non si sa come è finito in Sel. Si sono messi tutti d’accordo». Si lamenta con tutti, Giarrusso: «C’è qualcuno che va segnalato a Beppe per mandarlo affanculo come merita», dice all’intervistatore. Fra i sospettati numero uno del senatore grillino c’è anche l’atavico Vito Crimi, capogruppo 5 stelle al Senato, «abbiano passato quattro mesi a fare casino per l’ineleggibilità di Berlusconi, e Crimi non si presenta al voto per il presidente della giunta». Giarrusso era candidato alla presidenza e Crimi ha bigiato, è il senso delle sue parole. «La partitocrazia ha mostrato il suo lato migliore e più forte», commenta: «Sono tutti d’accordo per salvare Berlusconi».