Ayrton Senna, la semplicità di cuore e quella fede impressa perfino dentro la tuta. Il ricordo del “cappellano delle corse”

Don Sergio Mantovani, una vita tra paddock e monoposto, racconta a tempi.it il pilota brasiliano di Formula 1 morto il 1° maggio di vent’anni fa

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Alle 14.17 di domani, 1 maggio, don Sergio Mantovani sarà alla curva del Tamburello. In mano l’acqua santa per benedire quel tratto del circuito di Imola dove vent’anni fa, a quell’ora esatta, la Williams di Ayrton Senna usciva rovinosamente dall’asfalto, schiantandosi contro il muro e provocando la morte del pilota brasiliano. «Credo che ora sia in paradiso. Aveva un cuore troppo grande».
Lo conosceva bene il sacerdote modenese: 83 anni, don Sergio frequenta da una vita paddock e scuderie del circuito della Formula 1, e il primo maggio del 1994 era anche lui a Imola ad assistere al Gran Premio di San Marino. «Mi ricordo la serietà di Senna appena prima che cominciasse la gara», dice il prete a tempi.it. «La morte di Ratzenberger, il giorno prima, lo aveva segnato. Ayrton pareva in crisi, quasi non volesse correre. Un giornalista gli chiese: “Come mai sei così serio?”. “Ve lo dirò dopo la gara”, gli rispose. Per me è stato un dolore grande vedere quell’incidente: volevo andare da lui per dargli l’estrema unzione, ma me l’hanno impedito».

FANGIO E SENNA. L’accento emiliano di don Sergio sembra fiaccato dall’età, ma a dargli vigore è lo stimolo dei ricordi, che scorrono rapidi in un susseguirsi di motori e piloti, gare e costruttori. Lo chiamano il “cappellano delle corse” perché all’attività da sacerdote nella sua parrocchia di Modena ha affiancato, fin dalla sua ordinazione, una simpatia per la Formula Uno e i suoi protagonisti. E tra i rapporti più belli nati a bordo pista c’è proprio quello con Ayrton Senna. «Era una persona che spiccava per il suo carattere semplice e umile. Ho in mente un momento di lui molto bello: qualche anno prima dell’incidente di Imola, Fangio lo incrociò al Gran Premio di Monza. Si fece serio e gli disse: “Tu batterai il mio record di vittorie nei Mondiali”. Senna fu umilissimo: rimase zitto e fece “no” col dito».

QUEL BIGLIETTO NELLA TUTA. Ma quello che più continua a commuovere don Sergio era la grande fede che il brasiliano aveva in Dio: «La serenità con cui si raccoglieva prima delle gare ce la ricordiamo tutti: ecco, secondo me in quei momenti si metteva a pregare. È stato un campione formidabile che ha portato in giro per il mondo il suo amore per Dio. Poi ci sono tante cose che non posso raccontare: sono un sacerdote, non un giornalista». Tuttavia, ancora si ricorda con precisione le parole scritte in un biglietto che fu trovato dentro la tuta di Senna dopo la sua morte: «Nessuno mi può togliere l’amore che Dio ha per me». Non era una novità che Ayrton fosse credente. Ma quelle righe, lette subito dopo la morte, sono parse a don Sergio e a tanti piloti una sorta di atto di affidamento del brasiliano.

CAPPELLANO ALLA MASERATI. Ad avvicinare don Sergio al mondo dei motori è stata la veste nera da prete con la quale, più di sessant’anni fa, entrava alla Maserati come cappellano di fabbrica e da lì, nel giro di poco tempo, alla Ferrari. «È così che si è instaurato un rapporto speciale con meccanici, tecnici, piloti. Ora questo mondo è cambiato tanto, conta sempre più la tecnologia e sempre meno l’abilità dei guidatori. In tanti ormai vedono soltanto un ambiente segnato dal successo, dalla velocità, dai soldi». Ma sotto questa scorza «ci sono comunque degli uomini veri. E qualcuno deve pensare a loro. Nel mondo delle corse ci vorrebbe sempre un cappellano».

L’AMICIZIA CON ENZO FERRARI. Di tanti eroi delle monoposto e dei paddock don Mantovani conserva nella memoria un’immagine umana, diversa da quella che la tv ha sempre offerto: «Schumacher, ad esempio, aveva un legame strettissimo con la sua famiglia. Anche Villeneuve». Andando qualche decennio indietro, dai ricordi del sacerdote emiliano affiorano anche diversi episodi legati alla sua amicizia con Enzo Ferrari, cui don Sergio dava del “tu”: «Lo conoscevo bene, e non credo a chi lo dipinge come una persona burbera. Era aspro, ma solo a parole, non col cuore. Basti pensare a quel che accadde quando un collaudatore della Ferrari morì: la madre andò da Enzo disperata. “Me l’hai ammazzato”, gridava. Lui qualche giorno dopo venne da me: “Se quella signora viene da te a chiedere aiuto, dalle 30 mila lire ogni mese, ma non dire che sono stato io a darteli”. Era una grande cifra per l’epoca. E come quella donna, Enzo ha aiutato tanti altri operai».

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