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Riad vuole anche il tennis. Lo sportwashing saudita continua

Di Piero Vietti
04 Luglio 2023
Colloqui di Atp e Wta con il fondo di Bin Salman per investire e portare tornei in Arabia. La fame di soldi dei campioni fa mettere in secondo piano diritti violati nel paese che si sta comprando lo sport mondiale un pezzo per volta
Djokovic tennis wimbledon
Il tennista serbo Novak Djokovic impegnato ieri a Wimbledon contro Pedro Cachín (foto Ansa)

Lo sportwashing saudita continua, e nessuno sembra davvero intenzionato a frenarlo. Dopo avere messo le mani su Formula 1, boxe, golf e calcio, tra gli altri, l’emirato punta a entrare anche nel tennis, sport dalla tradizione fortemente occidentale che ieri ha iniziato la sua liturgia più antica e importante, a Wimbledon. Il circuito maschile più importante, l’Atp, e quello feminile, il Wta, stanno infatti avendo fitti colloqui con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita su possibili co-investimenti. Il presidente dell’ATP Tour, l’italiano ed ex top 20 Andrea Gaudenzi, ha dichiarato al Financial Times di aver avuto colloqui “positivi” con il Fondo per gli investimenti pubblici (Pif) e altri potenziali investitori per sostenere vari progetti e iniziative sportive, tra cui infrastrutture, investimenti tecnologici ed eventi in nuovi possibili mercati a patto che gli investitori abbiano «rispetto della storia dello sport e del prodotto».

Riad rimodella il business dello sport: ora il tennis

Riad continua così a rimodellare il business dello sport. Impossibile resistere al denaro saudita, lo sa bene il ricchissimo PGA Tour, l’organizzazione che cura i principali tornei di golf negli Stati Uniti, che ha provato a resistere per due anni alle offerte del fondo guidato da Mohammed bin Salman e alla fine ha capitolato di fronte alla nascita di un tour rivale finanziato da Pif, il LIV Golf. Il fondo sovrano possiede anche tre squadre di calcio, una nel campionato più importante e ricco del mondo, la premier League inglese, il Newcastle, e due in Arabia Saudita, l’Al Ittihad e l’Al Nassr, che nelle ultime settimane stanno acquistando o provando ad acquistare diversi calciatori dai principali campionati europei con offerte economiche impossibili da pareggiare.

Nel tennis non c’è ancora nulla di ufficiale, ma le parole di Gaudenzi, e quelle molto simili di Craig Tiley, il capo degli Australian Open, uno dei quattro tornei dello Slam, lasciano intendere che la cosa si farà. Con un particolare che se non fosse confermato dagli stessi protagonisti sembrerebbe inventato: il tennis femminile sta prendendo seriamente in considerazione gli investimenti sauditi.

Il paradosso del tennis femminile in Arabia Saudita

Come abbiamo già scritto, la cosa che sorprende di più in questa vicenda è il silenzio quasi totale dei campioni della difesa dei diritti, in particolare di quelli delle donne e degli Lgbtq: giocatori, giornalisti, addetti ai lavori e attivisti solitamente pronti a chiedere l’arresto per chi fa cori razzisti e la squalifica per gli sportivi sessisti e omofobi non ne parlano, e se ne parlano fanno ampi distinguo, danno il beneficio del dubbio, ne parlano come di una cosa normale. Il paradosso definitivo nei colloqui tra Wta e sauditi è che i soldi di Riad servirebbero a pareggiare i premi in denaro delle tenniste con quelli dei loro colleghi maschi. La tennista statunitense Jessica Pegula, top 5, ha detto di essere a favore di un accordo con il fondo di Bin Salman se questo garantisse premi più alti, anche se sa che «ci sono aspetti negativi».

In tutto ciò stupisce l’ipocrisia della narrazione dei fatti, con gli alti responsabili del tennis mondiale che vogliono far credere alla gente che i sauditi sono soltanto ricchi benefattori che buttano i loro soldi per il bene di questo sport e basta. Ma il circo sta già piantando le tende: il numero al mondo, lo spagnolo Carlos Alcaraz, ha detto di non avere dubbi sul fatto che presto si giocheranno tornei Atp anche nel deserto, e l’australiano Nick Kyrgios ha detto che «finalmente verremo pagati per quello che meritiamo».

Lo sportwashing saudita non mobilita gli attivisti

Quest’anno a Gedda si giocherà il Mondiale per club di calcio, dove da tre anni si corre il Gran Premio di Formula 1, Riad è in corsa per ospitare i Mondiali di calcio del 2030, il paese vuole ospitare la prossima edizione del torneo Atp Next Gen. Cercando di evitare discorsi nostalgici su quanto fosse più bello lo sport quando c’erano meno soldi (falso), è indubbio che la fame di premi e stipendi sempre più alti dei campioni sportivi muovano più di tutto il circuito, sia esso quello tennistico, automobilistico o golfistico.

I sauditi lo sanno, e sanno che lo sport è lo strumento migliore per fare dimenticare a tutti la mancanza di diritti delle donne, le persecuzioni degli omosessuali, le esecuzioni di massa e la censura delle voci dissenzienti. Da quando la Russia è in guerra con l’Ucraina non può partecipare ai principali tornei sportivi mondiali e alle Olimpiadi; durante gli scorsi Europei di calcio c’era chi chiedeva di boicottare le partite giocate in Ungheria perché il presidente Orbán è considerato un despota. L’Arabia saudita si sta comprando lo sport mondiale un pezzo per volta, e nessuno le può resistere, né sembra avere interesse a farlo, o a preoccuparsi troppo dei diritti violati. Meglio discutere dell’ingaggio di Brozovic e dell’offerta a Buffon.

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