Angeli in cerca di uomini

Hanno deciso di “perdere” il loro tempo (la merce più preziosa di Milano) per cambiare i giorni dei miserabili. Cronache da una notte con i City Angels e i senzatetto della metropoli

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Diceva Guareschi che i minuti son merce da città, dove ogni disgraziato si arrabatta perché non vuol perdere nemmeno un secondo e così facendo non si accorge che sta perdendo una vita intera. Per esempio c’è un posto a Milano dove qualcuno perde tempo per dire “buongiorno” e per qualcun altro il giorno diventa davvero un giorno buono. Non cercatelo su internet, tra le pagine dei giornali, non cercatelo nei film. Il buongiorno ha il suo posto qui, dove oggi si spicciola la cronaca della corsa a Palazzo Marino, dei venditori ambulanti, dei cortei per i diritti e tra uomini che se ne stanno mai coi man in man.

Anche se fa ancora freddo, e la pioggia divora le vie della metropoli, ogni fettuccia di strada ha una storia di miserabili che fanno effrazione al cliché borghese meneghino tutto fretta e furia e giornalone d’ordinanza, ed è possibile ripartire da un istante che inizia con un poverissimo “buongiorno”. Tutti i giorni dell’anno.

Sottopasso di via Tonale, alle spalle della Stazione Centrale. Dietro una porticina, sotto il murales che li raffigura con le loro inconfondibili divise, giubba rossa e basco blu stile forze di pace Onu, stretta tra il traffico del tunnel e il sovrastante sferragliare dei treni, c’è il quartier generale dei City Angels: entra un volontario sventolando uno scontrino, «dicono passiamo verso le dieci hanno brioche e panini avanzati dalla giornata». Noor lo ringrazia allegra, lancia una voce a Dado, «dobbiamo fare una deviazione verso questo bar. E poi voglio tornare in piazza Diaz a vedere se c’è quel ragazzo», dice tornando a preparare i sacchetti per «gli utenti» insieme al manipolo dei volontari che quella sera porterà cibo e vestiti ai senzatetto in zona San Babila. «Ogni giorno della settimana raggiungiamo una zona diversa della città. Oggi è giovedì e noi – dice separando i panini imbottiti senza carne per i musulmani dagli altri – andiamo in centro con la macchina, mentre la squadra a piedi si sposterà verso Lambrate».

Chiude gli scatoloni pieni di panini, thermos di the caldo, biscotti, macedonia, porzioni di pasta, cibo per cani, donati in giornata da privati, bar, ristoranti, da Esselunga o da Simply. «Quel ragazzo l’abbiamo incrociato per strada. Stava col suo sacco a pelo, malconcio, malmesso, dolorante. Ho insistito per un tempo che pareva interminabile per sapere se aveva bisogno di qualcosa». E lui? «Come molti, all’inizio, non voleva essere aiutato, mi ha insultata finché non me ne sono andata. Il giorno dopo Elfo è tornato a trovarlo. Gli ha chiesto del cibo, aveva bisogno di un ospedale. Vediamo come sta oggi». Come Elfo, Dado, Stone, Mavi, anche Noor, oltre al nickname con cui si identifica nella notte di Milano, ha il suo bravo nome e cognome ed è piovuta in via Tonale in modo straordinario: laurea in Economia, un buon lavoro e poi un brutto male, la sedia a rotelle, l’operazione, la setticemia e la difficile e paziente rinascita per tornare a camminare.

Un giorno è in motorino e li nota, col baschetto e la giubba rossa, in Porta Venezia. Pochi mesi dopo ha già fatto il corso per scendere in strada con i City Angels, «teoria, nella nostra sede storica di via Teodosio (oggi trasferita ad Affori, ndr), e pratica in palestra. Veniamo selezionati con un colloquio, impariamo primo soccorso, psicologia, nozioni giuridiche e sull’emarginazione; e in palestra tecniche di squadra e di autodifesa. E alla fine c’è un esame. Non ci si improvvisa volontari. Certo, quando scendi in strada all’inizio lo fai per te, per trovare qualcosa di te che hai perduto, ma quello che trovi cambia radicalmente la motivazione originaria: le persone ti cambiano e le difficoltà non sono un’obiezione al tuo trovarti lì, in quel preciso istante con sacchetti di cibo, guanti di lattice e disinfettante».

L’emergenza freddo è finita e l’Atm ha ritirato l’Angel Bus usato dai volontari d’inverno per raccogliere emarginati, senzatetto, immigrati, tossicodipendenti e anziani: gli scatoloni vengono accatastati nel retro del furgoncino rosso della squadra mobile insieme a coperte, vestiti, giubbotti. «L’articolo più richiesto è l’intimo, non lo dona quasi nessuno e tutti ne hanno bisogno», spiega Luna, dopo aver selezionato dagli scaffali che tiene ordinati scrupolosamente gli indumenti da distribuire in serata. Luna è entrata nei City Angels contagiata da un’amica anni fa, di giorno lavora per un’impresa e alla sera le basta un’occhiata per azzeccare taglie e misure di utenti e indumenti, «ormai li conosco, so cosa chiedono e cerco di pensare a tutti loro quando arrivano i nuovi vestiti».

Carica il furgone e apre la porta al continuo insistente bussare: «Chiedono cibo, trolley. Li indirizziamo poco più avanti, nell’hub degli immigrati che sorge nell’ex barberia del dopolavoro ferroviario». Il furgone stipato di cibo coperte e di angeli ora può partire, mentre Elfo, coordinatore dei volontari milanesi, si avvia con la sua squadra a piedi. «Le squadre sono composte da un minimo di tre a un massimo di otto persone. Non si prendono iniziative individuali, ci si muove in formazione, sempre».

Ragazzotti e poveracci
Chiesa del Carmine, zona Brera, 8 febbraio 1995. Mario Furlan ha 29 anni, ha lasciato da un anno il suo lavoro di giornalista presso il gruppo Mondadori, è stato sbattuto fuori di casa dai suoi, e insieme al cugino diciannovenne e due amiche ha deciso di battezzare ufficialmente quell’attività di assistenza semiclandestina agli emarginati e di tutela ai cittadini iniziata in Stazione Centrale da Fratel Ettore. Milano si riempiva di albanesi, molti di loro violenti «e io divento matto», aveva detto il frate camilliano, chiedendo a quei ragazzotti di dare una mano ai tavoli della mensa ma soprattutto a far sicurezza. Dopo la diffidenza iniziale (e a volte l’aperta ostilità) da parte delle autorità, ventidue anni dopo quell’8 febbraio, i City Angels capitanati da Furlan, scrittore, docente, life coach e formatore tra i più noti in Europa, sono una realtà presente in 18 città italiane e in Svizzera, iscritti all’albo delle onlus (gli unici ad occuparsi anche di contrasto della criminalità da strada in collaborazione con le forze dell’ordine) e con due Ambrogini d’oro alle spalle: l’ultimo, nel 2008, attribuito al City Angel onorario Edward “Eddy” Gardner, un ghanese ridotto in fin di vita da tre spacciatori al grido di “sporco negro” perché cercava di convincere i giovani a non drogarsi.

Sono volontari di strada, circa 500 in tutta Italia, a Milano gestiscono Casa Silvana (l’unica aperta tutta la notte anche agli animali degli utenti, intitolata a una senzatetto amica degli Angeli che venne violentata e uccisa dopo essere stata rapita per costringerla a prostituirsi) e il centro di accoglienza profughi di via Pollini in zona Bicocca. Laici, indipendenti, multietnici e antirazzisti vanno in giro per la città di notte, a caccia di persone da aiutare. Con cibo, vestiti, una giovane o rispettabile età e una non certo trascurabile personalità, qualcosa che non si infila in un sacchetto ma che in una notte prepara il buongiorno.

Piazza San Babila, ore 22.30. Arrivano d’ogni parte, hanno tra i 18 e i 70 anni, gente col loden un poco liso, ragazzi che indossano poco più che la camicia, donne avviluppate in giacconi da uomo. Arrivano e c’è chi ha gli occhi pieni di sonno, impazienti o brilli di alcol. I cani abbaiano, qualcuno ridacchia parlando di Alessandro, quello di Varese che tante volte era lì con loro e oggi è accusato di aver soffocato la moglie nel sonno, la maggior parte aspetta in fila, in silenzio. La sera si è messa al bello, e quel drappello di nuovi miserabili che popola le strade aspetta il suo turno per ritirare cibo e scegliere vestiti. Ogni società ha il suo signore e il suo bullo e qui c’è chi ha la faccia da bandito, chi il contegno del galantuomo, la maggior parte sono italiani e non hanno nulla del clochard di Miracolo a Milano quanto piuttosto degli assidui frequentatori dei centri d’impiego.

C’è il poeta siciliano che regala poesie e dorme sotto le guglie, come Saba che diceva «mi riposo in piazza Duomo. Invece di stelle si accendono parole»; c’è il maestro del nord che chi lo sa cosa insegna, ha però lo zaino zeppo di quaderni e studia e scrive tutto il giorno; ci sono i musulmani, in coda in silenzio a chiedere «un panino col formaggio per favore» a bassa voce sovrastati dallo schiamazzare dei ragazzi rumeni che dicono che i croccantini dei cani sono buonissimi; ci sono quelli che arrabattano scuse improbabili per superare la coda e accaparrarsi la coperta. Facce da banditi o contegno da galantuomini rifiutano pantaloni e maglioni di taglie troppo grosse, chiamano i più corpulenti, «questo sta meglio a te», e scuotono il capo davanti ai bicchierini colmi di pasta: mancano le forchette e «mi è rimasta la dignità, non posso mangiare con le mani».

E cogli una specie di fierezza sovrana in quelle parole, «non mangio con le mani, non voglio andare nei dormitori, c’è gente che russa, che puzza, che ha le zecche, cascasse un cornicione dormo fuori», le stesse dei padri separati, dei figli della crisi, dei figli della guerra in strada questa sera per ritirare beni di necessità, certo, ma anche in cerca di qualcosa di necessario come le parole di Noor, Luna, Dado e gli altri ragazzi venuti a perdere il tempo di una parola e una domanda: «Come stai? È stato un buongiorno?» e molti rispondono ridendo «vediamo domani».

«E le forchette?»
Piazza Diaz, ore 23.30. Brutta destreggiarsi tra le pozzanghere, dopo una giornata in ospedale e quell’ernia che ogni passo è una bestemmia, ma il tempo di alzare la testa e dire «ti aspettavo. Scusami» c’è. “Quel ragazzo” saluta Noor, guarda la pasta («maddai, non avete le forchette?»), e si racconta, racconta quella strada che gira, ha girato, per androni e cortili di galere, la stessa che lo ha portato a insultare quella insolente ragazza bionda la settimana prima e che oggi lo porta a dire «grazie per aver perso tempo con me». E Noor ride perché quella strada non è poi diversa dalla stessa che ha portato lei a scegliere di perdere tempo così, ogni giovedì sera, ogni volta che c’è da incontrare o cercare qualcuno che potrebbe avere bisogno di aiuto. Come quella sera che in via Tonale bussò una mamma in lacrime: «Vengo da fuori Milano, un anno fa ho litigato con mio figlio e ora vive qui per strada. Aiutatemi». Ci erano voluti mesi a Elfo e gli altri per trovarlo, farsi chiamare “amici” e non solo City Angels. E lui era tornato a casa, certo che con quelle parole urlate alla madre un anno prima, «non voglio più perdere un secondo con te» avrebbe perso una vita intera. Certo che quel giorno in cui qualcuno aveva perso tempo con lui era diventato davvero un buongiorno.

Foto Ansa


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