Domenico e la ricerca della verità che non si accontenta dei verbali

Di Pietro Crivellente
25 Febbraio 2026
Non basta ricostruire i fatti, la morte di un bambino innesca una domanda radicale di senso che ci spinge oltre la cronaca
Gli omaggi e le testimonianze di affetto all'esterno dell'ospedale Monaldi di Napoli, dove una distesa di fiori, peluche e messaggi ricorda il piccolo Domenico, scomparso dopo un trapianto di cuore. Napoli, 22 Febbraio 2026
Gli omaggi e le testimonianze di affetto all'esterno dell'ospedale Monaldi di Napoli per ricordare il piccolo Domenico, scomparso dopo un trapianto di cuore (foto Ansa)

Caro direttore, la recente drammatica vicenda del piccolo Domenico porta nuovamente alla luce un tema che, forse, pensavamo, almeno in parte, di avere archiviato poco meno di due mesi fa. In questi giorni assistiamo al rincorrersi di articoli e interventi che chiedono in vari modi, più o meno convenienti, l’appuramento della verità. Ciascuno vuole, e spesso pretende, sapere la verità su quanto è accaduto: tempi e modalità di trasporto dell’organo, chi era in servizio durante l’intervento, a che ora è cominciato… e così via.

Sembra effettivamente di rivivere i giorni immediatamente successivi alla tragedia di Capodanno, quando le domande pressanti su ciò che poteva essere accaduto si associavano alle verifiche di competenze, supervisione, controlli, idoneità, norme, giurisdizione, fino a proprietà, conti in banca, beni immobili e chissà cos’altro ancora.

Perché vogliamo sapere “davvero” come stanno le cose

In entrambi i casi (come in molti altri simili) alla ricerca della verità viene facilmente accostata una curiosità morbosa da “carreggiata opposta in autostrada”, su cui, ahimè, l’uomo tende ad attardarsi, moderno sintomo di quella “bassa voglia” per la quale già Dante nella Commedia scelse di farsi redarguire da Virgilio. Tuttavia, al di là di questo indugio poco nobilitante, va riconosciuto che si tratta di un moto dell’animo che dice qualcosa di importante in merito a come siamo fatti noi esseri umani. Ciò vale anche per questioni di ben minore entità: vogliamo sapere “davvero” come stanno le cose, dalle beghe condominiali al problema all’automobile che neanche il meccanico riesce a risolvere. È la stessa forza che tiene calamitati ai libri gialli finché il mistero non viene risolto o che ci avvince fino all’ultimo minuto dell’ultimo episodio dei cosiddetti “legal drama”: l’attesa della condanna o dell’assoluzione, sia che tifiamo per la difesa, sia per l’accusa, si impernia sulla verità che piano piano si svela.

Si tratta di un moto che risponde ad un bisogno strutturale e costitutivo dell’uomo: egli è inquieto finché non conosce la verità. C’è qualcosa che lo spinge verso questa necessità che se stabiliamo di non assecondare, lo facciamo sapendo di rinunciare a qualcosa cui teniamo particolarmente.

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Ne è testimonianza l’estrema scelta di Edipo che, a costo di andare incontro alla propria infamia e alla propria empietà, decide di non privarsi della conoscenza del suo passato criminoso fino ad allora ignoto a se stesso. Quando si tratta di vita e di morte la nostra tensione verso la conoscenza si amplifica perché emerge con forza straordinaria il bisogno quasi viscerale, quasi ancestrale, di conoscere la verità. Voler appurare il vero, conoscere effettivamente come sono andate le cose è proprio dell’uomo, è un elemento che lo costituisce: senza questo fattore ci manca qualcosa, è come se ci sentissimo persi.

Domenico, Crans-Montana: cosa è accaduto?

Ciò detto, nelle vicende di cui sopra c’è un’urgenza di verità, un bisogno della verità che va oltre, appunto, la mera cronaca, la semplice conoscenza di come si svolgono o come si sono svolti i fatti. Il bisogno di verità connaturato nell’uomo supera la semplice, pur costitutiva, necessità di appuramento del vero. Le tristi e difficilmente rimarginabili vicissitudini di Domenico e di Crans-Montana mettono in luce un’esigenza di verità che è più profonda, più radicale, per soddisfare la quale non basterà sapere un giorno ciò che effettivamente è accaduto in quel bar o in quel cuore trapiantato. C’è un vuoto, in vicende come queste, che non sarà colmato quando si conosceranno per bene tutti i contorni, neanche quando i responsabili saranno consegnati alla giustizia.

Vicende come queste ci tengono così in tensione perché hanno il potere di sfondare quella borghese compostezza che ci terrebbe ancora un po’ a distanza, ci costringono ad andare oltre, e a cercar quella verità che ha più a che fare con la domanda sul “perché” che con la domanda sul “cosa” è accaduto. L’ingiustizia, il dolore, la morte possono, al limite, essere ancora guardati con indifferenza (come sull’autostrada), ma quando si tratta di sofferenza innocente – così potentemente evocata dalle foto del piccolo Domenico –, non c’è possibilità di scampo, perché non c’è nulla di più inspiegabile per l’uomo che la sofferenza di chi non ha commesso nulla per causarlo, di chi ancora non ha neanche la coscienza di che cosa possa essere il male.

Per non soccombere all’«infinita vanità del tutto»

A questo punto si avverte come irrinunciabile la necessità di una Verità che deve dare un significato alle cose che accadono; fatti dolorosi come questi portano chi è disposto a starvi davanti senza schermi, senza filtri, a chiedere che sia svelato perlomeno un nesso con quel Vero che dà fondamento a tutto il resto. Altrimenti bisogna giocoforza soccombere all’«infinita vanità del tutto», per dirla con Leopardi, che proprio in A se stesso, tra le ultime poesie che ha scritto, pare ripudiare anche il desiderio in sé perché «tutto è amaro e noia». Forse l’urgenza di appuramento del vero è in un certo senso un riverbero di tale bisogno più profondo e fondativo dell’anima, dell’essere umano, che è appunto quello della Verità dell’essere. Per Leopardi il “vero” è stato il disvelamento della durezza massima dell’essere che gli ha mostrato solo il suo lato doloroso; anche se fino all’ultimo ha confidato nella possibilità che la poesia poteva offrire, gli è mancata la dolcezza di una Verità che potesse dare senso alla sofferenza.

Certo, è difficile non voltarsi, guardare negli occhi così intensamente questa sofferenza per scoprirne l’essenza. Probabilmente da soli è impossibile. Il T.S. Eliot dei Quattro quartetti sembra comunque suggerire una strada.

Cercare, interpellare, implorare. E attendere

In quest’opera, tra le sue più grandi e famose, traccia un percorso di espiazione e purificazione proprio per provare a sostenere tale sofferenza senza fermarsi soltanto ad essa e capitolare. Nel suo caso si trattava di vivere l’esperienza degli orrori della Seconda guerra mondiale che aveva cominciato a colpire direttamente la “sua” Inghilterra. Tra le varie profondissime vie cui apre questa serie di poemetti dalla sconfinata ampiezza di significati, Eliot, già nel secondo quartetto, invita a considerare la conoscenza del vero da un preciso punto di vista: «La sola saggezza che possiamo sperare di ottenere è la saggezza dell’umiltà: l’umiltà è sconfinata». La vera conoscenza, la vera sapienza è quella che è cosciente del suo limite, della sua provvisorietà. Con tale disposizione d’animo, si può, perlomeno, cercare con più convinzione, chiedere la possibilità di intravedere verità più profonda. Continua, infatti, l’ultimo quartetto: «Qualunque retaggio ci lascino i vincitori, noi abbiamo preso dai vinti quello che avevano da lasciarci: un simbolo, un simbolo perfetto della morte. E tutto sarà bene, e ogni sorta di cose sarà bene quando sia purificato il motivo attraverso la nostra implorazione».

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Cercare, interpellare, implorare è il passo decisivo nel disvelamento della verità, permette di purificare, di vedere con più chiarezza, di appurare ad un livello più profondo la ragione di ciò che ancora non comprendiamo finché nel tempo possiamo cominciare a scorgerne il significato. Nel tempo, perché, dice ancora Eliot, è necessario attendere, dare tempo, far maturare la verità affinché anche le virtù, forti dell’accesso al Vero e del suo sostegno, possano sussistere e fruttificare: «La fede, l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa».

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