La tragedia di Crans-Montana e il paradosso della vita in pericolo

Di Caterina Giojelli
03 Gennaio 2026
Ma non c’è statistica, indagine, non c’è procura che possa rispondere veramente a quei “perché” che non osiamo porci: non solo perché è successo, ma perché si vive e perché si muore. Anche così, carbonizzati, a sedici anni
A sinistra le fiamme che divorano il locale Le Constellation di Crans-Montana la notte di Capodanno; a destra la facciata esterna del locale transennata dalla polizia (foto Ansa)

Non c’è mai nulla di casuale nelle tragedie, eppure a Crans-Montana la selezione è stata di una crudeltà geometrica. Chi è stato respinto all’ingresso del locale svizzero Le Constellation ora ringrazia: «Il buttafuori ci ha salvato la vita». Qualcuno rivela l’esistenza di una porticina secondaria, un passaggio riservato protetto da un codice numerico, ma «un amico lo aveva dimenticato» e la festa è rimasta un desiderio proibito: «Tre minuti dopo, è esploso tutto a pochi metri da noi». «Trenta secondi e sarei stato dentro anche io», ripete un altro ragazzo.

«Ho rotto la finestra con un piede»

C’è chi ha cambiato programma all’ultimo minuto per banali questioni di ufficio, rinunciando alla Svizzera: «Un caso che ha salvato mia figlia che avrebbe trascorso la serata in quel locale». Chi, trattenendo la propria prole in casa tra brindisi e panettone, sospira: «Per colpa nostra ha fatto tardi, ed è ancora viva». Tra chi si è attardato con la madre c’è un ventenne che, arrivato davanti al locale nel momento del disastro, ha dovuto improvvisare il più terribile dei triage: tastando polsi e incrociando sguardi, ha scelto chi caricare in auto verso l’ospedale di Sion e chi lasciare sull’asfalto gelido. Come lui, un altro giovane si è fatto soccorritore davanti allo spettacolo di «coetanei senza più capelli, coi volti sfigurati e le mani insanguinate, che cadevano a terra uno dopo l’altro».

Qualcuno è vivo per un riflesso incondizionato, «Ho rotto la finestra con un piede», e qualcuno altro riesce a far dire al direttore della federazione pompieri Ticino che forse proprio quella repentina disponibilità di ossigeno sia stata «la classica goccia che fa traboccare il vaso» e divampare il fuoco. Poi ci sono quelli come Stefan, uno dei bodyguard: «Ha salvato diversi ragazzi aiutandoli a uscire dalla sala di sotto», scrivono gli amici. Stefan non è stato ancora ritrovato. Eppure anche il pronto intervento dei buttafuori, richiamati all’interno del locale dalle grida “al fuoco”, ha avuto una tragica parte nella notte di Capodanno: trovando la porta sguarnita la folla in coda si è riversata dentro proprio mentre chi era già tra le fiamme cercava disperatamente di uscire.

«Sono figli nostri», non «figli di papà».

La Procuratrice generale del Canton Vallese Béatrice Pilloud tiene puntuali conferenze stampa, stiamo indagando, interrogando, assicura, non sappiamo se questa maledetta schiuma insonorizzante a copertura del locale fosse conforme o autorizzata. Arriva la notizia che i media aspettavano dopo ore di saccheggio delle foto del locale, con tanto delle ormai famigerate candele pirotecniche infilate nelle bottiglie di champagne: si indaga per omicidio, incendio e lesioni colpose. E le domande si moltiplicano con la velocità del fuoco: c’erano uscite d’emergenza? I materiali erano ignifughi? La capienza era rispettata? E quanti tredicenni c’erano in quella discoteca che, secondo i media svizzeri, aveva una valutazione di sicurezza di “6,5 su 10” – qualunque cosa significhi?

In poche ore abbiamo imparato una parola nuova: flashover. E abbiamo rispolverato il mito di Crans-Montana, buen retiro del jet set, tra lo smoking di Roger Moore e i diamanti di Liz Taylor. Un’esclusività che ha spinto Ferruccio de Bortoli, sul Corriere, a una precisazione necessaria: quei ragazzi «sono figli nostri», non «figli di papà».

«Non so se mio figlio sia vivo, in che ospedale sia»

Il bilancio è un bollettino di guerra: quaranta morti e 119 feriti. Molti lottano tra la vita e la morte a causa di ustioni e inalazioni che i medici definiscono «catastrofiche». E poi ci sono i dispersi. Come scrive Repubblica, si fa ricorso all’aritmetica per misurare la probabilità che un figlio non sia tra quei 40 corpi carbonizzati a cui solo il dna restituirà un nome. Su Instagram, una bacheca raccoglie gli appelli dei genitori: si descrivono tatuaggi, cappotti, orecchini. Carla, la mamma di Giovanni, uno dei sei italiani dispersi, prega per una notizia: «Aveva al collo una madonnina d’oro». Laetitia, madre di un sedicenne francese, ripete attonita: «Non so se mio figlio sia vivo, in che ospedale sia, in che Cantone, in che Paese sia». All’uscita dell’ospedale di Sion, una donna abbraccia il figlio sopravvissuto e sussurra «C’est un miracle», quasi a scusarsi davanti alle decine di genitori che attendono ancora un nome.

Intanto i giornalisti cercano storie di eroismo. Trovano quella del padre italiano che insieme a uno sconosciuto è riuscito a forzare la porta sul retro e «ci sono caduti addosso diversi corpi. Di ragazzi vivi ma ustionati. Alcuni coscienti, altri no. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Erano molto piccoli». O del 19enne con un minimo di esperienza nella protezione civile che si è messo ad aiutare i pompieri: «A volte dovevamo poggiare le vittime a terra e “abbandonarle” per andare a prendere quelle che erano ancora all’interno. Più si andava avanti, più avevamo casi estremi. Grandi ustionati. Non c’erano più volti, né capelli. Le persone erano nere, i vestiti si scioglievano nella pelle. Ho visto molta gente morire davanti ai miei occhi».

Collage di diverse foto e screenshot di appelli social per persone scomparse dopo l'incendio di Crans-Montana, con foto di ragazzi e testi in francese e italiano
Il profilo Instagram cransmontana.avisderecherche, creato per aiutare le famiglie a rintracciare i propri cari dopo l’incendio di Crans-Montana

Ora, all’entrata del paese, sotto i riflettori che cercano di illuminare un senso, ci sono persone che sembrano uscite da un presepe senza nascita, senza centro. Molti si raccolgono per lasciare fiori, portare lumini, tenere veglie. Vegliare cosa? Le autorità ripetono che i nomi vanno ancora cercati fra le schegge degli ospedali e le sale mortuarie: l’identificazione è prioritaria, ripetono.

Da Rigopiano al Mottarone, i “rinati” che mancano a Crans-Montana

Non c’è una grotta come a Tham Luang, né macerie da cui estrarre i vivi come a Rigopiano. Dove sono, ci chiediamo, i miracoli visibili a cui la cronaca ci ha abituati, le immagini che “umiliano” la morte di questi ragazzi in abito da sera (e che nei video terribili diffusi dai giornali perdono tempo a filmare il fuoco invece di scappare)? Non si sente il grido «sono Giorgia e sono viva» che lanciò una ragazza sepolta nove anni fa dall’hotel travolto da quattro scosse di terremoto, una tempesta di neve e una micidiale slavina. Non vediamo uscire da una trappola Chicco, venuto alla luce da un tunnel largo qualche decimetro nella neve tra gli applausi dei vigili del fuoco.

Non si sente il pianto fortissimo di Samuele, incastrato tre le lamiere incandescenti dei treni che nell’estate del 2016 si scontrarono tra Corato e Andria, ma vivo. E nemmeno quella di Ciro: ore sotto le macerie della sua casa di Ischia frantumate dal sisma a litigare con il pompiere che scavava, «se non mi tiri fuori ti picchio» e una volta rinato al mondo in mutande, polvere e trascinandosi il fratellino piccolo appresso, proclamare: «Sono la prova che Dio esiste». Non abbiamo notizie di un piccolo Eitan, salvato dall’abbraccio del padre che lo ha stretto a sé, mentre la cabina della funivia del Mottarone indietreggiava e poi precipitava e rimbalzava tra le rocce, facendogli scudo.

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La vita da salvare “in ogni istante”

Ogni tragedia ci precipita a nostra volta nella “videoricostruzione”. Ma non c’è statistica, indagine, non c’è procura che possa rispondere veramente a quei “perché” che non osiamo porci ogni volta che un aereo precipita a terra, che crollano le Vele, che si apre la terra o si abbatte un’onda su di noi: non solo perché è successo, ma (come ben scriveva Davide Rondoni sulle vittime di Stresa) perché si vive e perché si muore. Anche così, carbonizzati, a sedici anni.

La tragedia di Crans-Montana, con la sua assenza di rinati dalle fiamme, i paradossi di chi si è salvato, le “casualità”, l’assenza di scudi paterni sui figli, perfino dei nomi delle vittime, mette a nudo l’evidenza: siamo sempre in pericolo. E tuttavia cosa è a farci esistere, vivere, a muoverci verso un albergo, un bar, un treno, una funivia, una grotta, un luogo di lavoro ogni giorno se non la fiducia nella vita?

Gli esperti chiariranno cosa è andato storto in un bar di Crans-Montana. A noi resta il compito di ricordarci – come ci ricorda qualcuno dai tempi del Titanic – che «la sostanza della vita è che tutto (ogni nostra cosa) è davvero e sempre in pericolo. Il punto non è che la vita è bella e salva quando abbiamo tutte le rassicurazioni possibili per essere al riparo dalle tragedie, ma che è vera (è reale) solo quando tremiamo perché ci accorgiamo che è da salvare in ogni istante, in pericolo, e non è in mano nostra».

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