Il conduttore annuncia querele per diffamazione e violazione di segreto d'ufficio. Ha ragione da vendere. Ma se sei l'inventore del "metodo Report", la tua indignazione merita una pernacchia
Il conduttore di “Report” Sigfrido Ranucci (Foto Ansa)
C'è un giornalista, un faccendiere e una guardia del corpo: pare l'inizio di una barzelletta e invece è la storia strapaesana di un'Italia che proprio non ce la fa a uscire dal dedalo manettaro in cui s'è autorinchiusa da trent'anni.
Essere Sigfrido Ranucci deve essere una pacchia finché il metodo Ranucci non capita a Ranucci. Lì casca l'asino. Lì non c'è più scampo. Lì la Nemesi smette di essere una figura mitologica e diventa una rogna che ti può rovinare una carriera brillantemente costruita sull'insinuazione, lo spiffero, l'allusione.
Ecco, in questa storia dai tanti contorni oscuri che riguarda l'attentato al conduttore di Report in cui pare (pare!) essere implicato un faccendiere con cui il nostro Robin Hood s'attovagliava di frequente, una guardia del corpo, ora riparata in Camerun, loschi figuri che paiono usciti da una serie tv Gomorra style, tutto è così grottesco che se fosse un film lo classificheremmo nel genere fantascientifico.
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