Il senso della tragedia di Crans-Montana
La bella e profonda rubrica di Tempi che appare ogni domenica per merito di Annalisa Teggi (“Casca il mondo”) è sempre molto provocante, nel senso che aiuta ad andare al fondo delle questioni, come è capitato anche sull’attualissimo tema della strage criminale avvenuta in Svizzera nella notte di capodanno. Essa ha provocato la commozione in tutto il mondo per la tragica fine di giovani vite ancora innocenti, insieme alla rabbia ed all’orrore per il comportamento delinquenziale di tanti soggetti. Soprattutto, ha provocato le domande più drammatiche che ogni tragedia non può non generare e che potrebbero sintetizzarsi nella domanda: “che senso hanno il dolore e la vita intera?”.
Uno dei fattori che segnala che nella mia vita personale sono passati tanti anni è che, quando ero giovane, di fronte ad una tragedia venivano chiamati dei sacerdoti, per cercare di alleviare il dolore delle persone coinvolte e, dato il loro status, per tentare di dare un senso a quanto accaduto. La cosa pareva “naturale” a tutti e da tutti accettata. Da un po’ di anni (o decenni) a questa parte, i sacerdoti sono stati sostituiti dagli psicologi, messi a disposizione, meritoriamente, anche dalle istituzioni civili. Da semplice uomo di strada, mi sono posto una domanda: “ma di fronte a tragedie immani come quella svizzera, cosa riesce a dire uno psicologo a persone straziate dal dolore?” e soprattutto, “che cosa riesce a dire di fronte alla domande fondamentali che queste tragedie producono?”
Ne ho parlato con una amica psicologa ed ho capito la grande funzione che la presenza degli psicologi può avere, che è quella di aiutare le persone a non allontanarsi dalla realtà, sostenendole in un non breve cammino che vada in questa direzione. Itinerario indispensabile soprattutto quando la realtà è molto dura e addirittura tragica e con risvolti sociali clamorosi. Sostegno prezioso, dunque, quello fornito dagli psicologi, che, tra l’altro, vengono anche formati in modo specifico ad affrontare i casi particolarmente tragici.
Parole di speranza non retorica
L’intervento dell’amica Teggi su Tempi mi ha fatto sorgere questa ulteriore considerazione. Mi pare che l’intervento dei professionisti, in casi come quello accaduto in questi giorni, sia certamente prezioso e indispensabile, ma non possa essere esaustivo, soprattutto rispetto alle domande di fondo a cui ho appena accennato e verso le quali gli psicologi non si intromettono, anche se le domande rimangono. E se rimangono non possono non essere poste ad un sacerdote, la cui vita è stata investita proprio da chi costituisce il senso di tutta la vita e, quindi e forse soprattutto, delle tragedie.
In questa direzione è stata commovente ed esemplare l’omelia pronunciata a Milano, nella basilica di Santa Maria delle Grazie, dall’arcivescovo mons. Alberto Torriani in occasione del funerale della povera Chiara, che egli aveva avuto come allieva al Collegio San Carlo quando ne era rettore. Un’omelia che, con grande discrezione e delicatezza, riporta la domanda al mistero stesso di Gesù, come a Colui che accoglie ogni dolore e ogni disperazione; e nella parte finale si rivolge con grande carità ad ogni persona investita dalla tragedia.
Un’omelia che ha indicato la direzione a cui guardare con verità e misericordia e che è stata pronunciata a partire da una affezione particolare verso l’intera famiglia di quella vittima innocente. Come ha scritto il grande Chesterton, prima di cambiare le situazioni, occorre amarle. Spero che tutte le persone implicate in qualche modo in quella tragedia abbiano a leggere questa omelia, perché essa, senza nulla nascondere, indica il luogo amorevole di una reale speranza. Anche in questa occasione l’esperienza vissuta concretamente nella Chiesa ha dato la possibilità di dire parole di speranza non retorica di fronte al mistero di un male che non riesce ad abbandonare questo mondo. Mons. Torriani ha contribuito a indicare un cammino reale, a partire dal semplice tocco del manto di Gesù, verso la domanda di fondo della vita.
Tutti, dunque, possiamo condividere il terribile bisogno di senso che la vita di tutti i giorni e le tragedie che incrociano la vita stessa ci pongono: i professionisti con la loro competenza circa l’umano ed i fedeli di Cristo, il quale pianse per la sorte di Gerusalemme ed ebbe compassione per la vedova di Naim e per le sorelle di Lazzaro. In particolare noi cristiani abbiamo la responsabilità tremenda di comunicare speranza anche di fronte alle tragedie più dolorose e devastanti. Siamo stati chiamati per questo.
«Solo la fede può salvarci»
Questo è proprio ciò che ci è stato testimoniato, tramite il Timone, da padre Pablo Pico, parroco di Crans-Montana, il quale è stato chiamato, con urgenza, a recarsi presso il Centro Congressi sia dalla polizia locale sia dalla cappellania dell’Ospedale del Vallese. Padre Pico ha, quindi, condiviso lo straziante dolore di tante famiglie che erano in attesa di conoscere che cosa era successo ai propri figli: «Eravamo tra la vita e la morte. Una “terra di nessuno” umana che ho vissuto come un triduo pasquale, in attesa della luce di Pasqua. Come un lungo Venerdì Santo senza la luce della Pasqua».
Eppure, anche e forse a causa di questa desolazione, padre Pico ci ha detto che «le persone cercavano sostegno, c’era il desiderio di una parola di speranza, di un momento di preghiera. Avevano bisogno di parlare, di capire. Le persone si aggrappavano alla loro fede, si rivolgevano a Dio, anche coloro che non si consideravano credenti o non coinvolti nella fede[…]. Un padre mi ha mandato un messaggio domenica sera dicendo: “solo la fede può salvarci”». Padre Pico non ha visto persone “arrabbiate con Dio”, ma persone tese a chiedere la luce della speranza. Dobbiamo ringraziare padre Pico, che, anche in queste ore di buio, ci ha rivelato la vera e più profonda domanda dell’uomo ferito negli affetti più cari della propria vita. Finito l’Anno Santo della speranza, aggrappati a Cristo (la nostra speranza), possiamo riprendere insieme il cammino, condividendo ogni dolore del mondo. In ogni circostanza, non siamo più soli.
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