Gerusalemme o Babele, il bivio dell’Ai
L’intelligenza artificiale non è solo una sfida tecnologica, ma una questione antropologica e sociale che interpella l’Europa e l’Italia nel loro complesso, e l’enciclica Magnifica Humanitas, con la sua scelta di collocare la rivoluzione digitale tra le “res novae” del nostro tempo, ci ricorda che la tecnologia non è neutrale: assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa, perché in astratto un algoritmo non è né soluzione né male, ma concretamente porta inscritte le finalità, gli interessi e i valori di chi lo governa.
E così la distinzione tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme disinnesca tanto l’entusiasmo ingenuo quanto la paura sterile, restituendo alla questione la sua reale natura, non tecnica, ma di direzione. La regolamentazione, allora, è necessaria, ma non sufficiente, perché servono criteri di discernimento e, soprattutto, una prassi che ponga al centro la dignità della persona, l’inclusione e il bene comune, e in Europa, come in Italia, l’adozione dell’Ai non può limitarsi a inseguire la torre più alta, ma deve ricostruire mura abitabili, più giuste, più trasparenti, più umane.
La preferenza è una cosa seria.
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Innovazione “disarmata”
Le competenze ci sono. In Italia esistono ecosistemi densi di sapere tecnico, etico e normativo, ma la vera domanda è se sapremo trasformare queste conoscenze in una pratica condivisa, dentro le istituzioni e le imprese, prima che lo facciano per noi le emergenze o gli interessi di chi quei sistemi li progetta altrove.
La risposta non può attendere, perché richiede metodo, alleanze e il coraggio di rinunciare agli usi che alimentano la cultura della potenza: sorveglianza indiscriminata, manipolazione dell’immaginario collettivo, automazione che mortifica il lavoro invece di servirlo. L’innovazione, per meritare l’aggettivo “disarmata”, deve essere spogliata dalla logica del dominio e orientata a ridurre i conflitti, includere i fragili, custodire la dignità del lavoro.
Tradurre tutto questo in azioni concrete significa costruire una governance dell’Ai fondata su responsabilità e trasparenza, in cui ogni sistema abbia un titolare identificabile e una catena di accountability ricostruibile, adottare valutazioni d’impatto non solo tecnico ma umano e sociale, andando oltre il mero adempimento richiesto dall’Ai Act europeo e assumendone il vero spirito.
Aggiungere possibilità
Proviamo a tracciare una strada da cui partire con passi concreti, percorribile da tutte le organizzazioni.
- Investire in alfabetizzazione digitale e in una vera alleanza educativa è una delle priorità, perché la comprensione di questi strumenti non resti privilegio di pochi.
- Trattare dati, algoritmi e infrastrutture come beni che hanno una destinazione tendenzialmente universale, contrastando le concentrazioni che producono nuovi divari tra chi partecipa alla rivoluzione digitale e chi ne resta ai margini.
- Avere il coraggio di rinunciare agli usi che alimentano la cultura della potenza, valorizzando quelle storie che evidenziano come nella collaborazione tra esseri umani e algoritmi ci siano esempi che valorizzano anziché delegare.
- Raccontare le azioni di chi si sta impegnando a costruire la Nuova Gerusalemme.
In questo contesto l’esempio della ragazza operata ad Ancona è la dimostrazione concreta di come la tecnologia possa aggiungere possibilità senza sottrarre umanità.
Una diciannovenne spagnola viene sottoposta dal dottor Roberto Trignani a un intervento a cervello aperto per asportare una massa tumorale. Durante l’operazione la paziente, da sveglia, dialogava con i medici nella sua lingua grazie a un sistema di traduzione simultanea che abbiamo messo in campo in una collaborazione tra il nostro Vrai Lab e MedInnovations. L’Ai non si ferma a tradurre, ma analizza anche la stabilità dell’eloquio per supportare chi sta operando quel cervello vivo in quegli istanti decisivi. In questo contesto l’intelligenza artificiale non ha sostituito il lavoro umano: ha tenuto aperto un canale di fiducia tra chi curava e chi veniva curata, permettendo alla ragazza di sentirsi compresa, accompagnata, mai sola.
Quella idea è nata ed è stato possibile realizzarla perché mondi lontani (neurochirurghi, neuropsicologi, mediatori culturali, ingegneri) hanno scelto di parlarsi, di contaminarsi, di costruire insieme una soluzione che nessuna disciplina, da sola, avrebbe potuto offrire. La passione per l’innovazione, se ridotta a fascinazione per l’ultimo modello o l’ultimo algoritmo, è poca cosa, mentre diventa forza quando si mette in ascolto di un bisogno concreto e accetta di farsi guidare da chi quel bisogno lo conosce da vicino.
Libertà, non dominazione
Per tutto questo l’Italia e l’Europa hanno oggi una scelta: diventare laboratori di comunione o architetti di Babele. La competenza non manca, ma serve la volontà di sporcarsi le mani nel cantiere del nostro tempo, costruendo una governance dell’Ai fondata su responsabilità, trasparenza e inclusione.
La ragazza operata ad Ancona ha ricordato a tutti noi “creatori” di Ai, senza saperlo, perché facciamo questo mestiere: non per le macchine, ma per le persone. Questa è la bussola che dovrebbe guidare ogni nostro passo, verso un futuro in cui l’intelligenza artificiale sia uno strumento di libertà, non di dominazione.
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Emanuele Frontoni, autore di questo articlo, è professore ordinario di Informatica all’Università di Macerata e co-director del Vrai Lab, affiliated researcher dell’Istituto italiano di Tecnologia di Genova e dal 2022 direttore scientifico del NemoLab, presso l’ospedale Niguarda di Milano. La sua attività di ricerca si concentra nel settore dell’intelligenza e della visione artificiale, dell’analisi del comportamento umano, della realtà aumentata e degli spazi sensibili. È autore di oltre 300 articoli internazionali. Dal 2021 è inserito nella annuale lista “World’s Top 2% Scientists” curata dalla Stanford University e dalla Elsevier, che elenca il 2 per cento degli scienziati più citati al mondo.
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di luglio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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