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Sud Sudan, 500 morti in pochi giorni. «È difficile dire se il peggio è passato»

dicembre 20, 2013 Leone Grotti

La situazione sembra tornata calma nella capitale Juba dopo giorni di scontri tra i soldati del presidente Kiir e dell’ex vicepresidente Machar, afferma a tempi.it Enrica Valentini, direttrice del Network delle radio cattoliche

Sembra ritornata la calma a Juba, la capitale del Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo che si è staccato ufficialmente dal Sudan nel luglio 2011 con un referendum dopo oltre 20 anni di guerra civile con il Nord musulmano costato la vita a oltre due milioni di persone. In settimana scontri sanguinosi tra i soldati fedeli al presidente Salva Kiir e i “ribelli” del vicepresidente deposto Riek Machar hanno fatto tra le 400 e le 500 vittime. «La gente è tornata al lavoro nella capitale, l’aeroporto ha riaperto, taxi e autobus circolano per le strade», conferma a tempi.it Enrica Valentini, direttrice del Network delle radio cattoliche in Sud Sudan, l’unico mezzo di comunicazione in molte zone del paese.

«LA GENTE HA ANCORA PAURA». «Il coprifuoco c’è ancora ma è solo dalle sei di sera alle sei del mattino – continua Valentini – Però molti dei 20 mila sfollati scappati dalle zone dove si è combattuto e che si sono rifugiati negli edifici dell’Onu non vogliono tornare a casa. Hanno ancora paura». Anche nel paese africano la gente fatica a capire che cosa di preciso abbia scatenato la violenza, che secondo il presidente americano Barack Obama potrebbero far cadere «nel precipizio» il Sud Sudan.
«Alla base lo scontro è politico, Machar ha chiesto per trattare le dimissioni di Salva Kiir (foto a fianco, ndr), ma in pochi credono che abbia davvero la forza per deporre il presidente».

DIVISIONI TRIBALI. Intanto, però, le parti hanno soffiato sul fuoco delle divisioni tribali: «L’elemento tribale è stato tirato in ballo dopo ed è servito a fomentare le divergenze politiche. Qui è più facile mobilitare la gente sulla base etnica che non a livello politico, che interessa poco alla gente. Invece scatenare un conflitto su base tribale è più semplice e tante persone sono scappate proprio perché temevano la tribù nemica», afferma Valentini.

RIENTRO DEGLI ITALIANI. Negli scontri a fuoco sono morte circa 500 persone, «anche se non ci sono stime ufficiali». E se a Juba non si combatte più, «a Bor e nella zona al confine con il Sudan dove ci sono i pozzi petroliferi si combatte ancora ed è difficile dire se il peggio è passato. Il fatto che sia stato risvegliato l’elemento tribale non è certo un buon segno».
Il Regno Unito, aspettando gli sviluppi del conflitto, ha ordinato l’evacuazione di tutti i cittadini inglesi dal paese. L’Italia ha riportato indietro 34 cittadini italiani ma non ha imposto di lasciare il Sud Sudan: «Ci sono ancora circa 50 italiani. Ci hanno chiamato dall’ambasciata ma non ci hanno imposto di lasciare il paese. Speriamo ora che prevalga il dialogo tra le parti in guerra, nessuno si aspettava questa esplosione di violenza».

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