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Stamina, fecondazione, Eluana Englaro, legge elettorale: è lo Stato giudiziario italiano a essere incostituzionale

dicembre 14, 2013 Luigi Amicone

Urge una mossa riformista per tornare a una nazione normale dove la toga non fa il politico, il legislatore, l’opinionista

giustizia-renzi-tempi-copertina (1)«Il ricorso al Tar è diventato un comodo e poco costoso strumento di blocco contro ogni decisione che non fa comodo, penetrando ormai in ogni aspetto della vita del paese» (Romano Prodi)

Nel paese dei ricorsi. Il Ricorso. Quello definitivo. Quello il cui verdetto azzera un settennato di vita repubblicana. Quello la cui perfezione soccorre e certifica la stabilità di un “governo del Presidente”. Quello che perfino nel mausoleo dei parrucconi della “Costituzione più bella del mondo” viene definito “pessimo” (Eugenio Scalfari), perché suggella l’impasse istituzionale e consegna il governo Letta all’assedio extraparlamentare delle truppe di Grillo, dei club di Silvio, del popolo dei forconi. L’esecutivo entrerà in crisi nonostante il “patto di non belligerenza” stipulato tra Renzi e Letta? Verrà giù tutto e l’Italia guiderà il semestre europeo da posizione di Stato in curatela fallimentare?

O invece “il patto” reggerà e il (Renzi)-Letta-Napolitano ci stupirà con riforme anche della giustizia, visto e considerato che di lì passano le forche caudine che terrorizzano da molti lustri politica e governi? Nel paese dei ricorsi. Intanto, la Corte tira giù il “porcellum” e ci riporta alla Prima Repubblica del proporzionale secco. Tira giù, la Corte delle corti, la legge con cui gli italiani hanno eletto parlamenti a maggioranze di opposto colore, due governi politici (Prodi, Berlusconi) e due di Re Giorgio. Uno del Tecnico (Monti) e l’altro di ex Larghe Intese (Letta).
Dunque, incostituzionale è la legge delle leggi. Quella su cui campano (ormai delegittimati) parlamento e governo. 148 deputati che non si capisce se e come verranno convalidati. I consigli di tutte le regioni italiane. Ma di incostituzionale c’è solo quella maialata lì? No. Nel paese dei ricorsi, qui e là, un po’ a singhiozzo, un po’ perché la politica è da vent’anni sotto schiaffo, un po’ perché si fa presto a dire “amore”, i dubbi di incostituzionalità sono spuntati un po’ ovunque, tra corti ordinarie e corti amministrative, corti contabili e corti mediatiche.

Ieri Di Bella oggi Vannoni
È spuntato, il dubbio di incostituzionalità, in un verdetto di corte cagliaritana che non gli andava a genio la legge così come era stata approvata dagli italiani nel referendum sulla fecondazione assistita. E in quella veneziana, che rinviava alla Corte Europea l’ateistica obiezione alla croce esposta, nel rispetto delle leggi italiane, nei locali pubblici italiani. Nella corte milanese che affettava costituzionalità nel riconoscere a papà Beppino Englaro il diritto a sentenziare la “buona morte” per fame e per sete a una figlia disabile, sebbene in Italia non esista una legge sull’eutanasia. E in quella bolognese, che, al contrario di una fiorentina che dichiarava marito e moglie, con cinque figli, sposati da trent’anni, inabili ad adottare il sesto bambino, concedeva l’adozione a una coppia omosessuale.
Ed è spuntato, il dubbio di sentenze a norma di Costituzione, in almeno due verdetti di rito ambrosiano. Nel primo, 12 febbraio dell’anno in corso, che ritenendo ininfluente il segreto di Stato opposto da ben tre governi di ben tre diversi colori (Prodi, Berlusconi, Monti), ha condannato i vertici antiterrorismo italiani per concorso con i vertici dei servizi segreti americani nel sequestro dell’imam Abu Omar. Nel secondo, di settimana scorsa, che condannando l’imam Abu Omar per concorso in terrorismo sembra abbia un po’ smentito le sconcertanti conclusioni del precedente. 

Nel paese dei ricorsi. Volete che anche nelle società scientifiche e nel concreto fare della medicina non ci metta becco il giudice? In effetti, l’autorevole rivista scientifica Nature ha appena consigliato i ricercatori di far fagotto dal nostro paese. «L’Italia non è paese per scienziati». E non lo è perché, come notò il Lancet, numero uno delle riviste mediche internazionali, in Italia comandano «i giudici clinici» invece che «il giudizio clinico». In sintesi, dirimeva Lancet, «È fuori luogo che la magistratura italiana abbia il potere di accantonare piani di prescrizione stabiliti con accuratezza sulla base di opinioni cliniche di poco valore». Il drastico monito riguardava il verdetto pronunciato da un allora giudice di Maglie (amena località in provincia di Lecce). Il quale non solo aveva deciso di avvalorare uno strambo trattamento anticancro a base di melatonina. Ma aveva anche prescritto che il sistema sanitario nazionale se ne facesse carico in solido.

Niente è cambiato dal lontano 1998. Ieri la “cura Di Bella”, oggi la “cura Vannoni”. In Italia rivolgiti alle Iene e poi fai ricorso a un giudice. Otterrai soddisfazione. Succede tutt’oggi, appunto, col caso Stamina. Giusto qualche giorno fa il Tar del Lazio ha autorizzato la cura Vannoni contro ogni evidenza scientifica e contro il pronunciamento dell’apposita Commissione scientifica a cui il ministero della Salute aveva affidato il giudizio.
Già, «se si sostiene che un elefante vola, poi bisogna dimostrarlo», ha commentato amaramente Angelo Vescovi, l’asso italiano delle staminali. Ma tant’è, la sentenza laziale ha bollato di “prevenuti” i membri della Commissione scientifica ministeriale. Il che, per altro, si sposa con la sentenza dei giudici che hanno condannato i sette scienziati della Commissione per la prevenzione e la previsione dei Grandi Rischi (il massimo organo consultivo della Protezione Civile italiana) «per analisi negligente del rischio simico». Ovverosia, per non aver previsto il terremoto a L’Aquila. 

Nel paese dei ricorsi. L’Italia non è solo il paese dell’incostituzionalità latente e la Mecca per la soluzione in via giudiziaria di casi d’amore e morte, medicina e geologia. L’Italia è anche la patria della rapsodica ma relativa “certezza del diritto”. Per esempio (se ne’è lamentato perfino Luciano Violante), guai a concedere l’onore della difesa a Silvio Berlusconi e un passaggio all’Alta Corte della legge Severino. In compenso, però, ha fatto molto e positivo discutere l’eccezione di incostituzionalità avanzata da un giudice della Corte dei Conti del Lazio per un ventennio di finanziamenti ai partiti, che leggi successive al ’93 hanno consentito ma il referendum del ’93 aveva abolito.
All’inverso, nessun giudice contabile ha notato che se sono incostituzionali vent’anni di finanziamenti ai partiti, in quanto abusivamente ripristinati dalle leggi nonostante la loro abrogazione per via referendaria nel ’93; tanto più dovrebbero essere incostituzionali le leggi (e in particolare la legge Vassalli) che in questi ventisei anni dall’approvazione del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (approvato nel 1987 con l’80 per cento dei “sì”) hanno ripristinato abusivamente l’irresponsabilità dei magistrati attraverso norme che mettono in capo allo Stato, cioé ai cittadini, la responsabilità civile e, quindi, gli indennizzi per gli errori commessi dai magistrati.

Incostituzionale e in «violazione dei diritti umani» (così ha sentenziato la Corte europea che ha condannato lo Stato italiano, cioè i cittadini, a una “multa” di 1 miliardo di euro, da versare entro la primavera 2014 se la situazione non cambierà) è il sovraffollamento nelle nostre carceri. E incostituzionale è il nostro regime penitenziario, definito dalle corti internazionali, da “tortura”. Risulta che un organismo sindacale della funzione togata (Associazione nazionale magistrati) o il massimo organo di autogoverno dei magistrati (Consiglio superiore della magistratura), abbia mai sanzionato, chessò, l’uso abnorme o da “tortura” di certa custodia cautelare?

Ma se sul fronte della giustizia penale giudicante l’Italia si distingue per varietà e fantasia, che dire della giustizia penale inquirente? Il caso Berlusconi? Una pinzillacchera rispetto a una moltitudine di vicende giudiziarie che rinviano a un sistema esploso per eccesso di politicizzazione e di esposizione mediatica. Non solo tra pubblici ministeri e giudici urgerebbe alzare un muro di separatezza, visto che il loro lavorare gomito a gomito – tra alternanza di carriere, sodalizi amorosi, reciproci favori – tende a ledere l’autonomia e l’indipendenza di entrambi. Ma «bisognerebbe separare le carriere tra magistrati e giornalisti», disse una volta Violante. Infatti, tra magistrati e cronisti è corsa a rubarsi il mestiere. Appunti della polizia giudiziaria, intercettazioni, atti secretati. Tutto arriva sul desk dei giornalisti “amici”. E viene puntualmente riversato in pagina. Prima e fuori da ogni processo.

Così, quando un imputato già marchiato d’infamia arriva a dibattimento, condannato o assolto che sia, la sentenza non interessa più a nessuno. Mentre risulta interessante il fatto che, a un certo punto della sua carriera il magistrato si assicuri anche la tessera di giornalista (caso Ingroia). Già, perché se un magistrato come fu l’attuale sindaco di Napoli firma un atto di perquisizione con motivazioni che occupano 275 pagine invece che la solita paginetta o due, è evidente che finito il segreto istruttorio comincia un altro mestiere. Così, invece di fare i processi, si sfasciano le persone e si sfascia l’informazione. E naturalmente in questi vent’anni si è sfasciata la Giustizia.

Obbligo o discrezionalità penale?
Mettete in fila da Enimont all’Eni, da Finmeccanica all’Ilva, da Why Not ai ministri di Giustizia Mancuso, Mastella e Cancellieri. Mettete in fila il (discrezionale) “controllo di legalità” che non è previsto in nessun articolo della Costituzione ma che consiglia le amministrazioni centrali e locali di passare al vaglio delle magistrature leggi e regolamenti, atti e delibere. Cosa rimane di un Governo del paese? In Italia vige l’obbligo dell’azione penale, si dice. Somma ipocrisia. Bastano i 5 milioni 248 mila 898 procedimenti penali pendenti al 26 maggio 2013 (fonte Istat-ministero di Giustizia) a dimostrare che l’obbligo si è tramutato in discrezionalità!

In compenso siamo l’unico paese europeo dove il pm mantiene una funzione giurisdizionale pur ricoprendo un ruolo anche politico (in quanto dal pm dipendono le forze governative di polizia, fiamme gialle e carabinieri). Dopo di che, il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano ha detto chiaro e tondo che «Adesso il Pd non ha più alibi a procedere insieme a noi alla riforma della Giustizia». L’ha detto il numero due del governo. Ed è nel programma del “Rottamatore” che del governo Letta è il nuovo principale azionista e vuole che «il governo in un anno faccia cose». Bene. Quali “cose” farà il governo in materia di giustizia? Chissà se sulla vicenda Re Giorgio vigilerà come ha vigilato sul “caso Berlusconi”.

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2 Commenti

  1. giovanni scrive:

    La riforma della giustizia è come la bella di Pizzighettone, “tutti la volevano e nessuno la prendeva”

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