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Senza stipendio da sei mesi, 30 “angeli” continuano ad assistere gli anziani: «Non possiamo abbandonarli»

giugno 25, 2013 Chiara Rizzo

Dalla Basilicata la storia emblematica delle dipendenti di una cooperativa. Edvige: «Io e mio figlio disoccupato siamo messi male. Ma per i nostri vecchietti noi siamo angeli»

Lavorano per amore, perché lo stipendio non lo ricevono da sei mesi. Colpa del patto di stabilità, ma anche delle scelte degli amministratori locali che penalizzano per primo il settore welfare. Da dieci comuni arroccati sui colli della Basilicata, nell’area del Vulture, in provincia di Potenza, arriva una storia che racconta casi diffusi su tutta la penisola. Questo riguarda trenta lavoratrici, tutte italiane, età media 45 anni, spesso monoreddito: sono le dipendenti di alcune cooperative riunite nel Consorzio Cooperativa Solidarietà di Potenza, e si occupano di assistenza agli anziani. I problemi vanno avanti da almeno un anno, ma è appunto da gennaio che la situazione è diventata critica, tanto che le lavoratrici si sono rivolte ai sindacati per denunciarla.

«RITARDI CRONICI». Edvige Mecca, 52enne di Melfi, racconta la vicenda a tempi.it: «Lavoro come assistente per gli anziani dal 2001. Da un paio di anni la situazione degli stipendi si è complicata e da un anno i ritardi nei pagamenti sono divenuti cronici. Attualmente il ritardo accumulato è di sei mesi. È un disastro per la mia famiglia, dato che sono l’unica portatrice di reddito: io vivo con mio figlio, di 26 anni, che è disoccupato da due anni e non trova lavoro. Stiamo in una casa popolare e per fortuna mi hanno ridotto l’affitto da 65 a 45 euro, ma siamo messi male. Chiedo aiuto a mia madre che prende la pensione di mio padre. Ha 82 anni,  prego che resti in vita il più a lungo possibile, senza di lei non ce la farei».

«CONTINUIAMO A LAVORARE». Malgrado le difficoltà, però, Edvige «come tutte le mie colleghe» non non se la sente di smettere. «Anche se potessi interrompere il lavoro, non lo farei. Da dodici anni, dal lunedì al sabato, per tre ore al mattino mi occupo di una vecchietta. Con l’altra signora che assisto lavoro da nove anni. Sono per me come mia madre, non potrei lasciarle. La prima di queste signore è malata di Alzheimer, è semi-allettata, non riconosce neppure i figli. Però la mia voce sì. Le faccio tutto: mi occupo della sua pulizia personale e di quella della casa, cucino e le do da mangiare. Al pomeriggio poi vado dall’altra signora, che si fida solo di me per la cura dell’igiene personale. Non connette del tutto, ma per fortuna sta bene, così la vado a prendere con la macchina e la porto a passeggio. In questo mestiere, io e le mie colleghe siamo un po’ la vecchia guardia. Tra le nuove leve non ce n’è più di italiane. Noi amiamo il rapporto con la persona, quella relazione che si crea con i nostri vecchietti. Vedere come ci aspettano ogni giorno, come se fossimo i loro angeli, è una gratificazione che non si può spiegare. Ecco perché non le lasciamo. Alcune di noi mettono persino soldi di tasca propria, per pagare gli spostamenti in auto».

I COMUNI NON PAGANO. Secondo Edvige la responsabilità dei mancati pagamenti non è dei suoi datori di lavoro: «Le cooperative mai ci hanno negato un pagamento quando hanno incassato. Me se non vengono pagate dai Comuni non possono versarci gli stipendi». Conferma Michele Finizio, presidente del Consorzio: «La vicenda di queste trenta donne è solo la punta dell’iceberg. Nella città di Potenza, per esempio, ci sono moltissime nostre lavoratrici negli asili nido che gli stipendi li prendono a singhiozzo da un anno e mezzo, oppure non li ricevono affatto». Finzio spiega che gli stipendi dei 30 “angeli” del Vulture sono coperti al 75 per cento dalla Regione e al 25 per cento dai Comuni che hanno aderito al servizio: «La Regione Basilicata, sebbene con lentezza, i fondi li sblocca ogni anno. I Comuni invece usano le risorse per fare altro, dato che i fondi per il welfare non hanno un vincolo di spesa».

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