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Il piccolo tuareg che, morendo sotto i miei occhi, mi fece capire il Vangelo

agosto 9, 2013 Piero Gheddo

Burkina Faso, Sahel. Un neonato ridotto a pelle e ossa dagli stenti, un missionario costretto a osservare impotente la sua agonia. Il racconto di padre Piero Gheddo

Sono in vacanza a Marina di Pietrasanta (Lucca), nella casa al mare della diocesi di Prato “La Versiliana”, un pensionato per famiglie e religiosi con 180 posti letto, cappella interna e una spiaggia riservata con i nostri ombrelloni. Molte famiglie e tanti bambini in casa e al mare che danno gioia e rallegrano la vista. Sabato 3 e domenica 4 agosto ho celebrato la Santa Messa nel cortile per circa 200 fedeli, commentando il Vangelo della XVIII domenica dell’Anno C (Luca 12, 13-21): la parabola del ricco stolto che programmava di poter vivere senza problemi e divertendosi «perché aveva molte ricchezze» e quella notte stessa Dio lo chiama a rendere conto della sua vita. Gesù dice: «Così è di chi accumula ricchezze per sé e non arricchisce davanti a Dio… Tenetevi lontani da ogni avarizia perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni».

Per spiegare il Vangelo ho raccontato un esempio di vita missionaria. Nel 1985 per la regione del Sahel, sotto il deserto del Sahara, erano gli anni della grande siccità e carestia. Ho visitato per Avvenire il Burkina Faso, con schiere di contadini in fuga verso il sud dove c’erano i campi profughi della Croce Rossa, dell’Onu e della Caritas. Un missionario francese mi porta in jeep verso il grande Nord, villaggi abbandonati, pozzi senz’acqua, campi bruciati dal sole impietoso e giungiamo alla fattoria-scuola di Nanorò nella steppa pre-desertica, dove da mezzo secolo i Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri (Torino) insegnano alla gente a trattenere l’acqua con canali, laghetti artificiali e altri accorgimenti, perché anche nel Sahara piove e l’acqua fa fiorire il deserto per qualche giorno, ma poi si perde nel sottosuolo. La regione di Nanorò è tutta verde e densamente abitata. Un mattino attraversando il cortile della missione con un missionario per andare in chiesa a celebrare la Messa, nella luce del sole nascente vediamo due uomini e una donna anziana con un fagottino in braccio che vengono verso di noi. Hanno camminato per ore nella notte e sono giunti alla missione. La donna apre gli stracci del fagottino: c’è un bambino dei tuareg di pochi mesi che sta morendo disidratato perché la mamma è morta da alcuni giorni, non ha più avuto il latte necessario alla vita.

Le suore accolgono la nonna e i due uomini, danno da mangiare e da bere agli adulti e due suore immergono il bambino in una vaschetta d’acqua tiepida, lo frizionano per farlo sorridere, mettono nella sua boccuccia un po’ di zucchero e poi il biberon con latte, gli fanno una iniezione di acqua nelle vene. Il piccolo ha qualche reazione e sembra sorridere, ma purtroppo muore nel pomeriggio, nonostante le cure materne delle suore. Mentre lo osservo impotente nella sua agonia, povero ragnetto pelle e ossa, mi commuovo e prego: «Padre nostro che sei nei Cieli, l’hai creato tu questo povero bambino, come hai creato me. Perché a me hai dato tanto e a questo piccolo uomo hai dato niente? Non siamo tutti e due figli tuoi allo stesso modo? Io ho ricevuto tutto e lui niente… ma tu, Padre santo, vuoi bene anche a lui come vuoi bene a me?».

Ecco il Vangelo del ricco stolto attualizzato a tante situazioni simili del nostro tempo. Noi italiani siamo fra i privilegiati dell’umanità perché abbiamo ricevuto la fede e perché viviamo in un paese e in una Europa che da duemila anni sono stati trasformati dalla fede in Cristo e dalla vita cristiana e oggi viviamo una situazione di pace e di sviluppo, di libertà e di rispetto dei diritti dell’uomo, della donna e del bambino, che non ha eguali nel mondo intero. La risposta agli interrogativi del Vangelo la dà Gesù stesso: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Luca 10,27), questo il «comandamento nuovo» in base al quale saremo tutti giudicati. «Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo agli altri» (Matteo 10,8). «Il vostro superfluo datelo ai poveri» (Luca 11,41). Ma il mio superfluo va giudicato non in base al mio benessere e al mio egoismo, ma alle necessità dei miei fratelli e sorelle, che sono tutti i popoli del mondo, specialmente là dove i missionari, le suore e i volontari testimoniano il Comandamento nuovo dell’amore al prossimo, a tutto il prossimo creato dallo stesso Padre che sta nei Cieli.

tratto dal blog di padre Piero Gheddo

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