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Ancora vi fidate del Partito? La notizia non è la (presunta) riforma dei campi forzati ma la rivolta dei giornalisti

gennaio 8, 2013 Leone Grotti

Per cambiare, la Cina non può sperare sulle piccole misure di «autodisciplina» del partito comunista o contare sulle briciole che la leadership concede in termini di libertà ai cittadini. Deve puntare invece su un cambiamento della società civile. Il cambiamento parte dal basso, insomma, non dall’alto. Così dicevano poche settimane fa a tempi.it il grande dissidente cinese Harry Wu e l’esperto dell’università di Nottingham Steve Tsang. Ed è per questo che molti giornali sbagliano a dare grande risalto alla notizia della presunta riforma dei laojiao, campi di “rieducazione attraverso lavoro”, e non alla rivolta di Guangzhou, dove centinaia di persone si sono unite allo staff editoriale del Southern Weekend (o Southern Weekly), uno dei più grandi e autorevoli giornali di tutta la Cina, contro la censura imposta dal partito comunista.

RIEDUCAZIONE ATTRAVERSO IL LAVORO. Ieri il governo cinese ha fatto trapelare la notizia secondo cui la nuova leadership avrebbe intenzione di «abolire» i laojiao (non i laogai), i campi di lavoro a cui vengono destinati (spesso senza processo) per tre o quattro anni cristiani, membri del Falun Gong o criminali comuni. Qui i detenuti, attualmente oltre 190 mila dislocati in 320 campi, lavorano per le ditte statali in condizioni di vita pessime e subiscono il lavaggio del cervello. Spesso la polizia vi rinchiude anche chi viene prosciolto legalmente dai tribunali. La notizia, molto importante in sé, è stata poi ridimensionata dai media ufficiali cinesi come Xinhua che ha parlato di più generica «riforma». Secondo alcuni analisti, anche la notizia originale parlava di «fermare» e non «abolire» i laojiao.

CAMBIAMENTO VERO O FINTO? Anche per questo motivo, molti conoscitori del Dragone hanno tenuto a freno l’euforia. Succede spesso, come accaduto nel caso della Legge sul figlio unico, che venga annunciato un cambiamento, senza che alle parole seguano i fatti. Ecco perché Maya Wang, ricercatrice presso Human Rights Watch, ha detto: «Di certo l’annuncio è un passo positivo in sé, ma siamo ancora molto lontani dal capire cosa ci riserva il futuro. Il governo intende fare dei cambiamenti puramente estetici al sistema, dandogli un altro nome? Se non viene abolito del tutto, il sistema ne creerà un altro e non si farà nulla per fermare gli abusi quotidiani». Altri dissidenti affermano di volere «vedere con i nostri occhi» il risultato di queste affermazioni prima di esultare.

LA PROTESTA DEI GIORNALISTI. Ecco perché vale la pena di dare risalto a un altro fatto molto, se non più, importante: la protesta dei giornalisti, appoggiata da tantissimi cittadini comuni, del Southern Weekly contro la censura del Partito comunista. Quello che è considerato il giornale più indipendente della Cina nel primo numero di ogni anno scrive un editoriale molto seguito sulle prospettive per l’anno nuovo. Quello di quest’anno si intitolava “Il sogno della Cina, il sogno del costituzionalismo”, in cui si affermava che i cinesi potevano sperare di realizzare i loro sogni se si attuava la Costituzione, che garantisce molte libertà nei fatti negate, e si promuovevano riforme democratiche. Il giorno prima dell’uscita in edicola, però, il capo provinciale della propaganda Tuo Zhen ha obbligato il giornale a mettere al suo posto un altro editoriale, dal titolo “Perseguire i sogni”, in cui si magnifica il partito comunista e la sua nuova guida e si afferma che il popolo cinese è più vicino a realizzare i suoi sogni. Nell’articolo era presente anche un vistoso refuso. La censura dei giornali in Cina è routine ma l’intervento questa volta è stato tanto massiccio e sostanziale da scatenare le ire dei giornalisti.

LE PETIZIONI. Per questo centinaia di giornalisti, intellettuali e utenti di internet hanno firmato una petizione condannando la mancanza di libertà di stampa e la censura. Una seconda petizione ha chiesto il licenziamento di Tuo Zhen: «Dopo due giorni dalla nostra richiesta di un’indagine formale sull’accaduto, non solo non è stato chiarito niente, ma sempre più persone che chiedono la verità sono state messe a tacere. Ma l’incidente nel primo dell’anno è stato come il fusibile su un detonatore: siamo davanti a una censura ingiustificabile, all’omicidio di articoli e di intere pagine di giornale. Oltre mille articoli sono stati censurati o riscritti lo scorso anno».

ANCORA CENSURA E SCIOPERO. Dopo l’oscuramento di siti e microblog di giornalisti e semplici utenti, colpevoli di aver protestato contro il governo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il tentativo del governo di affermare che l’editoriale, in realtà, era stato scritto dai giornalisti del Southern Weekly. Per questo ieri lo staff editoriale, insieme a quasi mille persone, ha protestato davanti alla sede del giornale: uno sciopero così non si vedeva in Cina da anni. Due le richieste: riformare il sistema della censura in Cina e licenziare Tuo Zhen.

LA NOTA POSITIVA. Ora vedremo nei fatti la reale intenzione del presidente in pectore della Cina Xi Jinping (sarà nominato ufficialmente a marzo) di attuare le riforme nel paese. Gli ufficiali di partito della provincia e i responsabili del giornale stanno trattando per porre fine allo sciopero: vedremo se la Cina rinuncerà alla censura, cosa molto difficile, intanto però la società civile si è mossa e questo conta più di mille annunci di presunte riforme.

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