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Alla partita si raccolgono fondi per la ricerca. Ma gli animalisti “bombardano” e fanno saltare tutto

marzo 15, 2014 Emmanuele Michela

La squadra di volley femminile di Busto Arsizio avrebbe giocato domenica per finanziare studi sulla Sindrome di Rett. Ma nei laboratori si usano i topi: parte il boicottaggio con “mail bombing” promosso dalla Lav

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Doveva essere l’occasione per promuovere una raccolta fondi a favore della ricerca contro la sindrome di Rett, invece il match di pallavolo femminile di domenica sera tra l’Unendo Yamamay Busto Arsizio e la Robur Tiboni Urbino sarà una normale gara di campionato, senza alcuna iniziativa a margine. E il tutto perché in questi giorni il club lombardo di volley è stato oggetto di un “mail bombing” da parte degli animalisti, un boicottaggio promosso dagli attivisti locali della Lega anti-vivisezione (Lav) che contestavano alla squadra lombarda la scelta di sostenere un settore della ricerca dove si sperimenta direttamente sugli animali.

LA LOTTERIA. È stata la stessa squadra di volley a comunicare l’annullamento dell’iniziativa, con «sentimenti di profonda tristezza per la vicenda che si è generata e che ha gratuitamente arrecato grave pregiudizio alle persone quotidianamente impegnate nella ricerca medica contro questa terribile malattia». Non pensavano di ricevere così tante contestazioni – l’Unendo Yamamay e due dei principali sponsor – per un’iniziativa che chiunque definirebbe lodevole: i fondi sarebbero stati raccolti attraverso una lotteria benefica per poi essere consegnati all’Associazione ProRett e al laboratorio di Epigenetica dell’Università dell’Insubria, diretto dalla professoressa Nicoletta Landsberger, che lavora proprio per cercare una cura alla Sindrome di Rett. A oggi, infatti, non esistono terapie per curare questo disordine neurologico, che colpisce in prevalenza le bambine entro i primi 4 anni di vita, causando una perdita delle abilità acquisite e portando a un grave stato di disabilità. Ma quel laboratorio è da tempo oggetto di critiche degli animalisti proprio per l’uso di cavie a scopo di ricerca. E così addio al concorso benefico.

STAMATTINA LO STOP. Come si apprende da VareseNews, inizialmente la Inticom, società proprietaria del marchio Yamamay, aveva dato risposta ad alcuni animalisti: «Il sostegno alla ricerca è un accrescimento, una grandissima opportunità per la società tutta e un gesto di grande solidarietà da parte delle aziende che a tal fine si adoperano». Ma più mail arrivavano e più la situazione si faceva preoccupante, così la squadra non se l’è sentita di portare avanti l’iniziativa, e d’accordo con l’Associazione ProRett ha annullato la raccolta. «Lottiamo ogni giorno per il nostro lavoro e vorremmo che la società civile fosse al nostro fianco, e non contro di noi», è stato invece il commento della dottoressa Landsberger. «Quanto è accaduto ci ferisce come ricercatori e come esseri umani, perché famiglie già provate e sofferenti in questa occasione si sentono ancora più sole. Non si può privare queste persone della speranza: abbiamo bisogno di far comprendere l’importanza della ricerca per il benessere dell’umanità».

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8 Commenti

  1. ANGELO scrive:

    Soliti nazisti rossi

  2. giesse scrive:

    In questi tempi di propaganda dei diritti, oltre a diventare omofobo mi sta prendendo una insofferenza verso gli animali domestici; primo ad accorgersene il cane di casa.
    Lo chiamano effetto nocebo.

    • giovanni scrive:

      Esempio di stupido animalismo dilagante. Su un marciapiede sta camminando con molta difficoltà un anziano signore con il bastone, due signore con rispettivi cani che si annusano, sono ferme e occupano gran parte del marciapiede. Il signore per non scendere dal marciapiede da un leggero colpetto al cane che tranquillamente si sposta. Non l’avesse mai fatto, la “mamma” del cagnetto a cominciato ad inveire contro l’anziano, sono intervenuto anch’io e la cosa è finita a male parole. Ammetto che la voglia di usare il bastone è stata grande!!

  3. Giulio Dante Guerra scrive:

    Non si capisce che cosa questa gente pensi sul modo in cui andrebbe, secondo loro, fatta la ricerca su nuovi farmaci, o nuovi materiali per protesi o sistemi di rilascio controllato di farmaci nell’organismo: i “biomateriali”, della cui sintesi mi sono occupato nel CNR per una trentina d’anni. Parlano, genericamente, di “metodi alternativi” alla sperimentazione “in vivo”, molto spesso senza nemmeno sapere di che cosa stanno parlando; a volte, si “sbilanciano”, accennando alle “colture cellulari”. Come se le cellule che compongono queste colture “piovessero dal cielo”, e non provenissero anch’esse da organismi viventi. O, magari, credono che siano “sintetiche”, avendo “orecchiato” l’articolo di Katherine Bourzac, “Vite parallele”, pubblicato tre anni fa su “Technology Review, la rivista del Massachusetts Institute of Technology per l’innovazione, edizione italiana”, anno XXIII, n. 1, gennaio/febbraio 2011, pagg. 72-75… Come era già stato fatto notare da parecchi esperti del settore già prima che la notizia “rimbalzasse” in Italia, chiamare “vita artificiale” i risultati del gruppo statunitense era per lo meno arrischiato.

    • Ellas scrive:

      Se il premio agli animalisti si chiama premio Hitler, un motivo c’è: la vita umana conta poco.

      Mettiamo in rapporto che dovessero esserci più animali che umani, chiaramente molti, che non possono più essere curati ritornerebbero o acquisirebbero uno stato selvatico.

  4. Federico scrive:

    Il problema è a monte. Iniziamo a raccogliere fondi contro gli animalisti.
    Ed a raccogliere fondi per la ricerca dove si salva la vita e la salute umana.

  5. Angelo Camanzi scrive:

    Il primo sbaglio, veniale, è stato sottovalutare la potenza di fuoco via internet di coloro – e non sono pochi – che preferiscono il benessere degli animali a quello delle persone. Il secondo sbaglio, se permettete, è stato cedere a questi “nazisti verdi” senza che nessuno di questi fosse costretto a mostrare davvero il suo volto.

  6. Marco scrive:

    Un altra grande vittoria contro lo specismo. Grande LAV!

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