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Abdel Fattah al Sisi, il “Leone d’Egitto” che sfida i capi della umma e pretende una «rivoluzione religiosa» dell’islam

gennaio 18, 2015 Leone Grotti

Ritratto del generale musulmano che ha messo fine con la forza alla deriva estremista della “primavera araba”. Il suo scopo? «Dimostrare che democrazia e islam sono compatibili»

«Ora mi rivolgo ai religiosi e agli imam. È inconcepibile che il pensiero che noi riteniamo più sacro faccia dell’intera umma (comunità musulmana mondiale, ndr) una causa di ansietà, pericolo, morte e distruzione per il resto del mondo». Dopo la strage parigina compiuta all’interno della redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, tutti sanno quanto fegato ci voglia a parlare in questo modo dell’islam, del Corano e dei testi della tradizione islamica. Soprattutto se l’uditorio non è composto da occidentali islamofobi ma dal gran consesso di imam, ulema e studiosi dell’università di Al Azhar. Queste parole, pronunciate l’1 gennaio, assumono ancora più valore se si considera che a pronunciarle è stato un musulmano sunnita. E non uno qualsiasi, ma il presidente dell’Egitto: «Questo pensiero – e non sto parlando di “religione” ma di “pensiero” –, questo corpo di testi e di idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che separarsene è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. Si sta rendendo nemico il mondo intero! È mai possibile che 1,6 miliardi di persone (i musulmani, ndr) vogliano uccidere i restanti sette miliardi di abitanti del mondo per poter vivere? No, questo non è possibile».

Durante il suo discorso, Abdel Fattah al Sisi, sposato e padre di quattro figli, eletto l’8 giugno 2014, non ha tradito alcun segno di nervosismo e questo atteggiamento è perfettamente in linea con il modo in cui viene descritto da coloro che l’hanno conosciuto: una persona sicura di sé, tranquilla, di poche parole e schiva. Diceva di lui il cugino Ali Hamama quando Al Sisi, fino a pochi anni fa militare sconosciuto alla stragrande maggioranza degli egiziani e del mondo, ha cominciato a diventare protagonista della vita politica del paese: «Non ci sono storie interessanti risalenti a quand’era bambino. Era sempre così serio. Abdel Fattah amava gli scacchi e si allenava sollevando pesi. Giocare a nascondino? Mai».

L’intervento con cui il presidente dell’Egitto ha chiesto ai responsabili più autorevoli del mondo islamico sunnita niente meno che una «rivoluzione religiosa» non è un’improvvisata, ma una conferma del percorso dell’ex generale, che ha un preciso obiettivo: mostrare che l’islam, al pari del cristianesimo, è compatibile con la democrazia. Il problema è: quale islam e quale democrazia? Al Sisi, infatti, prima di essere eletto presidente ha deposto con un colpo di Stato il suo predecessore dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi, ha dichiarato la Fratellanza un’organizzazione terroristica, mettendola fuori legge, non ha impedito la condanna al carcere di centinaia di suoi membri e viene visto da molti reduci della cosiddetta “Primavera araba” come il nuovo Faraone.

La carriera militare
Nessuno a Gamaleya, cuore pulsante della vecchia Cairo islamica, nel centro della capitale egiziana, a poche dozzine di metri dalla moschea di Al Azhar, si sarebbe mai immaginato che quel ragazzo di quartiere, nato nel novembre del 1954, secondo di otto fratelli, sarebbe diventato un giorno l’uomo più importante del paese. Cresciuto in una famiglia molto religiosa, Al Sisi dopo la scuola si recava tutti i giorni a lavorare nella bottega di artigiani di famiglia, situata nel bazaar di Khan el Khalili, la meta turistica più visitata dopo le Piramidi. Realizzava arabeschi e a sentire il cugino sapeva come farli «ed era anche molto bravo». Disciplinato, «quasi apatico», devoto e riservato, «di famiglia ricca ma sempre umile», il destino del giovane Abdel Fattah non era però l’artigianato ma la carriera militare. Iscritto in una scuola secondaria e poi all’accademia, si è laureato nel 1977 e tra gli anni Ottanta e Novanta ha scalato i gradi nelle brigate di fanteria meccanica, dove tutti si sono accorti che nonostante il carattere apparentemente docile, aveva le stimmate della leadership.

Manifestazione Al Cairo degli studenti contro il regime militareNegli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, Al Sisi è stato trasferito nell’intelligence militare, uno dei tanti organismi accusati dal popolo egiziano di svariati crimini. Questa militanza non ha giovato alla sua immagine, così come il rifiuto di criticare completamente l’ex raìs, ma l’uomo che nel giro di tre anni, dalle prime proteste di piazza Tahrir, è diventato il generale più giovane dell’esercito, capo del Consiglio supremo delle forze armate, ministro della Difesa e poi presidente, ha dimostrato di saperci fare anche con la politica. La “Primavera araba” ha segnato una svolta nella sua vita e in quella di tutto il paese, e la sua elezione a presidente è frutto tanto della sua capacità di leggere la volontà degli egiziani e di agire rapidamente, quanto dell’incapacità, della divisione e dell’assenza di alternative fornite dai giovani che hanno posto fine al regime di Mubarak.

Tutti si chiedono se l’uomo che oggi guida l’Egitto sia un dittatore, un islamista, un rivoluzionario, un nazionalista o la combinazione di tutte queste cose. E nessuno sa darsi una risposta perché Al Sisi cita spesso il Corano a memoria ma ha messo al bando i Fratelli Musulmani. Non può che essere considerato un uomo della vecchia guardia ma parteggia per la democrazia e nella nuova Costituzione che ha fatto approvare, viene garantito un livello di libertà (anche religiosa) mai conosciuto prima. Ha le idee più chiare Sherifa Zuhur, docente americana del presidente egiziano quando questi, nel 2005-2006, è stato inviato negli Stati Uniti, in Pennsylvania, a perfezionare gli studi militari. È di quegli anni un saggio di 11 pagine scritto da Al Sisi dal titolo: “Democrazia in Medio Oriente”. «Al Sisi non è un islamista segreto: non lo è mai stato e non penso lo sia ora», afferma Zuhur. «È invece un pragmatico: discutendo di califfati e islamizzazione delle istituzioni, vista la grande religiosità della maggior parte degli egiziani, vuole mostrare che l’islam può essere compatibile con la democrazia». Più precisamente: «Il punto che vuole sottolineare nel suo saggio è che non si può parlare di democrazia puramente secolare in Medio Oriente» e che allo stesso tempo «non si può monopolizzare la scena politica (…) impossessandosi di una religione».

Come si sfrutta una petizione
Alla luce di queste parole non stupisce che Al Sisi, il 3 luglio 2013, dopo aver portato in piazza i carri armati, abbia annunciato in diretta televisiva che Mohamed Morsi, eletto nel 2012 con il partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani, non era più il presidente dell’Egitto. L’allora ministro della Difesa e capo delle Forze armate ha saputo sfruttare una petizione firmata da oltre 20 milioni di egiziani che chiedevano le dimissioni di Morsi e ha capito che era arrivato il momento di prendersi il paese. Gli egiziani hanno perdonato ad Al Sisi la strage di Fratelli Musulmani del 14 agosto e la loro messa al bando per un solo motivo, come ricordato da Tewfik Aclimandos, ricercatore egiziano al Cairo dal 1984 al 2009: «Gli egiziani si sono stufati della Fratellanza perché questa ha compiuto attentati terroristici in tutto il paese. Nessuno in Egitto vuole più morire in un attentato. Ora c’è bisogno di uno Stato forte, di sicurezza, democrazia e giustizia sociale».

In un paese che ha avuto quattro presidenti della Repubblica tra il 1953 e il 2011, e altri quattro tra il 2011 e il 2014, Al Sisi ha compreso il bisogno di stabilità del popolo, ha cercato di rilanciare l’occupazione sfruttando l’amicizia dell’Arabia Saudita, tagliando i sussidi che rovinano l’economia del paese e rilanciando al contempo all’Occidente una proposta che non si può rifiutare: fermare il terrorismo islamico in Iraq, Siria e Libia. Questo ha ripetuto in occasione della sua visita in Italia e in Vaticano di fine novembre, sottolineando al Corriere della Sera «quanto sia importante la stabilità dell’Egitto» in un Medio Oriente e Nord Africa che bruciano.

Nel mezzo di questo percorso di cambiamento del paese, a 60 anni tondi, Al Sisi ha preso la parola davanti agli imam di Al Azhar e ha dichiarato: «Quello che vi sto dicendo, voi non potete comprenderlo se rimanete intrappolati nella vostra mentalità. (…) Ho detto, e ripeto, che noi abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Voi, imam, siete responsabili davanti ad Allah. Il mondo intero, lo ripeto ancora, il mondo intero sta aspettando una vostra mossa… perché l’intera umma musulmana viene lacerata, viene distrutta, si sta perdendo. E si sta perdendo per opera delle nostre stesse mani».

Pochi giorni dopo, la sera del 6 gennaio, in occasione del Natale dei copti ortodossi, ha partecipato al Cairo alla Messa solenne presieduta dal patriarca Tawadros II (prima assoluta per un capo di Stato egiziano) e ha detto: «È importante che oggi il mondo guardi gli egiziani. Avrete notato che ho usato solo la parola “egiziani”», non musulmani o cristiani, perché «noi siamo tutti egiziani». Un concetto inedito in un paese dove i cristiani, il 10 per cento circa della popolazione, sono perseguitati e considerati cittadini di serie B. Ma il coraggio è il minimo che ci si possa aspettare dal “Leone d’Egitto”, uomo che rilascia dichiarazioni di questo calibro: «Il nostro esercito potrebbe annientare lo Stato islamico in poche settimane».

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