Lo spirito del tempo

Stupro

Di Lodovico Festa
28 Ottobre 2026
Dietro al caso delle violenze su una studentessa all’Università Cornell c'è molto più di quello che raccontano i media. Un caso complesso che dice molto dello Spirito del tempo
Proteste contro la Cornell University dopo il caso di stupro di una studentessa nel campus di Ithaca, New York
Proteste contro la Cornell University dopo il caso di stupro di una studentessa nel campus di Ithaca, New York (foto Ansa)

Il caso di stupro avvenuto nell’Università americana Cornell, Ithaca, New York (su cui Caterina Gioielli su Tempi ha già dato una perfetta informazione), non può non indignare: sette ragazzi che avrebbero violentato una studentessa ubriacata e drogata, non sono in alcun modo giustificabili e segnalano come una cultura di disprezzo per le donne sia ancora diffusa anche in ambienti particolarmente acculturati.

E ben poco commendevole appare essere stato, pure, il comportamento delle autorità accademica che hanno trattato con notevole leggerezza caso e responsabilità degli studenti dell’università coinvolti, finendo sostanzialmente per intimidire la stessa vittima che, solo due anni dopo le violenze subite, si è rivolta alla polizia e all’autorità giudiziaria per chiedere giustizia.

Naturalmente è assolutamente giustificato e opportuno non limitare la riflessione al solo caso Cornell ed è sacrosanto riflettere su come tendenze alle violenze e alle molestie sessuali siano diffuse anche in ambienti universitari, e su come queste tendenze abbiano radici sia nella nostra sfera “animale”, che spesso prevale su quella “spirituale” e “razionale”, sia nelle tendenze storiche al patriarcato dei maschi.

Cogliere la complessità del caso Cornell

Vi sono però alcuni aspetti della politicizzazione del caso che vanno esaminati con cura perché non colgono la complessità del caso Cornell, come pur sarebbe necessario.

Vi è, per esempio, una consistente tendenza a dare tutte le colpe al trumpismo di quel che è avvenuto a Ithaca.

Certamente, lo stile innanzitutto dei “rapporti storici” del Donald con le donne, la sua diffusa indifferenza al ruolo delle istituzioni (insultando in questi giorni anche la procuratrice che seguirà il caso per lo Stato di New York), la mancanza di rispetto per chi non la pensa come lui, hanno negli anni della sua prima presidenza (dal 2016 al 2020) aiutato a creare un certo clima.

Però il caso in questione avviene nell’ottobre del 2024 ancora con Joe Biden presidente e si consuma in un’università assolutamente e storicamente liberal (Cornell è stata classificata al 4° posto come università più liberal in base alle donazioni politiche di chi in quell’ateneo lavora – tra chi ha finanziato qualche partito, il 98 per cento degli impiegati e docenti di Cornell ha scelto i democratici – ed è stata la prima università tra quelle di élite – la Ivy League – ad ammettere agli studi le donne sin dal 1870). La sua sede a Ithaca si trova in un territorio, dal Comune allo Stato federale, dominato culturalmente e politicamente dai democratici.

Gli effetti a lungo termine della rivoluzione sessuale

Sarebbe da imbecilli dare le responsabilità di quel che è avvenuto alla sinistra americana, però ragionare sul contesto del caso aiuta a comprendere come ci troviamo ad avere a che fare con un problema complesso.

Vi è innanzi tutto da ragionare, anche, su quali sono gli effetti a lungo termine di quella rivoluzione sessuale che si è consolidata negli Stati Uniti dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento ai giorni nostri.

Molta della discussione si concentra sulla questione del consenso all’atto sessuale. Naturalmente il desiderio è una bestia potente e, quindi, almeno il “consenso” di una persona non ubriaca o drogata è necessario per qualsiasi tipo di intimità. Però il vero problema è che il buon sesso non dovrebbe essere legato al puro desiderio ma, distinguendo tra il “legale” e il “dignitoso”, anche all’amore. È questo quello che insegnava ai giovani, nonostante tutte le castronate maschiliste diffuse da Trump, un conservatore come Charlie Kirk, che è morto, in un’università, per questa sua predicazione. Naturalmente, poi, anche chi considera il sesso senza amore un peccato, non può in nessun modo giustificare un crimine bestiale come il violentare una ragazza.

Uno stupro, inoltre, come quello descritto alla Cornell, deve molto – si comprende anche dall’articolata descrizione di come è stato compiuto il crimine – alla pornografizzazione della nostra società: ma questa tendenza, senza dubbio disgregatrice, è in parte anche figlia di tante campagne non sempre bene meditate contro la censura, appoggiate anche da un’ala femminista radicale rappresentata da Gayle Rubin, Pat Califia, Ellen Willis e da gruppi come il Feminist Anti-Censorship Taskforce (Fact) che ha difeso il diritto al piacere, all’autodeterminazione e alla libertà di consumo e produzione sessuale, scegliendo di opporsi alla censura statale, e sostenendo che demonizzare la pornografia coincide spesso con il moralismo conservatore, e, poi, che il negare la sessualità femminile equivalga a un’ulteriore forma di repressione, e si debba, infine, sostenere l’autonomia delle lavoratrici del sesso tenendo fermo come principio solo l’importanza del “consenso”.

La centralità del desiderio

D’altra parte la centralità del desiderio è uno dei temi fondamentali della filosofia francese del Novecento, soprattutto nel pensiero di Jacques Lacan, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Michel Foucault, Jacques Derrida, una cultura che quando non bene elaborata può produrre una vasta disgregazione sociale e intellettuale, e che ha esercitato una particolare influenza negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta e Ottanta, attraverso la teoria letteraria, gli studi culturali, la filosofia politica, il femminismo e gli studi sul genere.

Punto centrale di questa elaborazione culturale è che il desiderio non viene considerato soltanto come bisogno individuale o impulso sessuale, ma è una chiave per comprendere come si costituiscono il soggetto, il potere, l’identità e la società. Ed è questa filosofia francese che entrò stabilmente in molti dipartimenti universitari determinando quel processo – descritto magistralmente Alan Bloom nel suo The Closing of the American Mind – di destrutturazione del pensiero critico di cui anche oggi si avverte tutta la potenza nell’orientamento (disorientamento) dei campus americani.

Né va scordato come proprio il sostegno alla lotta per la “libertà sessuale” abbia fatto commettere a uno dei totem della cultura liberal americana, Noam Chomsky, il tragico errore di sostenere un maiale pedofilo come Jeffrey Epstein.

Né va trascurato, poi, un altro fattore decisivo della “vicenda Cornell”: la “droga”. Nel caso la ketamina rubata al Veterinary Medical Center dell’università.

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Turn on, tune in, drop out

In questo senso forse è utile non dimenticare lo slogan reso popolare da Timothy Leary, psicologo statunitense e figura di spicco della controcultura degli anni Sessanta: «Turn on, tune in, drop out». “Turn on”: risveglia la coscienza e sperimenta nuove percezioni, “Tune in”: entra in sintonia con te stesso e il mondo che ti circonda. “Drop out”: distaccati dalle convenzioni sociali e dai modelli imposti dalla società. Questa frase, che ha orientato il movimento hippie e la controcultura americana, è stata decisiva, anche oltre la volontà del suo autore, per collegare cultura giovanile degli anni Sessanta e cultura psichedelica: con effetti anche in questo caso dalla lunga durata.

In questo senso, nonostante tutti i suoi evidenti e giganteschi demeriti, l’azione di Trump per contrastare l’uso della droga nella società americana qualche effetto l’ha avuto, per esempio imponendo ai cinesi di rallentare il rifornimento ai narcos sudamericani di quei prodotti chimici indispensabili per produrre il fentanyl, uno dei prodotti stupefacenti che ha fatto più morti nella recente storia americana. Mentre, d’altra parte, la legalizzazione della marijuana, sostenuta da uno schieramento bipartisan, sta producendo alcuni guasti sociali negli Stati Uniti di cui ci si sta iniziando solo ora a rendersi conto.

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Il ruolo delle “fraternity”

Un’altra azzardata politicizzazione del caso Cornell riguarda il tema dell’impunità garantita da un’ampia autonomia delle autorità accademiche nel gestire illegalità avvenute nell’università.

Mentre è evidente il fallimento delle indagini sul caso di stupro alla Cornell, sarebbe bene però non mettere in discussione l’autonomia relativa delle università, un principio che deriva addirittura dal Medioevo e che è peraltro invocato dagli studenti quando si oppongono all’entrata della polizia negli atenei.

Sempre questo criterio di evidenziare errori e colpe specifiche senza buttar via il bambino con l’acqua sporca, riguarda anche le cosiddette “fraternity” finite sotto accusa (in parte insieme alle sorority) a Cornell, che ne ospita oltre una cinquantina.

È evidente come il sistema di controllo sulle attività delle “fraternity” non abbia funzionato nell’ottobre del 2024. A Ithaca, lo studente che doveva monitorare alla “Chi Pi” la situazione, perché non avvenissero festini-baccanali, non si distribuisse alcool e tanto meno droga, è uno degli indagati per stupro.

È altrettanto evidente che certe forme di nonnismo e di maschilismo cameratesco possono prendere piede in associazioni di giovani adolescenti con ancora un carattere in via di formazione.

Però destrutturare le forme di socializzazione degli studenti che convivono e risiedono in università organizzate in campus, credo produrrebbe guasti superiori ai vantaggi che si possono raggiungere sciogliendole.

In tempi di diffuso autismo da social, liquidare realtà “fisiche” dove si parla, si fa amicizia, finirebbe per buttare benzina sul fuoco dell’iperindividualizzazione. Meglio dunque trovare rimedi più solidi nel monitoraggio delle eventuali deviazioni, che liquidare un elemento di tenuta della socialità.

Sostituire Kant con TikTok non rende più sapienti

In Italia dove nel Sessantotto vennero liquidate le associazioni goliardiche, vediamo i guasti che questa scelta, rispetto anche a nazioni dove questo non è avvenuto come la Francia o la Gran Bretagna, ha prodotto innanzitutto nella formazione della classe dirigente.

Un’ultima osservazione: nel marzo 2026 la Anti-Defamation League (l’associazione americana che combatte l’antisemitismo) ha classificato come mediocri i comportamenti e le iniziative della Cornell University per contrastare le manifestazioni di odio verso gli ebrei.

C’è da chiedersi se il movimento ProPal presente ampiamente nel campus di Ithaca, con l’esaltazione di Hamas i cui militanti usano come forma di resistenza lo stupro di ragazze israeliane che ballano in un rave party, e di un regime iraniano che frusta le donne che non portano il velo, e non solo impicca ma anche stupra nella notte prima dell’esecuzione le ragazze che manifestano per la libertà, abbia scelto proprio i modelli più adatti per imparare come si difende la dignità delle donne.

Per restare nel tema di questi miei articoli: che cosa tutta la vicenda Cornell ci dice dello Spirito del tempo? Mi pare che al fondo ci segnali come questa nostra stagione abbia molta difficoltà a fare i conti soprattutto con la complessità dei problemi che segnano il mondo attuale. Non sempre sostituire i Kant e gli Hegel con TikTok rende più sapienti.

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