Lo spirito del tempo

Gerontocrazia

Di Lodovico Festa
23 Ottobre 2026
Dall'America all'Europa, il "potere dei vecchi" divide la politica. Tra proposte radicali e critiche, l'Occidente si avvia allo scontro generazionale
Joe Biden e Donald Trump durante un incontro nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington, 13 novembre 2024
Joe Biden e Donald Trump durante un incontro nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington, 13 novembre 2024 (foto Ansa)

Verso la fine del 2019, quando s’iniziò a prendere atto che lo scontro per le presidenziali del 2020 sarebbe stato tra il repubblicano e presidente in carica Donald Trump e lo sfidante democratico (che poi vincerà) Joe Biden, si aprì nell’opinione pubblica americana un vivace dibattito su una possibile incombente gerontocrazia negli Stati Uniti.

Certo, c’è anche chi si ricorda di un moderatore che in un dibattito nel 1984 disse a Ronald Reagan di come ormai fosse il più vecchio presidente nella storia degli Stati Uniti. Allora Reagan, che aveva 73 anni, replicò: «Devi sapere che io non farò dell’età un argomento della mia campagna. Non sfrutterò, per motivi politici, la giovinezza e l’inesperienza del mio oppositore». Persino il suo sfidante Democratico Walter Mondale rise, e Reagan vinse la sua rielezione a valanga.

Negli anni Venti del Duemila la discussione sul potere dei “vecchi” è diventata assai meno elegante di quella citata degli anni Ottanta. Si sente quel sapore di rottura profonda che gli scontri generazionali comportano. Non per nulla c’è chi rammenta come il termine “gerontocrazia” fu coniato da un ammiratore di Napoleone, Jean-Jacques Fazy, che protestava per una restaurata monarchia borbonica accompagnata da un Parlamento in cui si era eletti con un minimo di 40 anni.

L’anno degli ottantenni

La sfida tra Trump e Biden eccitò rapidamente gli animi. Un’importante firma di Politico, Timothy Noah, scrisse nel settembre del 2019:

«Nel 1982 quando Leonida Breznev, l’ultimo sovietico di quella generazione a mantenere il potere per un significativo periodo di tempo, lasciò questa Terra, l’età media dell’onnipotente Politburo, era di 71 anni. Non c’è da stupirsi che l’Impero del Male stesse andando a pezzi! Una lezione da non scordare. Negli Stati Uniti non c’è un Politburo, ma se calcolate l’età media del Presidente, del presidente della Camera, del leader di maggioranza del Senato e dei tre Democratici che guidano i sondaggi per chi si candiderà alla casa Bianca, l’età media è… di 77 anni».

Nel 19 febbraio del 2023 David Smith sul Guardian allargò lo sguardo sulla questione “gerontocrazia” oltre la politica e fece notare come:

«In America è l’anno degli ottantenni. Chi guarda la tv può imbattersi in Patrick Stewart, 82 anni, saldamente impegnato in una nuova stagione di Star Trek, mentre Harrison Ford a 80 anni si prepara alla quinta puntata di Indiana Jones».

Ma è nel giugno del 2026 che la discussione è diventata particolarmente “calda” con l’uscita del libro del professore alla facoltà di Legge di Yale, Samuel Moyn Gerontocracy in America: How the Old Are Hoarding Power and Wealth ― and What to Do About It (Gerontocrazia in America, come i vecchi si accaparanno potere e ricchezza, editore Farrar, Straus and Giroux/Macmillan 2026).

Il superpotere dei vecchi

Moyn attacca il “potere dei vecchi” in modo radicale e frontale. Certo premette che il superpotere degli anziani non è frutto di un complotto ma è determinato dall’aumento dell’età della vita dei cosiddetti boomer, e anche da conquiste sociali che in sé sono condivisibili ma che hanno generato effetti negativi.

Il fatto è che a un certo punto le condizioni strutturali hanno portato “i vecchi” ad accaparrarsi il potere (lavoro, ricchezza, case e influenza politica) in modo straordinario e alla fine egoistico.

E, poi, il processo di accaparramento del potere da parte dei “vecchi” è diventato un fatto politico. Pesano le conseguenze impreviste di una pur positiva legge contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro che però ha messo in discussione gran parte dei pensionamenti forzati, permettendo a molti anziani di continuare a lavorare, escludendo così i giovani e anche diminuendo il tasso di innovazione della ricerca e dell’industria americane.

Pesa l’influenza politica degli anziani – anche grazie a quella potentissima lobby che è diventata l’Aarp (American Association of Retired Persons) – che sono quelli che raccolgono più soldi per finanziare i partiti, quelli che più vanno a votare e che eleggono rappresentanti sempre più anziani, imponendo una legislazione che li favorisce e insieme danneggia i giovani.

Contro gli over 70: fisco, voto, prepensionamenti

Si consideri solo il sistema di tassazione concentrato su salari e stipendi, invece che sulla finanza e sull’immobiliare: così il mercato delle case più grandi e di valore è ormai largamente dominato dagli anziani, mentre i giovani stentano a trovare posti di lavoro qualificati e case decenti. E intanto le istituzioni elettive e di governo invece che finanziare scuole e ambiente, si concentrano sulle esigenze della generazione over settanta.

Infine Moyn accompagna queste sue considerazioni con drastiche proposte tali da permettere di superare una situazione considerata degenerata: ripristinare il pensionamento anticipato in quasi tutti i luoghi di lavoro, porre limiti di età o comunque fissare quote di anziani nelle istituzioni elettive; dare un voto ponderato a chi ha meno di trenta anni, usare il fisco per favorire l’acquisto di case dei giovani, e altri interventi di questo tipo, pur affiancati da scelte che aiutino a curarsi anziani che hanno rinunciato a lavorare o ad appartamenti troppo grandi.

I critici: no allo scontro tra generazioni

Le tesi di Gerontocracy in America: How the Old Are Hoarding Power and Wealth ― and What to Do About It sono criticate sulla Boston review il 9 giugno 2026 da un esponente della cultura liberal come James G. Chappel, professore associato di Storia alla Duke University, nella Carolina del Nord e autore di Golden years (Hachette 2024) un saggio su come gli Stati Uniti hanno affrontato i problemi degli anziani nel Novecento. Il professore della Duke fa certamente alcuni complimenti al professore di Yale per i dati scrupolosi che riporta nel suo libro e per lo spirito sociale che lo anima, ma segnala i tanti punti su cui non concorda: Moyn finisce per sottovalutare le conquiste novecentesche per gli anziani, considera tutti i vecchi come conservatori mentre in realtà la maggioranza vota per i Democratici, non è giusto pensare che l’attuale legislazione sia pro-vecchi, è invece carente sul piano della sicurezza sociale che è il primo interesse di chi è avanti con l’età.

Così molte proposte presentate in Gerontocracy in America sono ridicole come il voto ponderato per i giovani che è stato sperimentato solo in Kenya e in Uganda; dilatorie come il tetto per età al Congresso o l’abolizione del Senato, scelte che richiedono riforme costituzionali che si trascinerebbero per anni; prevedibilmente inefficaci: non è vero che se spingi i vecchi a lasciare i loro troppo ampi alloggi in cui abitano questi andranno agli anziani, né è sicuro che i posti lasciati dai vecchi per andare in pensione andrebbero ai giovani. Per Chappel l’idea di Moyn di uno scontro tra generazioni alla fine non farebbe che favorire il vero avversario delle riforme negli Stati Uniti che non è la gerontocrazia ma l’oligarchia dei ricchi.

Il nodo dell’assistenza sanitaria

Nel luglio del 2026 su The New York Times, Ross Douthat, opinionista conservatore ma antitrumpiano, intervista Moyn, ne apprezza lo spirito anticonformista nella ricerca della verità, ma alla fine anche lui è preoccupato dall’idea di uno scontro politico tra giovani e anziani. È vero che ci sono gravi problemi da affrontare ma questi derivano dal calo demografico unito alla mancanza di chiare prospettive per la società americana: questioni che richiedono risposte morali e culturali, non scontri tra generazioni.

Nel giugno del 2026 su una rivista pur di orientamento liberal come The New Republic, un articolo di Alexander Zaitchik intitolato “Don’t Blame Old People For American Decline” critica radicalmente Moyn per aver citato il defunto bioeticista Daniel Callahan, che proponeva di limitare l’assistenza sanitaria in età avanzata all’assistenza domiciliare, alla riabilitazione e alle cure palliative per le persone di età superiore agli 80 anni. Non spiega che cosa ciò significherebbe concretamente: negare una protesi all’anca? Sospendere le cure per il diabete? Lasciare che le persone muoiano, quando sono disponibili interventi utilizzati da tempo e ampiamente studiati? Moyn, invece, paragona Callahan a una sorta di Seneca moderno, il poeta e filosofo romano che osservava quanto fosse sottile il confine tra prolungare la vita e prolungare la morte, una volta che il declino ha inizio. Per aver messo in discussione alcuni dei dogmi più radicati sulla sacralità della longevità, Moyn ritiene che il pensiero di Callahan resti «indispensabile» per «integrare una migliore comprensione della mortalità nell’immaginario collettivo».

Gerontocrazia, islamogauchismo, giovani-fobia

Mi pare che il dibattito americano sul potere dei vecchi che ho qui sommariamente riportato riguardi molto anche il nostro Vecchio continente.

Se negli Stati Uniti una risposta alla questione della supposta gerontocrazia si è espressa con il decollo del cosiddetto islamogauchismo di esponenti come il sindaco di New York Zohran Mamdani (nato nel 1991) e il candidato democratico al Senato nel Michigan Abdul El Sayed (nato nel 1984), in Europa ritroviamo la stessa tendenza in formazioni particolarmente legate ai giovani, come i Verdi britannici di Zack Polanski (nato nel 1982) e la Linke a Berlino di Elif Eralp (nata nel 1981), e nel fenomeno diffuso in tutto l’Occidente degli studenti ProPal.

Ogni tanto par di leggere anche una certa giovani-fobia, talvolta sembra quasi che al sessantottesco slogan “Non ti fidare di chi ha più di trenta anni” si sia sostituito – nel centro degli schieramenti politici- una sorta di “Non ti fidare di chi ha meno di trenta anni”. Le particolari e articolate difficoltà che incontrano politici francesi come Gabriel Attal (nato nel 1989) e Jordan Bardella (nato nel 1995) mi pare che ci parlino probabilmente di un simile fenomeno.

In Italia premier giovane e vecchio Colle

Che mi pare meno eclatante in Italia dove Matteo Renzi (1975) diventa primo ministro nel 2014 e Giorgia Meloni (nata nel 1977) diventa ministro nel 2008. Probabilmente pesa da noi la decimazione del ceto politico imposta dopo il 1992 da un’area della magistratura iperpoliticizzata. Anche se poi in Italia un evidente contrappeso c’è nei presidenti della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro (nato nel 1918 e presidente nel 1992), Carlo Azeglio Ciampi (nato nel 1920 e presidente nel 1999) Giorgio Napolitano (nato nel 1925 e presidente nel 2006) e Sergio Mattarella (nato nel 1941 e presidente nel 2015).

Che cosa ci può indicare lo Spirito del Tempo di fronte a questi fatti e considerazioni? Che la strada per scegliere “capaci” (di destra e di sinistra, giovani o vecchi che siano) invece che incapaci (di destra e di sinistra, giovani o vecchi che siano), sarà intralciata probabilmente almeno nel medio periodo, forse anche da un ancora più aspro scontro generazionale. Peraltro come avviene per tutti i fenomeni umani ci sono le vie per evitare questa iattura, ma come sempre non sono percorribili ad occhi chiusi.

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