Lo spirito del tempo

Milano

Di Lodovico Festa
16 Ottobre 2026
I libri di Biondillo, Currò, Sapegno e Tenti descrivono bene i guasti culturali e sociali che neutralizzano chi vuole rilanciare il ruolo della città
La vista di Milano dalle guglie del Duomo
La vista di Milano dalle guglie del Duomo

Alcune vicende che hanno luogo a Milano tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta segnano profondamente ancora oggi il destino del capoluogo lombardo. Racconti e romanzi — letti questa estate — mi hanno offerto spunti di riflessione su questo tema.

Occupare la Triennale

Gianni Biondillo, in La tempesta perfetta (Guanda 2025), tra altre storie milanesi e non, racconta la strampalata occupazione della Triennale nel 1968:

«Il megafono passa di mano. Abbiamo il telegramma di solidarietà della Cgil artisti. Boato. Gli orchestrali della Scala sono con noi. Altro boato. Proletari di tutto il mondo venite da noi! Applausi. La commissione di studio per la mostra sul Nuovo Paesaggio si è dimessa! Fischi. Bisogna trasformare la Triennale in un centro permanente di attività nate dal basso, dice uno. Macché, dobbiamo alzare il tiro, dice un altro. Dobbiamo portare l’attacco al cuore dello Stato borghese. Boato incontenibile. Delirio. Le delegazioni straniere se ne vanno. Per ora lasciano le opere, poco convinte delle rassicurazioni ricevute, ma stanno già studiando come portarsele via al più presto. La noia regna suprema».

Milano (Foto Ansa)
Milano (Foto Ansa)

Diritto all’oblio

Franco Currò, in Il coltello della memoria (Rizzoli 2026), racconta del figlio di un intellettuale impegnato nel movimento del ’68 che si suicida, tormentato anche dal fatto di aver assistito (senza denunciarlo) all’assassinio di un poliziotto da parte di un suo compagno di “movimento”, diventato poi un potente banchiere. Il figlio del suicida s’impegna così a ricostruire l’episodio avvenuto decenni prima e indaga sul protagonista dell’omicidio che aveva sconvolto la vita di suo padre:

«Su Internet, una volta in albergo, aveva trovato materiale in abbondanza e parecchie fotografie. In realtà la sua carriera non era cominciata prestissimo, evidentemente per lui i volantini avevano avuto a lungo la precedenza sui libri. Ma quando era partita, era stata una cavalcata trionfale. Prima una delle più importanti banche d’affari del mondo, ufficio di New York e quindi Londra, poi a Milano in un colosso del credito: responsabile degli istituti controllati, direttore generale della capogruppo, amministratore delegato per parecchi mandati, quindi presidente. Famiglia: una moglie erede di una delle maggiori fortune lombarde, due figli maschi che avevano fatto eccellente carriera all’estero. C’erano sue foto con i più noti imprenditori italiani ed europei, capi di Stato e di governo. Un uomo affascinante, naturalmente elegante, aveva scritto in fronte che conosceva alla perfezione l’arte del comando e dell’esercizio del potere. Com’era ovvio, nessun cenno ai trascorsi politici, che dovevano essere stati peraltro intensi e burrascosi. Chi ha detto che in rete non esiste il diritto all’oblio?».

Assassini e papponi

Pierangelo Sapegno e Gianluca Tenti, in La vita mala (Neri Pozza 2025), raccontano l’affermarsi di un nuovo tipo di malavita a Milano negli anni Settanta. Delle bische e dei rapimenti che sostituiscono la vecchia folkloristica delinquenza meneghina, con un’influenza crescente della criminalità organizzata meridionale. Una sorta di festa-consacrazione del nuovo astro sorgente della malavita nel capoluogo lombardo (in parte rilevante un ritratto di Francis Turatello) è descritta così:

«C’era proprio di tutto a quella festa. A parte due terroristi neri, uno dei quali ricercato per le bombe sui treni, con la sua foto pubblicata in prima pagina su tutti i giornali, e la sfilata incredibile di facce da galera, di assassini e papponi, la cosa che colpiva era la presenza di un numero considerevole di persone insospettabili. Aveva riconosciuto di sicuro due politici abbastanza noti a Milano, un leader dell’opposizione in Comune e uno che era stato assessore in una giunta di qualche anno fa. Il manuale Cencelli applicato alla mala».

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Un po’ di storia

Prima di approfondire il senso delle letture (con citazioni annesse) che qui propongo, credo sia utile ricordare come la questione “Milano” si ponga in generale nella nostra storia nazionale.

Mediolanum viene fondata dai Galli Insubri e le sue origini sono diverse da quelle greco-latino-etrusche che hanno gettato le basi per la solida cultura di città come Roma, Napoli, Firenze o Bologna. Più che Massimiano, che, facendone una delle capitali dell’Impero romano nel 286 d.C., l’arricchisce di monumenti, chi dà un’impronta decisiva alla città è sant’Ambrogio. Il vescovo fa costruire la Basilica Martyrum (oggi Sant’Ambrogio), situata a ovest; la Basilica Apostolorum (oggi San Nazaro in Brolo), situata a sud-est e scontenta lungo la Via Porticata, la strada monumentale che conduceva verso Roma; la Basilica Virginum (oggi San Simpliciano), situata a nord e dedicata alla Vergine Maria, posizionata fuori dalla porta che conduceva verso il nord della Gallia; infine la Basilica Prophetarum (poi di San Dionigi, oggi andata distrutta), situata a nord-est, nella zona dell’attuale corso Venezia. Con queste basiliche il vescovo di origini romane, ma nato a Treviri, fissa i confini della città, determinandone di fatto il futuro sviluppo non solo urbanistico, ma anche economico-sociale.

E, peraltro, sono sempre cristiane le radici della ripresa della città (precedentemente quasi completamente distrutta da Goti e Burgundi guidati da Uraia), quando nel XII secolo i cistercensi, trasformando l’agricoltura del sud milanese, pongono le basi per una rinascita anche politica.

Mai stata la capitale

Il rapporto con Roma, sin dai tempi di Ambrogio, che introdusse preghiere, canti e norme specifiche per la sua diocesi (sempre difesi dalla Chiesa milanese, anche in contrasto con alcuni Papi medievali che volevano modificarli), fu dialettico, con qualche tensione e qualche tendenza radicale (dalla Pataria agli Umiliati), e persino eretica, come testimonia la terribile lapide sotto la statua del podestà Oldrado da Tresseno (1233): catharos ut debuit, uxit / i catari, come era suo dovere, mandò al rogo. Una tendenza di lungo periodo di autonomia culturale e religiosa da Roma che va dal giansenismo, con un suo illustre esponente come Alessandro Manzoni, al “modernismo” della rivista Il Rinnovamento di Tommaso Gallarati Scotti, Alessandro Casati e Stefano Jacini.

Ma il problema di fondo del capoluogo lombardo è di non essere mai stata la capitale di uno Stato rilevante nella storia nazionale ed europea. Ci andò vicino con le dinastie dei Visconti e degli Sforza dal 1395 al 1535, da cui scaturì un fiorire della città che, peraltro, fu segnato innanzitutto dal genio di artisti e architetti per lo più toscani come Filarete, Donato Bramante (pur nato nelle Marche) e Leonardo da Vinci. Ma quando fu sulla soglia di diventare un vero soggetto della politica europea, sfondando a nord nella Svizzera, nel 1478 fu sconfitta dai tenaci montanari indigeni nella cosiddetta battaglia dei Sassi Grossi a Giornico, preparando così di fatto il terreno per la sottomissione prima agli spagnoli e poi agli austriaci.

Nonostante la grandezza — nel Seicento e nel Settecento — dei suoi protagonisti (dai Borromeo agli intellettuali, artisti, scrittori e scienziati legati all’Illuminismo), la mancanza di uno status da “capitale” (che invece ebbero la Serenissima Venezia e la Torino dei Savoia) ha inciso sul carattere dei cittadini ambrosiani: dinamici quando si collegano allo sviluppo nazionale, confusi nelle fasi di crisi nazionale.

Una veduta aerea di Milano

Imprese e catastrofi

In questo senso i milanesi sono stati protagonisti di grandi imprese come il Risorgimento e il decollo industriale, ma poi decisivi anche in catastrofi come la Prima guerra mondiale (vedi il fondamentale ruolo del Corriere della Sera di Luigi Albertini) e il decollo del fascismo a partire dalla sua fondazione in piazza San Sepolcro. Centrali nella Resistenza e nel miracolo economico degli anni ’50 e ’60, poi appaiono disorientati dalla crisi di un centrosinistra che aveva radici solide sotto la Madonnina: dal Giorno di Enrico Mattei e Italo Pietra, dal sofferto via libera del cardinale Giovanbattista Montini, dai solidi autonomisti socialisti ambrosiani, ma anche da un Riccardo Lombardi che di Milano era stato prefetto, fino ai ben radicati socialdemocratici e ai repubblicani di un Ugo La Malfa che si era formato nel centro studi della Commerciale. Per inciso, è interessante notare come Milano fino al 1992 sia stata una delle città più politiche d’Italia, mentre oggi appare una delle più “sbandate”.

Proprio il passaggio dalle speranze che aveva suscitato il centrosinistra alla sua crisi (1968-1972) definisce il paesaggio nel quale si collocano i tre romanzi citati.

Alta borghesia nichilista

La rottura determinata da un’insensata occupazione della Triennale descritta da Biondillo mette in crisi uno degli asset culturali fondamentali della città di Casabella e Domus, dell’architettura razionalista, del design invidiato in tutto il mondo. Con Carlo Tognoli, dopo il 1975, vi sarà una reazione anche grazie alla vecchia guardia di professori e professionisti ancora sulla scena. In parte qualcosa si salverà fino alla giunta Albertini. Ma nel ’68 s’incrinò un sistema università-ambiente urbano che non sarebbe più tornato.

Sempre la crisi del ’68-’72, anche a causa di insensate scelte sul confino in Lombardia di capi della criminalità organizzata meridionale, grazie poi alle sopraggiunte difficoltà del movimento operaio di assorbire le nuove leve di immigrati e, in seguito, alla nuova potenza finanziaria che derivava alle varie mafie dalla nuova attività di distribuzione della droga, si installa quella originale malavita meridionale-ambrosiana che descrivono Sapegno e Tenti.

Questa ondata criminale in parte fu contenuta negli anni Ottanta, ma, quando la magistratura milanese tese ad assumere su di sé tutte le funzioni che in uno Stato liberaldemocratico vengono affrontate dall’articolazione delle istituzioni, nonostante una repressione spesso efficiente, il crimine organizzato continuò a darsi solide basi nel capoluogo lombardo: quelle basi che solo una politica democratica avrebbe potuto sradicare. Ma questa politica democratica arranca ormai da trent’anni sotto la Madonnina.

Il romanzo di Currò descrive infine quella vena di nichilismo che ha segnato ambienti di un’alta borghesia, in parte delusa anche dal fallimento degli effetti riformatori del centrosinistra. Questa crisi della grande borghesia milanese che si manifesta negli anni Settanta mi pare sia ben presente anche oggi, con una sostanziale rinuncia ad assumersi ruoli di governo della società.

“Anime perse”

Mi pare proprio che una certa rottura tra borghesia e città non si sia sanata mezzo secolo dopo. A Milano si manifestarono potenti controspinte alle tendenze nichilistiche o comunque di diserzione dall’impegno pubblico e, oltre alla giunta Tognoli, la città ebbe una grande occasione con il governo Craxi. Anche dopo la svolta determinata dalla politicizzazione della magistratura del 1992, ci sono state solide forze che hanno cercato di preservare il ruolo nazionale della città di Ambrogio, a partire da Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni, ma anche da quell’area di industriali che puntò su Gabriele Albertini, non per nulla molto legato a Enrico Cuccia.

Però, oltre alla decisiva e devastante politicizzazione della magistratura, hanno pesato i tre guasti di cui parlano i romanzi e racconti che ho citato: guasti dovuti a fattori culturali, criminali e socio-economici che alla fine neutralizzano chi vuole rilanciare il ruolo della città e determinano quel difficile rapporto che Milano ha con il sistema politico nazionale, sia di destra sia di sinistra. Un “sistema” dove “i milanesi” tendono a contare sempre meno, pur legati a una realtà urbana ancora piena di vitalità. Di fatto, alla fine paiono affermarsi sotto la Madonnina in politica, in tanti settori della cultura e dell’informazione, in tanti ambienti della borghesia industriale e finanziaria e anche nelle strategie per sradicare il crimine, invece che personalità in grado di misurarsi con il ruolo nazionale di Milano, una sorta di “anime perse”.

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