Vignali: «Gli imprenditori vogliono essere liberi di svolgere il loro mestiere»

Raffaello Vignali, deputato Pdl, spiega che cos’è lo Statuto delle imprese e come può rilanciare l’economia italiana. Riduzione della complicazione normativo-burocratica, maggiore tutela delle imprese rispetto alla concorrenza sleale e più credito dalle banche

All’indomani della proposta economica di Silvio Berlusconi per far crescere il Pil, ripubblichiamo un intervento a Tempi di Raffaello Vignali del 2010 (Tempi, speciale Pmi n. 46), deputato Pdl e vicepresidente della commissione attività produttive, commercio e turismo, che spiega che cos’è lo Statuto delle imprese e come si può rilanciare l’economia italiana.

I nostri micro, piccoli e medi imprenditori cosa chiedono alla politica?
Come documenta il Rapporto “Sussidiarietà e piccole e medie imprese”, pubblicato
lo scorso anno dalla Fondazione per la Sussidiarietà, non chiedono misure neokeynesiane, ovvero incentivi economici da parte dello Stato. Reclamano
invece meno complicazione normativo-burocratica, più tutela rispetto alla concorrenza sleale, più credito dalle banche e – naturalmente – meno tasse.

In altri termini, chiedono semplicemente la libertà
di poter svolgere il loro mestiere di imprenditori. Per quanto riguarda le tasse siamo costretti realisticamente, purtroppo, a tenere il discorso temporaneamente in sospeso, in ragione dei nostri conti pubblici. Il ministro Giulio Tremonti ha avviato nei giorni scorsi un tavolo che affronti questo tema delicato, senza vendere sogni impossibili, ma pure senza fingere che non si tratti di un problema serio, sia dal punto di vista dello sviluppo del nostro sistema economico, sia da quello della democrazia sostanziale del nostro paese.

Lo strabordante prelievo fiscale, infatti, toglie alle imprese
le risorse per gli investimenti e la liquidità che è ossigeno per la loro vita quotidiana e, allo stesso tempo, trasforma lo Stato in azionista di maggioranza (per di più improduttivo) delle aziende stesse. Se i nostri conti pubblici non ci consentono di realizzare oggi un autentico e serio programma di riduzione fiscale, che deve in ogni caso restare un obiettivo prioritario, possiamo però lavorare sugli altri fronti.

Semplificazione. Siamo il paese del mondo con il più alto tasso imprenditoriale (tre volte superiore alla media europea), ma nello stesso tempo anche uno degli stati in cui è più difficile fare impresa. Secondo il rapporto della Banca mondiale sulla libertà d’impresa, il Doing Business, l’Italia è all’ 80esimo posto della graduatoria mondiale.

Unioncamere stima in un punto di Pil all’anno
(quasi 16 miliardi di euro, praticamente 2/3 della Manovra di Tremonti di luglio) il costo della burocrazia per
le nostre imprese. Il Governo Berlusconi si è impegnato molto su questo fronte: dalla Scia (segnalazione certificata di inizio attività), che elimina i permessi spostando
i controlli solo sull’ex-post, alla creazione delle Agenzie per le imprese (una sorta di Caaf per l’asseverazione delle certificazioni delle imprese promosso da associazioni e professionisti); dalle semplificazioni operate da Sacconi sui libri dei dipendenti alla delega al Governo a rivedere per ridurre e, dove possibile, addirittura annullare
gli oneri amministrativi per le micro e le piccole imprese.

Sono misure importanti di vera liberalizzazione dell’attività imprenditoriale,
ma che arrivano a fatica sul territorio, perché enti pubblici e funzionari faticano ad accettare di cedere potere alla società. Così la Scia a Como è applicata e nella vicina Lecco no. Il 29 novembre va in aula a Montecitorio lo Statuto delle imprese, che si propone due rivoluzioni culturali: passare dal sospetto alla fiducia verso chi fa impresa e pensare innanzitutto alle piccole imprese, come chiede lo Small Business Act dell’Unione europea.

Tutela dalla concorrenza sleale. La Camera di commercio di Milano stima che il mercato dei prodotti contraffatti e illegali superi i 10 miliardi di euro all’anno
 per la sola Lombradia. Per l’Italia, la contraffazione nel settore agroalimentare ammonta a 70 miliardi all’anno. Si tratta di fatturato sottratto alle imprese oneste. Il
Parlamento a primavera ha approvato all’unanimità la legge Reguzzoni-Versace per la tutela del Made in Italy che è stata “stoppata” dall’Unione europea. Allo stesso
tempo, però, i parlamentari europei italiani – tra i quali si è distinta per intelligenza e impegno Lara Comi – sono stati capaci di fare approvare da una maggioranza
dal Parlamento europeo la proposta del Regolamento “made in”, che prevede l’obbligo di tracciabilità ed etichettatura di tutte le merci che vengono importate in
Europa.

Sappiamo che i paesi del nord Europa sono da sempre contrari, ma sarà dura per i loro governi ribaltare il voto del Parlamento di Strasburgo. Eppure tutto questo non basta: le leggi non servono a nulla se non si fanno i controlli, cioè se non vengono applicate. Sarebbe interessante sapere quanti prodotti contraffatti sono
stati sequestrati sulle spiagge italiane la scorsa estate.

Il nuovo ministro Paolo Romani ha annunciato a Capri che avvierà un piano deciso per il contrasto alla contraffazione e alle pratiche commerciali scorrette. Anche in questo caso possiamo fare tantissimo, a cominciare dagli spazi di manovra che l’Europa prevede: sulle dogane non possiamo agire ma, ad esempio, i controlli sanitari sui prodotti dannosi alla salute sono di esclusiva competenza degli Stati membri.

Credito. Per quanto riguarda questo aspetto, il Governo in generale e Tremonti in particolare si sono impegnati a fondo dal primo giorno di insediamento dell’Esecutivo. Emblematica la moratoria per i debiti delle imprese. Il Parlamento, nei giorni scorsi, ha chiesto a Tremonti di vigilare sulle norme di Basilea 3 e sui tempi della loro introduzione, perché non provochino un vero credit crunch soprattutto per le piccole imprese.

In sintesi, i nostri piccoli imprenditori – che sono la ricchezza dell’Italia – ci chiedono in fondo solo più libertà. Governo e Parlamento si stanno impegnando,
anche se i media preferiscono parlare di altre vicende. Il nuovo ministro dello Sviluppo economico è partito deciso. Ma non basta ancora. Sappiamo di cosa hanno bisogno le imprese e i limiti di bilancio che non possiamo superare. Ma dobbiamo fare tutto il possibile. E farlo con decisione e in fretta.