Se crolla il chavismo, cadono anche i regimi satelliti (a partire da Cuba)
La notizia dell’arresto di Nicolás Maduro con accuse statunitensi di narcotraffico e terrorismo — e del suo trasferimento fuori dal Venezuela dopo un blitz delle forze speciali della Delta Force — ha scosso l’intero “asse” autoritario dell’America Latina, a cominciare da Cuba e, in misura minore, dal Nicaragua. È soprattutto L’Avana, infatti, a essere strettamente intrecciata alla tenuta del chavismo, non solo sul piano economico, ma anche su quello politico, ideologico e militare.
Il sodalizio tra Venezuela e Cuba
Il chavismo nasce dall’alleanza strategica tra Fidel Castro e Hugo Chávez, istituzionalizzata all’inizio degli anni Novanta attraverso il Foro di San Paolo (oggi Gruppo di Puebla) come piattaforma continentale dell’antioccidentalismo latinoamericano. Il Venezuela non è mai stato un semplice alleato di Cuba: ne è stato il principale protettore, finanziatore e avamposto geopolitico.
Per oltre due decenni Caracas è stata il primo fornitore di petrolio per l’isola caraibica, in cambio non solo di medici e infermieri, come racconta una narrazione mediatica “indulgente”, ma anche di militari, funzionari dell’intelligence e quadri politici.
Negli anni d’oro il Venezuela consegnava a Cuba fino a 90–100 mila barili al giorno, garantendo il funzionamento di centrali elettriche, trasporti e infrastrutture strategiche. Da qui il termine coniato oltre 15 anni fa da The Economist, VeneCuba, poi rilanciato anche come “Cubazuela”, a indicare una simbiosi ormai indistinguibile tra i due regimi.

Molto più che alleati
Nel 2012, mentre seguivo a Caracas le ultime elezioni presidenziali vinte da Chávez — che sarebbe poi morto all’Avana — due poliziotti bolivariani armati si presentarono nell’hotel dove alloggiavo con due inviati della Svizzera tedesca per “controllarci”. In città si pagava già con sacchetti di bolivares o in dollari al cambio nero, segno di un’inflazione allora agli inizi.
In quei giorni vidi i cubani installati su un piano dell’ex hotel Hilton, poi ribattezzato Alba, nel cuore del potere chavista. Nel 2017, l’anno della svolta apertamente dittatoriale, furono ancora funzionari cubani a sottopormi ai controlli prima dell’imbarco a Maiquetía. E sempre nel 2017, un alto funzionario della sede diplomatica italiana a Caracas mi confidò che l’idea della riforma dell’Assemblea costituente non era nata da Maduro, ma dal bureau politico castrista.
Due regimi che si sostengono a vicenda
Con il crollo della produzione venezuelana a partire dal 2012 e, successivamente, con l’impatto delle sanzioni dal 2017 — introdotte da Barack Obama, rafforzate da Donald Trump, mal gestite dall’amministrazione Biden e oggi nuovamente irrigidite — i flussi petroliferi verso Cuba si sono drasticamente ridotti. Resta però un dato strutturale: dopo la fine dell’Urss, l’economia cubana è dipesa in modo decisivo dal greggio chavista.
L’arresto di Maduro ma soprattutto le pressioni statunitensi rendono questa dipendenza ancora più problematica, perché non è affatto scontato che un futuro governo venezuelano continui a sovvenzionare un regime economicamente e socialmente allo sfascio.
Ridurre il rapporto tra Caracas e L’Avana allo scambio “petrolio in cambio di medici” non è solo falso, ma fuorviante. Da oltre vent’anni Cuba svolge un ruolo diretto nella sicurezza e nella contro-intelligence venezuelana. Lo dimostra un fatto recente e clamoroso: L’Avana ha ammesso la morte di 32 agenti e militari cubani durante l’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro — secondo fonti indipendenti sarebbero molti di più — senza rimpatriare i corpi. A una delle famiglie sarebbe stato risposto: «Siamo in guerra».
Non a caso, durante una cerimonia militare dedicata ai “martiri ed eroi” caduti, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Donald Trump sul presunto controllo statunitense del paese. Al suo fianco c’era il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, che ha parlato di «sangue condiviso» nella difesa della rivoluzione bolivariana.

Anche il regime del Nicaragua è in pericolo
Anche il Nicaragua di Daniel Ortega ha beneficiato dei rapporti con Caracas attraverso Petrocaribe, ma la sua dipendenza non ha mai raggiunto le dimensioni cubane. Oggi oltre il 50 per cento del Pil nicaraguense dipende dalle rimesse della diaspora seguita alla repressione del 2018, quando più di 500 giovani furono uccisi da forze armate e paramilitari sandinisti.
La perdita del sostegno venezuelano ridurrebbe comunque il margine di manovra internazionale di Ortega, spingendolo verso una maggiore repressione e un rafforzamento dei legami con Mosca e Pechino.
Se cade il chavismo
Per entrambi i regimi le conseguenze vanno ben oltre l’economia. Cuba e Nicaragua hanno costruito la loro sopravvivenza politica su una narrazione di resistenza agli “imperialismi” e su una rete di alleanze che aveva in Caracas il grande finanziatore. La crisi del chavismo fa vacillare profondamente questo racconto.
Un collasso immediato non è automatico, ma l’eventuale caduta del chavismo segnerebbe comunque un punto di svolta per l’America Latina più autoritaria, aprendo una fase di instabilità per i suoi principali regimi satelliti, a cominciare da Cuba.
Il chavismo non è stato solo un regime, ma il perno finanziario e operativo dell’America Latina autoritaria e, se cade davvero, non crolla solo un governo ma si incrina l’intera architettura costruita da L’Avana negli ultimi trent’anni. Ed è per questo che a Cuba oggi non temono il dopo Maduro: temono il dopo chavismo.
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