Caduto Maduro, in Venezuela ora deve cadere il regime, «o sarà peggio di prima»
La cattura di Nicolás Maduro è stata presentata come la fine di un’epoca. Ma a Caracas il chavismo è ancora lì, intatto, seduto attorno a un tavolo, con nuovi ruoli e vecchi metodi. Per Héctor Schamis, politologo della Georgetown University di Washington, l’operazione americana rischia di trasformarsi in un paradosso storico: eliminare il capo per salvare il sistema. In questa intervista a Tempi, Schamis smonta la narrazione della “transizione” e mette in guardia da un Venezuela consegnato a un potere criminale senza più nemmeno un volto unico.
Professore, la cattura di Maduro ha sorpreso tutti. È davvero una svolta storica?
«È stata una sorpresa, senza dubbio. All’inizio persino positiva. Nessuno credeva che gli Stati Uniti sarebbero arrivati fino al letto del dittatore. Ma la sorpresa vera, quella negativa, è arrivata subito dopo: Maduro non c’è più, ma il regime sì. Tutto il resto è rimasto al suo posto».
Quindi non è caduto il chavismo.
«Assolutamente no. Hanno tolto un uomo, non il sistema. È un “regime senza regime”: stessi apparati, stessi affari, stessa repressione, solo senza il volto ingombrante di Maduro e della moglie. E questo non garantisce nulla: né pace sociale, né stabilità, né tantomeno democrazia».
C’è chi dice: agli Stati Uniti interessa solo il petrolio.
«Anche se fosse così, resta una contraddizione gigantesca. Questo regime è un problema persino per fare affari. Non è solo Maduro il narcotrafficante. Non è solo Maduro il corrotto. Chi ha fatto accordi con l’Iran? Chi ha triangolato il petrolio con Cuba? Chi ha aggirato le sanzioni per anni? Pensare di fare business con questi personaggi significa ripetere un errore già fatto. E ripetere una strategia già fallita».
In America Latina, però, molti governi parlano di “dialogo”.
«È la parola preferita dai regimi quando vogliono guadagnare tempo. Maduro guida un regime criminale. E il Venezuela ha già votato».
Sta parlando delle elezioni del 28 lugliodel 2024.
«Esatto. Quelle elezioni esistono. I verbali esistono. Sono stati certificati e custoditi persino nel caveau della Banca centrale di Panama. Il presidente eletto con il 70 per cento dei voti è Edmundo González Urrutia. E c’è una leader, María Corina Machado, che probabilmente avrebbe vinto con un margine ancora più ampio se non fosse stata esclusa».
Allora perché non governa González?
«È la domanda che nessuno vuole affrontare. Gli Stati Uniti invasero Panama, fecero giurare Guillermo Endara in una base militare il 20 dicembre del 1989 e poi catturarono il dittatore narcotrafficante, Manuel Noriega, il 3 gennaio dell’anno successivo, proprio lo stesso giorno ma 26 anni prima di Maduro. Qui perché non si può nemmeno far rientrare un presidente eletto? Perché non si facilita il ritorno di María Corina Machado?».
La nomina di Delcy Rodríguez a presidente ad interim che segnale è?
«È il segnale peggiore possibile. È stata nominata da un tribunale che non è una corte, ma un’estensione del regime del partito socialista unito del Venezuela, il Psuv, un partito con la toga. Il primo discorso di Delcy Rodríguez è sembrato quell’odio un Maduro senza baffi. E la foto del governo attorno al tavolo è chiarissima: non è una transizione, è una riorganizzazione per sopravvivere tra persone criminali».
E Diosdado Cabello?
«È il nodo centrale. È il padrone degli strumenti della repressione. È imputato nello stesso atto del Dipartimento di Giustizia americano del 2020 che ha portato alla cattura di Maduro l’altroieri. Perché lui è ancora lì? Perché non è stato toccato?».
Il blitz può essere stato solo un test?
«Forse, un test di forza tecnologica per dimostrare che possono arrivare ovunque, quando vogliono. Ma nessuno può dirlo e ora servono atti politici, non effetti speciali. Senza la liberazione dei prigionieri politici, soprattutto dei militari torturati, nessuna Forza armata si muoverà».
Il rischio qual è, allora?
«Il rischio è la completa illegalità. Prima c’era un potere criminale centralizzato, ora rischia di esserci un potere criminale frammentato. Un Venezuela senza Maduro ma senza legge. E questo comprometterebbe anche gli interessi americani sul petrolio».
Lei vede ancora una speranza concreta?
«Sì, ma a una condizione: che seguano i fatti alle parole. Liberare i prigionieri politici. Colpire tutta la catena criminale, non solo il capo. Riconoscere il voto delle ultime presidenziali. Se non lo fanno, non sarà una transizione. Sarà solo una strategia del caos e l’ennesimo fallimento per riportare il rispetto dei diritti umani in Venezuela».
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