Una notte sulle strade della prostituzione coi giovani di don Benzi: «Non stare qui, vieni con noi»

Una giornata nella Comunità papa Giovanni XXIII. Tra famiglie generosamente allargate e nottate tra i vicoli, dove squillo e trans non attendono altro che una mano amica

«Sarà banale, ma è vero che a dare si riceve indietro molto di più e non si resta mai soli». Si capisce presto che non c’è nulla di romantico nelle parole di Caterina, 28 anni, mentre ci accoglie nella sua famiglia composta da 12 persone di cui si prende cura insieme a Daniela, 36 anni e Debora, 22. Siamo a Spino d’Adda, nella campagna cremasca, al tavolo di una delle case della Comunità papa Giovanni XXIII fondata don Oreste Benzi, il prete romagnolo morto nel 2007 e di cui si è appena aperto il processo di beatificazione.

A MISURA D’UOMO. Qui tutto sa di una semplicità necessaria, ma inconsueta, che richiama alla memoria certi racconti sulla vita nei cortili di un tempo. Tutto è a misura d’uomo, spazi e ritmi. Davanti all’uscio qualcuno chiacchiera, mentre altri si apprestano a portare le ultime pietanze a tavola. La cena è frugale: pasta al ragù, pane, formaggio, insalata e frutta. Mentre si discute c’è la sessantaseienne Maria (questo, e i seguenti, è un nome di fantasia). È malata psichica e urla come una bimba che vuole attirare l’attenzione. Daniela le sorride e lei si calma, ma poi ricomincia e Caterina si arrabbia: «Adesso basta! Vieni di là e ti calmi».
Al tavolo c’è anche Abdul, 32 anni, è sordomuto, «non sapeva gestirsi», spiegano. Ma ora, mentre Silvia allunga la mano verso l’acqua lui le ha già passato la bottiglia. Vicino c’è un altro Abdul, più anziano, strappato alla strada dalla Comunità che a Milano ospita i senza dimora nella Casa di Betlemme: «Non è un dormitorio, non proponiamo cibo e letto, ma una vita in famiglia, da figli. E, come si fa con i figli, si condivide: si cerca insieme un lavoro, ci si cura, ci si veste…», spiega Duilio, 25 anni, che da tre vive con chi non ha più una casa.
Duilio questa sera è qui in visita: «Sì, perché la nostra famiglia è molto più grande di questa», spiega Caterina. Sono 253 le case famiglia sparse sul territorio italiano. Venti le comunità di recupero, diverse le case di spiritualità, e le dimore per i senzatetto e per le donne salvate dalla prostituzione. Ogni settimana ci si trova in gruppi per aiutarsi nel cammino di conversione personale, mensilmente c’è una giornata comunitaria regionale. Insieme si va anche a cercare i poveri per le strade. Questa la forza, per cui «dove non arrivo io, arriva un altro: solo così posso non lasciare perdere ogni richiesta d’aiuto. Mentre la gente sola si deve accontentare di far poco, qui proviamo tutto». Lo fa capire Laura, una mamma abbandonata e colpita da un infarto, poi ospitata in una casa famiglia con i suoi figli che non avrebbe potuto allevare altrimenti: «Io sto benissimo qui», ripete più volte con quell’unico filo di voce che la sua timidezza riesce a concederle. Gianfranco, 50 anni, a capotavola, passato da ospite in comunità di recupero a esserne operatore, interviene indicando un muro: «Ma chi unisce questa famiglia è lì».

FELICE IN UN LETTO. Oltre la parete c’è Lilli, e ognuno di loro ne parla come fosse la responsabile della casa. E in un certo senso lo è: girano tutti intorno al suo letto da dove ti guarda con due occhi che raccontano una felicità esorbitante. Eppure lei giace lì gravemente lesa da 13 anni a causa di un infarto come la madre. «Lilli è la figlia di Laura, quando arrivò aveva circa 10 anni, era molto chiusa, difficile», spiega Daniela. Le sue foto sulle pareti mostrano una bambina, mora, occhi neri, di rara bellezza. È al suo capezzare che la famiglia impara a vivere, a guardare a ciò che c’è, a non mollare, a portare pazienza. «In una parola, ad amare sul serio». «Non si può stare davvero con i poveri se non si sta con Cristo», diceva don Benzi. Ma perché stare con i poveri? Lo spiegò sempre Benzi a Daniela, quando a 19 anni capì che questa era la sua vocazione: «Accettai di guidare una casa di ragazze provenienti dalla strada, ma piansi un mese intero per la fatica e don Oreste mi spiegò: “Se il dolore si divide, la gioia si moltiplica”. Era vero, quella frase è diventata la mia vita». Come a ogni membro della comunità, anche a Daniela don Benzi chiese di andare sulle strade: «Devi capire che razza di vita fanno per amarli». Caterina, il cui senso di giustizia è spiccato, fu segnata da altre parole del sacerdote: «Non puoi sradicare un’ingiustizia se non accetti di portarla anche sulle tue spalle».
Caterina e Debora, sul furgone verso la periferia piacentina, passano a prendere Giulia che abita poco lontano da loro. «Tutto ok?», le domandano le ragazze. «Sì dai, nausea a parte», risponde Giulia, 28 anni, incinta del secondo figlio. La sua è una famiglia aperta agli affidi: «Siamo sposati da due anni e per ora abbiamo ospitato tre bambini e un ragazzo». Bionda, occhi chiari e lentiggini, appare finissima anche in tuta. Un’immagine che urta con la destinazione notturna delle tre giovani: le strade battute dalla prostituzione. Debora ferma la macchina davanti a una Chiesa dove altre donne della Comunità la aspettano. Pregano in cerchio, invitando Carolina, prostituta romena di 22 anni, a unirsi a loro, che «se puntassimo su di noi tutto questo non ci sarebbe. La nostra regola è la preghiera comunitaria, il rosario, l’adorazione, la messa quotidiana se possibile». Si comincia.

UN TRAVESTITO IN LACRIME. Sulle strade della prostituzione, tra travestiti peruviani e prostitute nigeriane e romene, quel dolore che la comunità prova a prendersi sulle spalle trapela da ogni volto. Jenny, 29 anni, travestito, parla con Giulia che gli chiede se ci ha pensato a chiamare quel numero scritto sui foglietti gialli che ora stringe in mano. Gli occhi del ragazzo, truccati da donna, si riempiono di lacrime: «Come faccio a uscire? Chi mi prende?», «Noi! Ti accogliamo e cerchiamo un lavoro diverso che ti fa stare meglio, fidati». È quello che più o meno si propone a ogni prostituta. Jasmine, nigeriana, probabilmente minorenne, scappa per paura del protettore che controlla le ragazze dalla macchina. «Da quanto sei qui? Hai parenti?», domanda Giulia. «Sei mesi e sono sola», risponde. «Se è così – ci confessa Giulia – è più facile strapparla della tratta». La ragazza lo capisce e, senza farsi notare, prende dalle mani di Giulia il foglietto con il numero di telefono. E ritornano alla mente le parole di Caterina: «È possibile perché siamo tanti a desiderare fortemente la stessa cosa: dare e accogliere Cristo nei poveri».

PREGHIERA DI UNA PROSTITUTA. Più in là, Caterina e Debora stanno parlando con altre due nigeriane che accettano di pregare insieme, «Colui che ci ama», sussurra Caterina. Iman, china il capo, chiude il golfino per coprire il seno in vista, congiunge le mani e recita il Padre Nostro. Le ragazze si salutano abbracciandosi e quando Iman riceve una carezza da Debora le risponde: «Come sei bella!». È un umanità ferita «che urla il bisogno della carne di Cristo», spiegano le ragazze della Comunità. «Se non fosse per questo non farei le tre di notte, ma finirei come altre associazioni che agiscono per “ridurre il danno”, distribuendo profilattici e prenotando esami del sangue, mentre, come diceva don Oreste, il male non si può ridurre, ma solo sradicarlo», chiarisce Caterina. La strada sulla via di casa è lunga, Debora guida, Giulia nauseata si addormenta sul sedile anteriore, Caterina sbadiglia con la testa appoggiata al vetro bagnato dalla pioggia, e sussurra: «È quello di cui ha bisogno ogni uomo, credente o no: una vita in cui non esiste più il problema della inattività, perché c’è sempre da costruire. In cui hai una famiglia unita con cui mettere ogni cosa in comune, dai soldi alle difficoltà. Costa un po’ ma libera, perché sembra che ci perdi, invece comincia a diventare un dono che ti riempie la vita».