Fare soldi con le tasse alle case chiuse? Utopistico

I dati del Canton Ticino: tasse pagate solo dal 10 per cento delle squillo. La Lega ci pensi

Periodicamente si torna a parlare in Italia della riapertura delle case chiuse,
abolite nel 1958 con la legge Merlin. Recentemente si è riacceso il dibattito a causa di una commissione del consiglio regionale veneto che ha dato il primo via libera alla regolamentazione pubblica. Improbabile che si arrivi, in questa legislatura, a una nuova legge, anche se il vicepremier leghista Matteo Salvini non ha mai nascosto il suo favore a una simile iniziativa. Secondo i leghisti c’è un’esigenza di “decoro civile e morale” che porterebbe benefici anche alle casse dello Stato.

Flop delle tasse sulle squillo

Lasciando perdere momentaneamente il primo aspetto della questione, soffermiamoci sui vantaggi economici. Oggi è stato pubblicato sulla Stampa un articolo così intitolato: “Flop delle tasse sulle squillo. Tramonta il modello svizzero”. «Nel Canton Ticino, da sempre additato come modello di una gestione virtuosa e soprattutto fruttuosa della prostituzione, i problemi non mancano. A cominciare proprio dalla tassazione, un flop che ha recentemente imposto ai cugini ticinesi una riforma delle leggi e, in particolare, dell’imposizione fiscale».

Secondo la Polizia cantonale, scrive la Stampa,

«Nel 2017, ultimo anno per il quale sono disponibili le statistiche, la famosa tassa sul meretricio era pagata soltanto dal 10% delle professioniste. “La grande mobilità di questi contribuenti e, spesso, il mancato annuncio del cambiamento di recapito – recita il rapporto della Commissione parlamentare che si è occupata della questione – rendono molto difficile riuscire effettivamente a riscuotere le imposte dovute allo Stato”. In pratica, scrivono sempre i legislatori ticinesi “oggi chi si annuncia in Polizia per esercitare la professione riceve tre polizze di versamento da 500 franchi ciascuna, ma le imposte vengono spesso evase».

Sfruttamento, violenze e abusi

L’articolo prosegue spiegando quali strategie si vogliono mettere in campo per “incassare”, ma il dato di fondo che balza all’occhio è questo: sognare giri d’affari con la regolamentazione della prostituzione è utopico. Resta poi, come spiegò a tempi.it Giorgio Malaspina, coordinatore nazionale per la Comunità Papa Giovanni XXIII, la gravissima pretesa di uno Stato che non capisce che «legalizzando la prostituzione non si risolve il problema dello sfruttamento. Basta andare a leggersi gli studi fatti in Olanda e Germania, dove la legalizzazione è avvenuta: il problema non è stato risolto, tantissime restano vittime di violenze e abusi».