Legalizzare la prostituzione? «Il Veneto si informi: il guadagno è zero e il racket aumenta»

Intervista a Giorgio Malaspina (Comunità Papa Giovanni XXIII): «Pensare a uno Stato che fa cassa sul traffico di esseri umani è inaccettabile, meschino e incostituzionale. La soluzione è un’altra»

Legalizzare la prostituzione e offrire così il riconoscimento statale a una delle forme più gravi e odiose di sfruttamento delle donne? Se serve per fare cassa, ben venga. È il ragionamento che ha fatto il consigliere della Regione Veneto, Antonio Guadagnini. Il membro del gruppo indipendentista “Siamo Veneto” ha proposto all’attenzione del Consiglio regionale un disegno di legge che, se approvato, approderebbe a Roma come proposta di iniziativa regionale.

TASSE, PARTITA IVA E ALBI PROFESSIONALI

Il consigliere regionale propone di trasformare le prostitute in lavoratrici autonome come tutte le altre, con il diritto di ricevere il dovuto compenso pattuito, l’obbligo di avere una partita Iva e di emettere fattura, pagando le spese sanitarie, previdenziali e ovviamente fiscali. «Il giro di affari è stimato in 25 miliardi di euro, con 9 milioni di clienti all’anno», fa i conti Guadagnini, come riportato dalla Stampa. «Solo in Veneto il giro d’affari potrebbe essere attorno ai 3 miliardi. Se questi 25 miliardi venissero fatturati ci sarebbero introiti miliardari per lo Stato». La proposta prevede poi che la prostituzione venga riportata dalla strada alle case chiuse, con tanto di apposito albo professionale per le prostitute.

«Pensare di fare cassa sul traffico di esseri umani, pensare a uno Stato che lucra sulla terribile piaga del racket è meschino, eticamente inaccettabile e pure incostituzionale», commenta a tempi.it la proposta Giorgio Malaspina, coordinatore nazionale per la Comunità Papa Giovanni XXIII della campagna “Questo è il mio corpo”. «Guadagnini inoltre dovrebbe studiare e aggiornarsi».

IN GERMANIA E OLANDA IL SISTEMA NON FUNZIONA

Il 95 per cento delle donne che si prostituiscono in Italia non lo fanno per libera scelta, ma perché vittime della tratta di esseri umani e del racket della prostituzione. «Legalizzando la prostituzione non si risolve il problema dello sfruttamento», continua Malaspina. «Basta andare a leggersi gli studi fatti in Olanda e Germania, dove la legalizzazione è avvenuta: il problema non è stato risolto, tantissime restano vittime di violenze e abusi. In Germania oltre il 90 per cento delle prostitute non sono tedesche, ma vengono dalle zone più povere dei paesi dell’Est».

E qui si inserisce un secondo problema: gli «introiti miliardari» sognati da Guadagnini sono un miraggio. «Continuiamo a parlare della Germania: le prostitute sono soprattutto persone che non hanno la possibilità di regolarizzarsi e di conseguenza non pagano le tasse», prosegue Malaspina. «Anche in Italia la maggior parte delle prostitute non hanno un permesso di soggiorno. Come si regolarizzano sotto il profilo lavorativo se non hanno i documenti?».

«DONNE LIBERE SULLA STRADA NON CE NE SONO»

Dire poi che la prostituzione debba essere regolamentata perché le donne devono avere la libertà di vendere il proprio corpo, significa non conoscere la realtà sul campo. «Fin dagli anni 90, tutte le settimane la Comunità Papa Giovanni XXIII aiuta le donne sulla strada», spiega il coordinatore. «Non abbiamo mai incontrato una sola donna che abbia scelto liberamente di fare questo mestiere. Quando instauri un rapporto di fiducia con queste donne, spesso minorenni, tutte dicono la stessa cosa: sono ragazze di scarsa cultura, con storie di abusi alle spalle, ingannate e costrette a prostituirsi o dal racket o dalla povertà. Nessuna racconta a casa quello che fa. Donne libere sulla strada non ce ne sono: noi non ne abbiamo mai incontrata una».

COPIAMO SVEZIA, NORVEGIA E FRANCIA

L’unico punto su cui Guadagnini ha ragione è che «oggi la legge Merlin non funziona più». Era infatti stata concepita per un altro periodo storico. A partire dagli anni Novanta la tratta delle donne straniere è aumentata nel paese, ponendo nuovi problemi. La soluzione a questi problemi c’è e non è la regolamentazione: «Dobbiamo copiare il cosiddetto modello nordico, quello adottato da Svezia, Norvegia, Islanda e recentemente anche dalla Francia», spiega Malaspina. «Si tratta di una legislazione che, come raccomandato dall’Unione Europea, mira a contrastare il traffico e la domanda, sanzionando cioè chi vuole usufruire delle prestazioni delle prostitute. I risultati finora in questi paesi sono positivi: contrasto al traffico, diminuzione della prostituzione e consapevolezza dal punto di vista culturale».

Ed è proprio per spingere il governo ad adottare questo tipo di legislazione che è stata lanciata la petizione Questo è il mio corpo, di cui Malaspina è coordinatore nazionale, che ha già raccolto centinaia di migliaia di firme. «Fino a quando un uomo potrà comprare il corpo di una donna come se fosse una scatoletta di tonno, non si può parlare davvero di parità di genere. Anche le femministe cominciano a capirlo. Spero che il Veneto e il Parlamento non facciano passi indietro». Perché, come diceva don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII: «Nessuna donna nasce prostituta».

Foto Ansa