Trump sarà il Gorbaciov degli Stati Uniti d’America

Il “liberi tutti” di una presidenza Trump permette all’Europa, se ne ha il coraggio, di riscrivere la storia della sua integrazione e dei suoi rapporti con la Russia e i suoi satelliti.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Una fatale ironia della storia carica di presagio ha voluto che la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane coincidesse con la data del 9 novembre, l’anniversario della caduta del Muro di Berlino. Cioè l’avvenimento che segnò l’inizio della fine del socialismo reale come sistema economico, politico e militare, e dell’egemonia dell’Unione Sovietica sull’Europa orientale e su molte aree di quello che allora si chiamava Terzo Mondo. Trump, il candidato antisistema che ha fatto saltare il banco dell’establishment americano, quello che va dagli Obama all’industria della cultura di massa di Hollywood, dai Clinton a Wall Street, da George Soros alla Corte costituzionale a maggioranza democratica, sarà il Gorbaciov degli Stati Uniti d’America. Con lui comincia la fine dell’egemonia politico-militare degli Stati Uniti nel mondo, della finanza anglosassone, della globalizzazione a trazione occidentale.

L’Occidente, già morto culturalmente e antropologicamente da anni ma convinto di poter continuare a imporre i suoi valori e la sua preponderanza al resto del mondo, abdica ufficialmente dalla guida della civiltà planetaria. Le conseguenze saranno simili a quelle che seguirono l’evento del 9 novembre 1989. Ricordiamole: in alcune aree del mondo si sciolsero le tensioni e iniziò un tempo di pace, in altre scoppiarono sanguinose crisi, molti popoli ebbero la possibilità di riprendere in mano il proprio destino o furono semplicemente costretti a farlo dagli eventi, e il centro dell’impero conobbe un’epoca di disgregazione. Dall’Unione Sovietica sorsero 14 stati diversi. Senza arrivare a un esito tanto traumatico, è certo che la presidenza Trump innescherà tensioni fortissime all’interno della società americana, riprenderanno le culture wars che si ritenevano concluse con la vittoria dei liberal e che in realtà non sono mai finite per l’arroganza insopportabile con cui i liberal stavano gestendo la loro presunta vittoria, la questione razziale già riesplosa durante il secondo mandato Obama si avvicinerà al diapason, e si può temere per la tenuta della federazione nel suo complesso. A questo punto non si può escludere che fra dieci-vent’anni il Texas e la California se ne saranno andati dall’Unione, una verso sinistra (in questo momento i democratici di San Francisco si stanno consolando fumando la marijuana per uso ricreativo che hanno legalizzato con un referendum contemporaneo al voto presidenziale) e l’altro verso destra, quando gli effetti interni del neo-isolazionismo di Trump e delle reazioni liberal a tale politica avranno fatto il loro corso e ad alcuni stati apparirà più conveniente correre per proprio conto.

Negli Stati Uniti la presidenza Trump provocherà un tempo di fortissime turbolenze. Attenuate solo in parte dal sistema di checks and balances che da sempre limita i poteri del presidente. In Europa invece, come nel resto del mondo, la sua vittoria rappresenta una grande opportunità, che può risolversi in assetti internazionali più stabili e pacifici, oppure in tragedie alla jugoslava. Una Hillary Clinton presidente avrebbe cercato di trascinare l’Europa nel solco della sua politica interventista e ultratlantica, in continuità con quella del marito Bill che si trovò a gestire la fase dell’egemonia mondiale unipolare americana all’indomani del tracollo dell’Unione Sovietica. Hillary avrebbe chiesto agli europei di intervenire militarmente in Libia, di integrare l’Ucraina nella Nato e accrescere le sanzioni e le tensioni con Mosca, di istituire come Nato una no-fly zone in Siria nella zona al confine con la Turchia, per permettere ai ribelli islamisti ma filo-occidentali e ai loro sponsor turchi di consolidare le loro forze, con l’obiettivo a medio termine di sconfiggere contemporaneamente l’Isis e il regime di Damasco. Nessuna di queste cose, però, risponde agli interessi a lungo termine degli europei, che non risolveranno mai i propri problemi economici interni e quelli di sicurezza con questo tipo di politica estera.

Se Trump sarà coerente col programma (programma è una parola grossa, diciamo: con le suggestioni) in base a cui ha chiesto i voti, non chiederà nulla di tutto questo agli europei. Chiederà agli europei di assumersi in prima persona la responsabilità della loro sicurezza, cioè di elevare la loro spesa militare al livello di quella degli Usa, che è del 4,3 per cento del Pil, mentre gli europei viaggiano a sbafo sul treno della Nato con una spesa media del 2 per cento. Trump ha detto che la Nato è obsoleta, e che dovrebbe spostare il focus della sua azione dall’antagonismo nei confronti della Russia alla lotta al terrorismo e alla gestione della crisi delle migrazioni di massa. Ha pure detto nella sua intervista al New York Times che se i paesi europei non vogliono partecipare come si deve ai costi della difesa euroatlantica, dovranno difendersi da soli. Questa che molti vedono come una minaccia, è in realtà una grande opportunità di rinascita per l’Europa. L’uscita di scena della Nato e della soffocante influenza politica americana sull’Europa è una grande occasione in due sensi. Anzitutto gli europei dovranno organizzare da sé la propria difesa, riprendendo un’intuizione che stava alle origini del processo di integrazione europea, quando i francesi proposero la creazione di un esercito europeo, che poi non si fece. A causa della Guerra fredda, l’Europa libera ha avuto bisogno della Nato. Ma finita la Guerra fredda, la scelta giusta sarebbe stata quella di sciogliere la Nato e creare uno strumento militare integrato dell’Unione Europea, col quale poi dialogare e rapportarsi con l’unica superpotenza nucleare europea non appartenente alla Ue e non intenzionata a entrarci: la Federazione Russa. Invece si è preferita la sciagurata integrazione monetaria con la creazione dell’euro, i cui effetti depressivi sulle economie diverse da quella tedesca sono sotto gli occhi di tutti. Il “liberi tutti” di una presidenza Trump permette all’Europa, se ne ha il coraggio, di riscrivere la storia della sua integrazione e dei suoi rapporti con la Russia e i suoi satelliti. Una Ue emancipata dalla Nato e dotata di un suo sistema di difesa integrato può andare al negoziato con la Russia per la creazione di un sistema di sicurezza euroasiatico, condizione per l’integrazione economica euroasiatica che tanto bene farebbe allo sviluppo economico di Europa e Russia, e tanto bene farebbe alle ragioni della pace.

Per quanto riguarda l’altra sponda del Mediterraneo, la soluzione non è portare la guerra a tutti i dittatori che non sono filo-occidentali o che comunque si spera di sostituire con altri ancora più filo-occidentali (come s’è fatto con Gheddafi, la cui caduta Hillary Clinton fortissimamente volle) o inviare le truppe a causa del fatto che ci sono stati falliti come la Libia. Gli europei devono scegliere e cercare l’accordo per un intervento coi paesi arabi dell’altra sponda del Mediterraneo: Egitto, Tunisia e Algeria, che hanno bisogno del nostro sostegno politico per evitare la destabilizzazione e per non essere ancora manipolati da Arabia Saudita e Qatar.

Dunque le politiche di Trump sono l’occasione favorevole per un’integrazione europea politico-militare, contro l’integrazione fatta di moneta unica e vincoli dei bilanci nazionali che tante sciagure in termini socio-economici hanno portato ai nostri paesi. E per una distensione reciprocamente vantaggiosa fra Europa e Russia. Non c’è dubbio che al Cremlino oggi si brinda con ogni tipo di alcol, come anche, più riservatamente, in altre capitali. Trump sarà più flessibile con la Russia e più duro con la Cina, mentre la Clinton sarebbe stata più dura con la Russia e più accomodante con la Cina. Con Pechino l’America isolazionista di Trump non ha un problema di lotta per l’egemonia in Asia, ma di posti di lavoro perduti e salari sempre più bassi per i lavoratori americani a causa delle dinamiche del commercio mondiale globalizzato.

Trump rivedrà gli accordi commerciali internazionali e probabilmente bloccherà cose come il Ttip, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (la Clinton in campagna elettorale s’era messa a criticarlo, dopo avere contribuito alla sua stesura, quando s’era accorta che le faceva perdere i voti dei colletti blu americani: questi evidentemente non hanno creduto alla sua “conversione”). Tanti qui in Europa già piangono pensando al neo-protezionismo americano che creerà problemi alle nostre merci. Farebbero meglio ad attivarsi per sfruttare le opportunità che si aprono a est e a sud: dalla Russia all’Iran, da un partenariato serio con la sponda Sud del Mediterraneo e coi paesi dell’Africa sub-sahariana da cui arrivano i migranti economici alla ricostruzione di Libia, Siria e Yemen all’indomani di una Yalta mediorientale.

Spazzato via l’Isis e ridimensionate le pretese saudite e turche, l’Europa dovrebbe farsi mediatrice di un accordo fra i paesi emergenti dell’area nella logica dell’equilibrio di potenza (Congresso di Vienna 1815) e della spartizione delle aree di influenza (Yalta 1945). Sono le materie di cui siamo esperti, la finta esportazione della democrazia per fare trionfare interessi finanziari e sciovinismi nazionali non ci conviene. Una presidenza Clinton non ce l’avrebbe lasciato fare, una presidenza Trump ce ne offre l’opportunità. Se non riusciamo nell’intento le conseguenze saranno gravi. Ma a quel punto sarà colpa nostra e dell’intransigenza ottusa dei governi mediorientali, non più degli americani. Il tramonto della potenza americana e dell’Occidente rappresenta un cambiamento d’epoca sospeso fra un rinascimento e un’apocalisse.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •