Quello che non va nella transizione energetica. A cominciare dal nome

Di Marco Bernardi
27 Agosto 2025
Fatti e dati alla mano, così il presidente di Illumia spiega perché gli obiettivi del Green Deal europeo su idrocarburi e rinnovabili somigliano sempre più a una profezia che non si autoavvererà. Il suo intervento al Meeting di Rimini
Tralicci dell’energia elettrica
Foto Depositphotos

Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato da Marco Bernardi, presidente di Illumia, lunedì 25 agosto al Meeting di Rimini durante l’incontro dal titolo “L’energia è vitale. Occorre realismo”. Dettagli e video dell’evento sono disponibili in questa pagina.

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Mi piace molto il titolo che avete scelto. Realismo e pragmatismo sono a mio parere le dimensioni che più sono mancate (e mancano) alla discussione sulla transizione energetica in tutti suoi attori. Per qualche incomprensibile motivo negli ultimi 10 anni il primato dei dati di realtà sulle idee (o desideri) è stato invertito, e così narrazioni semplificate facilmente comprensibili a tutti si sono diffuse diventando nel tempo verità granitiche (“L’uomo è la causa del cambiamento climatico”, “La produzione verde è a impatto zero”, “Se ci fossero solo rinnovabili il prezzo dell’energia sarebbe molto basso”).

Marco Bernardi
Marco Bernardi, presidente di Illumia, durante il suo intervento (foto Meeting Rimini 2025)

Il grande nemico del realismo è proprio la semplificazione, o meglio ancora la banalizzazione, cioè la non considerazione di tutti i fattori in gioco. Purtroppo, nel mondo dell’energia di fattori ce ne sono molti e spesso anche contradditori tra di loro. Affrontare questa complessità richiede certo una fatica e un rigore a cui forse non siamo più abituati (viziati dalle risposte rapide di ChatGpt).

Come dice l’economista Keynes bisognerebbe «evitare di rimproverare le linee perché non vanno dritte». Nel nostro caso le linee non sono mai state né mai saranno diritte. Il settore energetico è per definizione influenzato da una marea di fattori esogeni: storici, geopolitici, naturali, pandemici eccetera; le linee, quindi, sono per definizioni storte, meglio accettarlo che rimproverarlo.

A me sembra invece che gli obiettivi della transizione energetica in Europa siano un po’ come questi rimproveri. Come quelle profezie che tutti sanno essere impossibili, ma che si spera che a forza di ripetere si autoavverino. Questo però non sta avvenendo, anzi si sta colpendo la competitività economica europea (vedi il settore automotive).

Gli obiettivi del Green Deal e i dati di realtà

Se guardiamo lo stato dell’arte del raggiungimento degli obiettivi del Green Deal emerge bene questa mancanza di realismo. Si è pensato di realizzare i due più importanti obiettivi (la neutralità climatica entro il 2050 e la riduzione delle emissioni del 55 per cento entro il 2030) massimamente attraverso due metodologie:

  1. l’aumento di energie rinnovabili;
  2. la decarbonizzazione o, più genericamente, la diminuzione dei consumi di petrolio e carbone.

Vediamo come stanno andando le cose:

  1. Bisogna riconoscere che il primo punto è stato raggiunto brillantemente: la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili è arrivata a livelli impensabili fino a poco tempo fa. Oltre al record assoluto registrato nel 2024, ricordo solo che la quota di elettricità ricavata da eolico e solare è passata negli ultimi 15 anni da un sostanziale zero al 15 per cento della generazione globale; nello stesso periodo, inoltre, si è assistito a un drastico calo dei prezzi dei panelli solari (-90 per cento). Si tratta di passi fondamentali nella direzione della cosiddetta “transizione energetica”, per l’obiettivo cioè di raggiungere un mix energetico dominato dalle risorse rinnovabili anziché da fonti fossili.
  2. Tuttavia, gli anni recenti sono stati caratterizzati anche da altri andamenti:
    • Nel 2024, oltre a quello delle rinnovabili, il mondo ha registrato anche un altro record: quello della produzione di petrolio e carbone. La produzione del primo ha superato la soglia dei 100 milioni di barili al giorno, il secondo ha toccato il massimo storico di 8 miliardi e 700 milioni di tonnellate. Il motivo è semplice: dal 1990 a oggi, la quota della domanda energetica mondiale soddisfatta dagli idrocarburi si è effettivamente ridotta, sebbene di poco, passando dall’85 all’80 per cento; in valore assoluto, però, la domanda totale è oggi quasi triplicata rispetto al 1990.
    • Di conseguenza sono aumentate anche le emissioni di CO2, che invece le stime avevano predetto in calo dai 34 miliardi di tonnellate del 2020 a 21,2 nel 2030. La verità è che al contrario nel 2023 il dato era salito a 37,4 miliardi. Mancano cinque anni al 2030, tutto suggerisce che l’auspicato calo del 40 per cento non sarà fattibile entro quella data. Il fenomeno delle emissioni infatti è un fenomeno globale e non locale. Non è che se le riduci in Emilia-Romagna smettono gli eventi climatici estremi. È stato calcolato che l’esito dei primi provvedimenti di Donald Trump sul mondo dell’energia aumenteranno da qui al 2030 le emissioni di 4,4 miliardi di tonnellate, se l’Europa anche raggiungesse i suoi obiettivi le diminuirebbe di 0,6 miliardi. Il saldo netto è di facile calcolo.
    • La Cina dal 2000 al 2020 – così si dice – ha sconfitto la povertà quadruplicando i suoi consumi energetici. E come lo ha fatto? Fondamentalmente con il carbone. Adesso si dice che voglia abbandonare il carbone: secondo voi su quale commodity si sposterà? Prevedo prezzi del gas in aumento.

La fame di energia del mondo

Perché tutto questo accade? Perché nel mondo c’è un fabbisogno di energia inevaso enorme. Un titolo dell’Economist di qualche mese fa diceva: il consumo medio di elettricità di un cittadino africano è uguale a quello di un frigorifero europeo o americano, ossia 300-400 kilowattora all’anno.

Se prendiamo i primi dieci paesi al mondo per Pil pro capite e poi guardiamo i primi dieci per consumo di energia, c’è una coincidenza perfetta. Ovviamente vale anche l’inverso: se prendiamo i dieci paesi più poveri e li confrontiamo con quelli che consumano meno energia, di nuovo, perfetta sovrapposizione.

L’altra correlazione interessante è la crescita dell’aspettativa di vita negli ultimi 100 anni confrontata ai consumi mondiali di energia (si passa da 30 anni a più di 80).

Insomma se vuoi crescere, se vuoi benessere, ci vuole energia.

Non una “transizione” ma una “addizione energetica”

C’è inoltre un altro aspetto paradossale: la transizione energetica rallenta la medesima transizione energetica.

  • Stando alle previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), a livello globale la domanda di metalli legata alle cosiddette “tecnologie verdi” è destinata a quadruplicare entro il 2040. I più ricercati, oltre al rame, sono litio, cobalto, nichel, grafite.
  • La domanda di litio è cresciuta del 266 per cento nel periodo 2017-2023, quella di cobalto dell’83 per cento, quella di nichel del 46 per cento. Standard and Poor’s stima che la domanda di litio nel 2035 sarà ulteriormente aumentata del 286 per cento rispetto al 2023; stessa dinamica, anche se con incrementi inferiori, interesserà cobalto (+96 per cento) e nichel (+91 per cento). Per quanto riguarda il rame, menziono solo un fatto: per costruire un veicolo elettrico, ne occorre una quantità da due a tre volte e mezzo superiore a quella sufficiente per un veicolo a combustione interna. Quantitativi significativi di rame, inoltre, servono per realizzare batterie, sistemi eolici, panelli solari e data center. Sempre secondo i calcoli di S&P, infatti, se l’obiettivo resterà quello di azzerare le emissioni per la metà del secolo, l’offerta di rame raddoppierà entro il 2035. Occorrerebbe dunque investire nell’individuazione e sfruttamento di nuove miniere, peccato che questo sia in contraddizione con i vari criteri Esg adottati da tanti investitori privati e banche multilaterali di sviluppo, cosa che rende difficile reperire capitali allo scopo.

A fronte di questi e altri dati analoghi, qualcuno ha fatto presente che non si dovrebbe parlare di “transizione energetica”, bensì di “addizione energetica” (energy addition), perché in realtà le fonti rinnovabili non stanno sostituendo quelle tradizionali come auspicato, piuttosto si sono aggiunte ad esse. Del resto è quello che è sempre successo nella storia dell’umanità: occorrono periodi lunghissimi perché si possa parlare di “transizioni”; si pensi al passaggio dal legno al carbone nel Settecento o a quello dal carbone al petrolio nel Novecento.

La lezione di Niccolò Fabi

In conclusione, penso che sui temi dell’energia e della transizione tendenzialmente non si presti attenzione a una visione integrata di breve/medio/lungo periodo, e questo è figlio di una difficoltà a stare davanti a tutta complessità di cui abbiamo parlato. Nell’attesa che la tecnologia delle batterie colmi i gap delle rinnovabili, basterebbe invece accompagnare la transizione senza derive ideologiche, in particolare non demonizzando e investendo su ciò a cui non possiamo rinunciare (in particolare il gas), che ad oggi ci garantisce la copertura dei picchi di domanda attuali e prospettici.

Come dice una bella canzone di Niccolò Fabi, «costruire è saper rinunciare alla perfezione». O come ho sentito dire tante volte da mio padre in azienda: «Il meglio è nemico del bene».

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