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«La gente non si è ancora resa conto della gravità della crisi energetica»

Di Leone Grotti
15 Ottobre 2022
Scenari e idee di Marco Bernardi (Illumia) per affrontare i prossimi difficilissimi mesi. «Avremo prezzi otto volte più alti di due anni fa. Servono pragmatismo e creatività, basta con l’ideologia verde»
Bombola di gas
Foto Ansa

San Patrignano è la comunità di recupero più importante d’Europa. Nell’agosto 2021 per la bolletta del gas aveva pagato 70 mila euro, quest’anno il conto è decuplicato: 730 mila euro. Piccole e medie imprese sono nel panico avendo pagato l’energia elettrica oltre 21 miliardi di euro in più rispetto al 2021. Secondo un recente rapporto di Confartigianato 881.264 aziende, che danno lavoro a 3,5 milioni di persone, potrebbero chiudere i battenti. Produrre costa troppo, specialmente nei settori “energy intensive” come ceramica, vetro, cemento, carta, alimentare. Le famiglie non stanno meglio: il 30 settembre sono scaduti i contratti annuali e quelli nuovi nel mercato tutelato hanno subìto un aumento del 59 per cento, passando da circa 25 centesimi al chilowattora a 66. La spesa per una famiglia tipo passa così dai 632 euro del 2021 a 1.322 quest’anno.

«Purtroppo, credo che la gente non si sia ancora resa conto di quanto sia allarmante la situazione. Le bollette sono già cresciute di oltre il 70 per cento rispetto all’anno scorso, ma con l’arrivo dell’inverno e i consumi di gas in aumento, in assenza di interventi, l’impatto sull’economia familiare sarà maggiore». Marco Bernardi sa quello che dice. Da presidente di Illumia, fornisce luce e gas a circa 500 mila famiglie e imprese. È dunque la persona giusta per comprendere le prospettive e l’origine della crisi, oltre che per commentare l’efficacia delle contromisure annunciate dall’Unione Europea e di quelle abborracciate dal governo di Mario Draghi, in attesa di sapere che cosa proporrà il nuovo esecutivo.

Quanto è grave la situazione?

Più di quanto pensiamo. Il nostro tessuto familiare e imprenditoriale potrebbe non reggere i nuovi rincari. Se il governo e l’Europa non prendono misure adeguate per arginare la corsa dei prezzi, l’indice di produzione frenerà e molte aziende dovranno ricorrere alla cassa integrazione.

Marco Bernardi
Marco Bernardi, presidente di Illumia

I paesi europei stanno andando in ordine sparso e ragionano su soluzioni diverse tra loro: tetto al prezzo del gas, disaccoppiamento del costo del metano da quello dell’elettricità, bollette calmierate, sussidi alle famiglie. Qual è la strada migliore?

Finora abbiamo sentito tanti annunci e zero fatti. Io darei volentieri un bonus economico ai politici di qualunque schieramento che fossero in grado di prendere decisioni nei tempi richiesti dalla realtà e non a babbo morto! In questo momento andrebbe bene quasi qualunque provvedimento, la priorità è dare un segnale di consapevolezza della situazione e di controllo. Invece il mercato legge incertezza e panico. E l’inverno si avvicina.

Draghi ha spinto fino all’ultimo l’Europa a fissare un tetto al prezzo del gas. È una buona idea?

Poteva essere una buona soluzione, ma ormai siamo fuori tempo massimo per colpa della contrarietà dei paesi del Nord Europa. Davanti alla sola minaccia di un tetto al prezzo del gas, la Russia ha sostanzialmente azzerato i flussi verso l’Europa, rendendo ancora più complesso realizzare questo provvedimento. Quindi siamo un po’ cornuti e mazziati: non abbiamo né gas, né price cap.

Il price cap avrebbe qualche controindicazione?

Difficile a dirsi, sicuramente non esiste una soluzione perfetta. Certo è che con meno gas dalla Russia l’Europa si troverebbe nella condizione di dover aumentare i flussi di gas liquido (Gnl) soprattutto dagli Stati Uniti, ma tante società che esportano gas sono private e seguono logiche di mercato, quindi potrebbero indirizzare le navi verso mercati disponibili a pagare di più, come la Cina. Detto tutto questo, nel breve periodo, almeno per superare l’inverno, varrebbe la pena tentare: se funzionasse, i prezzi del gas rientrerebbero nell’alveo di una relativa normalità.

Perché “relativa”?

Perché si parla di un tetto pari a 150 euro a megawattora, cioè otto volte le medie storiche. La nuova “normalità” è dunque un prezzo otto volte più alto di quello di due anni fa.

Sarebbe meglio abbandonare le sanzioni alla Russia, sorvolando sull’invasione dell’Ucraina?

Premesso che la via regina per la risoluzione di questi problemi sarebbe l’apertura di un vero negoziato di pace, posso anche comprendere la linea dura adottata dall’Europa nei confronti di Mosca. Ora però che a causa di questa politica il tessuto economico europeo sta affrontando una crisi senza precedenti, mi aspetto che l’Europa reagisca in modo altrettanto deciso. I paesi produttori di gas del Nord Europa dovrebbero accettare il price cap e rinunciare agli extra margini di cui stanno godendo per aiutare gli altri membri più in difficoltà. Allo stesso modo mi aspetterei che gli Stati Uniti, grandi sponsor della resistenza ucraina e delle sanzioni, si rendessero disponibili a negoziare con l’Europa forniture di Gnl a lungo termine a prezzi scontati rispetto a quelli attuali.

L’Unione Europea ha raggiunto un accordo per fissare un tetto al prezzo dell’energia prodotta da rinnovabili. È una buona idea?

Una stortura esiste: i produttori di energia in questo momento vendono a prezzi di mercato altissimi, gli impianti rinnovabili però non sostengono i costi legati al gas, realizzando quindi guadagni inattesi. Fissare un tetto avrebbe come effetto l’abbassamento del prezzo dell’energia elettrica per tutti ed è quindi positivo. Non è detto però che gli extraprofitti immaginati dalla Commissione europea siano davvero così elevati.

Perché?

Se ho una centrale che produce 5 megawatt di elettricità posso andare sul mercato a venderla firmando un contratto di due o tre anni a prezzo bloccato. Già a metà dell’anno scorso i prezzi dell’energia erano raddoppiati e molti produttori di rinnovabili hanno venduto la loro produzione. Ora i prezzi sono decuplicati, ma tanti, avendo già venduto la propria produzione l’anno scorso, non ne stanno godendo.

Con il decreto Aiuti bis il governo Draghi ha inasprito le sanzioni per quelle aziende energetiche che non versano il contributo straordinario sugli extraprofitti. Le imprese come la vostra stanno lucrando sulla crisi del gas?

Sono felice di poter fare chiarezza su questo punto e sono dispiaciuto di dover constatare che un governo competente, come quello di Draghi, abbia fatto di tutta l’erba un fascio in modo demagogico. Si è alimentata una campagna di disinformazione che inasprisce i rapporti con i clienti, facendo passare i fornitori per approfittatori. Bisogna distinguere tra i produttori di gas ed energia e i grossisti. Tassare gli extraprofitti può essere ragionevole per i primi, ma è folle per i secondi, che subiscono i rialzi dei prezzi e non ne possono trarre vantaggi.

Sicuro?

Chi oggi produce gas può venderlo a un prezzo molto alto pur sostenendo gli stessi costi di prima per estrarlo. Queste aziende hanno sicuramente ricavi straordinari. Ma le aziende fornitrici come la nostra non hanno niente a che vedere con questo meccanismo. Noi siamo dei “price taker”, acquistiamo cioè l’energia a prezzi di mercato e poi la distribuiamo ai clienti. Non abbiamo la possibilità tecnica di ricavare chissà quali margini. Abbiamo anzi in questo momento molti costi aggiuntivi.

Ad esempio?

Noi non possiamo sapere quanta energia consumeranno le famiglie alle quali forniamo l’energia e facciamo una stima, che non è mai esatta al 100 per cento. Se poi consumano di più di quanto avevamo previsto, dobbiamo comprare quell’energia sul mercato al momento. A causa dei costi impazziti, ci ritroviamo a spendere più di quanto preventivato. Non solo, quindi, abbiamo più spese a causa della volatilità del mercato, ma anche per gli oneri finanziari, che sono esplosi, e per gli insoluti. Altro che approfittatori.

Il governo Draghi ha fatto un pasticcio?

In parte sì. La norma oltretutto è stata scritta in modo frettoloso e presenta dei problemi tecnici, per cui tante aziende che hanno fatto ricorso potrebbero vincerlo.

Si chiede al governo di calmierare le bollette come nel Regno Unito, dove hanno definito una spesa massima annua per i costi energetici per famiglia.

La via intrapresa da Londra a mio avviso è tecnicamente sbagliata e rischiosa educativamente, perché non rende edotto il consumatore di quello che sta accadendo. Il mercato infatti ha reagito con un aumento dei prezzi, immaginando una domanda costante in uno scenario di calo di offerta.

Se fosse un politico, non la voterebbe nessuno.

I prezzi dell’energia sono così alti non tanto a causa della fantomatica speculazione dei mercati, che in parte esiste, ma soprattutto perché c’è una reale mancanza di offerta. A questa poi si aggiunge il timore che la Russia possa interrompere definitivamente i flussi. Se c’è poco gas, spingere le famiglie a disinteressarsi dei consumi calmierando le bollette è un errore: oltre alla necessità di un intervento politico, bisogna stimolare la riduzione dei consumi, anche come strumento più efficace alla diminuzione delle bollette.

L’Europa ha imposto il razionamento dei consumi, che dovranno calare del 5 per cento durante le ore di picco. Che cosa cambierà concretamente?

L’impatto pare relativo. Probabilmente, tra le 18 e le 20, non potremo più tenere accesi contemporaneamente lavastoviglie e phon. Ma dovremo rinunciare a un elettrodomestico. Non mi sembra la fine del mondo.

Bruxelles ha anche detto di voler sostenere le grandi utility energetiche in crisi di liquidità. Come mai?

Oggi i maggiori operatori energetici vivono un momento di tensione finanziaria, perché passano circa due mesi tra quando pagano l’energia e il gas e quando incassano per la loro vendita. Questa situazione è accentuata dal meccanismo della marginazione (margin call) per cui vengono richiesti quotidianamente flussi di cassa a garanzia dei prodotti finanziari acquistati per abbattere il rischio mercato. È fondamentale allora il sostegno delle banche, ma poiché l’indebitamento richiesto alle aziende è più che decuplicato a causa dei rincari, non tutti gli istituti sono disposti a fare credito. Non è un caso che la tedesca Uniper sia stata nazionalizzata dalla Germania e che in Francia, con Edf, sia accaduta la stessa cosa. In Italia le banche possono essere garantite al 90 per cento da una garanzia statale tramite Sace per finanziamenti ai player elettrici: il meccanismo va oliato meglio e i tempi drasticamente accorciati, ma è una soluzione che ha permesso ad operatori come noi di mettersi in sicurezza.

Se domani finisse la guerra in Ucraina, i prezzi dell’energia tornerebbero alla normalità?

Solo in parte, perché il rialzo è antecedente al conflitto. Già nell’estate del 2021 il costo dell’energia era salito a livelli anomali e la ragione è sempre la stessa: carenza dell’offerta. L’anno scorso l’inverno è stato più lungo e freddo, i paesi europei si sono ritrovati con gli stoccaggi vuoti, il gas in circolazione è stato venduto a chi è uscito prima dal Covid, come la Cina, e il Nord Stream 2, il gasdotto russo che doveva risolvere in parte questi problemi, è stato bloccato.

Non potevamo fare niente dunque per sfuggire alla crisi?

Certo che potevamo, ma dovevamo svegliarci prima, l’Europa è stata miope e ha adottato una strategia energetica ideologica e completamente staccata dalla realtà. Negli ultimi 15 anni non sono stati fatti investimenti sul gas e tutti gli incentivi sono stati dirottati sulle rinnovabili, che sono fantastiche, ma da sole non bastano. Come qualche politico ha realizzato con colpevole ritardo, se mancano sole, vento e acqua le rinnovabili non producono…

Colpa del Green Deal?

La transizione energetica è inevitabile, ma l’Unione Europea non può permettersi di perseguire esclusivamente un’ideologia verde che, pur partendo da presupposti condivisibili, finisce col tradire il bene comune. L’esito di questa impostazione la stiamo vivendo sulla nostra pelle. Lo sviluppo tecnologico su larga scala che è alla base di una produzione full green è ancora un’incognita e prima di venti o trent’anni sarà impossibile fare a meno del gas. Questa è la realtà.

Quando l’Unione Europea si sarà affrancata dalla dipendenza dalla Russia, però, le cose andranno meglio.

Speriamo che i nostri nuovi fornitori, come Congo, Algeria e Libia, non esattamente campioni di democrazia, si dimostrino migliori di Mosca. Dobbiamo comunque guardare al futuro: la Cina ha promesso di abbattere le emissioni di CO2 nel 2060.

E allora?

Questo significa che nei prossimi 30 anni le centrali cinesi a carbone verranno sostituite con quelle a gas, non certo con le rinnovabili. La domanda di gas aumenterà di una dimensione pari a quella complessiva europea, ma farà i conti con un’offerta che appare inelastica. I prezzi sono quindi destinati a rimanere sostenuti nel medio/lungo periodo. Non si può far finta di niente, bisogna reagire subito. Perché, ad esempio, l’Italia non torna a sfruttare le sue risorse? Fino a dieci anni fa estraevamo 10 miliardi di metri cubi di gas, oggi meno di 4. Mentre noi continuiamo a discutere sui rigassificatori, l’Olanda ha deciso a fine marzo di installarne uno galleggiante e a inizio settembre è arrivata la prima nave piena di Gnl.

È un bene che l’Unione Europea abbia inserito gas e nucleare nella tassonomia verde?

Certo, è un primo passo positivo. Dobbiamo capire che il criterio con cui approcciare i temi energetici è il realismo e non l’ideologia. Bisogna cogliere questa occasione e recuperare il tempo perduto. Come ha fatto la Francia ad aiutare le famiglie nell’ultimo anno? Obbligando l’azienda di Stato a vendere energia nucleare a prezzi bassi e quindi veicolando risparmi a famiglie e imprese.

Servirebbe anche in Italia?

Certo, ma dubito che avremo un governo così forte da reintrodurre questo dibattito nel nostro paese.

L’inverno è alle porte. Dobbiamo prepararci al peggio?

Nonostante tutto, non sono disfattista. Le nostre imprese hanno quello che manca alla politica: pragmatismo, tenacia e creatività. Saranno necessari sacrifici e molta inventiva, ma una strada la troveremo. Governo e Unione Europea prendano spunto.

@LeoneGrotti

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di ottobre 2022 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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