Tiraboschi: «Il contratto unico è una invenzione “giornalistico-accademica”»

L’allievo di Marco Biagi boccia la riforma del mercato del lavoro del governo Monti. «Immaginare di ricondurre la ricchezza e multiforme realtà dei moderni modi di lavorare è una utopia che non è stata avanzata neppure in epoca fondista. Questa invenzione si basa su una vera e propria mistificazione».

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Lunedì si aprirà il tavolo di lavoro tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e le parti sociali: al centro anche le riforme al mercato di lavoro. Secondo le indiscrezioni, tra altri provvedimenti, il Governo vuole introdurre un contratto unico di ingresso, il Cui, che avrà una durata massima di tre anni in una prima fase e una seconda fase in cui sarà completamente uguale agli attuali contratti a tempo indeterminato. Tempi.it ha chiesto un commento a Michele Tiraboschi, direttore del centro studi internazionale Marco Biagi, docente di diritto del lavoro all’università di Modena e Reggio Emilia e consulente dell’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi.

Quali sono a suo avviso i punti di forza e quelli di debolezza del contratto unico?
Il contratto unico è una invenzione “giornalistico-accademica” che è tanto suggestiva sul piano della comunicazione quanto irrealistica se applicata al mondo reale del lavoro. Immaginare di ricondurre la ricchezza e multiforme realtà dei moderni modi di lavorare è una utopia che non è stata avanzata neppure in epoca fondista e cioè di modelli organizzativi del lavoro standardizzati. Questa invenzione si basa su una vera e propria mistificazione. Dire che si tratta di un contratto stabile ma ammettere poi la possibilità di licenziare il lavoratore è una contraddizione in termini. Di questo il nostro mercato del lavoro non ne ha proprio bisogno, tanto più ora che abbiamo riformato il contratto di apprendistato che risponde in modo reale alle esigenze che sollevano i fautori del contratto unico.

In che cosa si differisce il Cui dal testo unico dell’apprendistato elaborato da Sacconi?
A differenza del contratto unico, l’apprendistato non consente il licenziamento durante la fase formativa, ma solo al termine di essa. Non si tratta cioè di una prova lunga di tre anni che mi pare davvero una enormità. Per valutare e selezionare una persona bastano pochi mesi. L’apprendistato è invece un percorso graduale di inserimento nel mondo del lavoro basato non sulla prova ma sulla formazione e sull’accrescimento delle competenze. È chiaro che è un contratto che alza la qualità e produttività del lavoro e, per questo, conduce alla stabilità del posto di lavoro come dimostrano tutti i dati sull’apprendistato oggi disponibili.

Però l’attuale proposta – sulla base di quella Boeri-Garibaldi – prevede delle tutele per i lavoratori che venissero licenziati. Ci sono ad esempio penali pari alla retribuzione di cinque giorni al mese, per i lavoratori licenziati senza “giusta causa”, oltre ai sei mesi di stipendio. Nessuna tutela era invece prevista nel testo unico, per queste evenienze, possibili.
La bozza Boeri-Garibaldi ipotizza una prova lunga, di tre anni. Poco più di un contratto precario, liberamente recedibile, e che pertanto impone un indennizzo in caso di mancata stabilizzazione. Con l’apprendistato invece il tempo di tre anni non passa invano perché in cambio il giovane riceve formazione e competenze.

Perché, secondo lei, negli anni del Governo Berlusconi, quando lei ha collaborato con il ministro del Welfare, non c’è stata una riforma degli ammortizzatori sociali? Avevate presentato proposte al riguardo?
In verità, dal 2008 al 2011, il Governo Berlusconi è intervenuto svariate volte sugli ammortizzatori contribuendo alla gestione di una crisi internazionale senza precedenti. Tutte le categorie di lavoratori e tutte le imprese, anche quelle non coperte dalla cassa integrazione, sono state coperte con queste riforme. Dunque qualcosa è stato fatto. Come è stato fatto un tentativo di raccordare l’ammortizzatore con percorsi formativi veri e processi di riqualificazione del personale. Siamo uno dei pochi paesi al mondo, assieme alla Germania, che, con il sistema di ammortizzatori ordinario e in deroga, ha evitato centinaia di migliaia di licenziamenti. Gran parte del lavoro è stato fatto dunque. Ora si tratta solo di mettere a regime quelle misure adottate tra il 2008 e il 2011 che rivestono natura temporanea o sono una deroga al sistema previgente.

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