Strasburgo. Bastava guardare quel pallino sulla fronte per vedere meglio dei nostri giornali

E Cherif Chekatt diventò un caso di «radicalizzazione sociale», un terrorista «legato a nulla» e casomai «populista». Ma è proprio impossibile chiamare le cose per nome? Rassegna

  • 541
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    541
    Shares

L'attentatore di Strasburgo Cherif Chekatt, foto segnaletica

Ieri abbiamo appreso da Repubblica che Chérif Chekatt, il killer dell’attentato di Strasburgo, ucciso giovedì sera delle forze speciali nel quartiere di Neudorf, sempre a Strasburgo, dove era nato e cresciuto, «era un “soldato” dello Stato islamico». Per la precisione, ecco cosa scrive il sito del quotidiano romano:

«Poco dopo che si era diffusa la notizia della morte dell’assalitore, l’agenzia di propaganda dello stato islamico Amaq ha rivendicato l’attentato ai mercatini di Natale a Strasburgo, sostenendo che Cherif Chekatt era un “soldato” dello Stato islamico che “ha portato avanti l’operazione per vendicare i civili uccisi dalla coalizione internazionale”».

«CRIMINALI LEGATI A NULLA»

Ora, spiace dover correre il rischio di ripetersi, ma in questo caso occorre farlo, perché pare che con il passare delle ore le cose non siano migliorate molto, rispetto alla difficoltà di chiamare per nome questo atto di terrorismo islamico. Di questa afasia Tempi ha scritto già il giorno dopo l’attentato, eppure ancora ieri, proprio su Repubblica, appariva un commento di Roberto Saviano in cui si leggeva quanto segue:

«Leggo le informazioni sull’attentatore di Strasburgo, Chérif Chekkat: nato a Strasburgo (non ha quindi esitato a provocare dolore nella sua città natale) nel 1989. Ventisette condanne per reati comuni commessi in Francia, Svizzera e Germania, dove è stato detenuto. Il giorno dell’attentato si è reso latitante: doveva essere arrestato per estorsione, ma quando la polizia è arrivata a casa sua, non l’ha trovato. Dicono si fosse “radicalizzato”, eppure nessuna traccia nel suo appartamento di legami con l’Isis; quindi ecco che le definizioni che di lui vengono date, oltre ad “assassino”: cane sciolto, avanzo di galera per nulla disposto a farsi saltare in aria. Chérif Chekkat è il rappresentante di questa nuova categoria di attentatori di cui abbiamo già fatto tragica esperienza. Criminali disposti a tutto perché legati a nulla».

COLPA DEL POPULISMO

Quale sia la tesi di Saviano è difficile capire. Lo scrittore parte dall’osservazione che «anche in Italia e in Europa i bambini e gli adolescenti, europei e stranieri, non sono al riparo da sfruttamento e afflizione, nonostante vivano in Stati democratici». Dopo di che declina il concetto parlando dell’abbandono scolastico. E il terrorismo islamico che c’entra? Non si capisce. Anche perché Saviano sembra suggerire l’idea che se proprio bisogna parlare di una matrice del terrorismo, questa matrice non è religiosa, bensì populista.

«Se diamo uno sguardo ai dati allarmanti sulla dispersione scolastica in Europa, ci rendiamo conto di come i bambini e i ragazzi che non stanno frequentando le scuole oggi saranno i soggetti più deboli, vittime domani di nuovi populismi, persino peggiori di quelli che stiamo sperimentando adesso. (…) Di fronte al dolore che tutto questo sta provocando dobbiamo chiederci in quale direzione stiamo andando. Se l’azione politica è tesa a trovare soluzioni o se, invece, utilizza tutto ciò che è destabilizzante come rampa di lancio per costruire, sulla paura, nuovi confini che creeranno nuovi ghetti, nuove marginalizzazioni e, quindi, nuovo terrore».

COSE DI POCO CONTO

Marco Imarisio nella sua cronaca da Strasburgo per il Corriere della Sera non si spinge fino a teorizzare l’esistenza di un terrorismo «legato a nulla» o al massimo legato al «populismo», come fa Saviano, però non rinuncia a confondere le acque assimilando la vicenda di Chekatt a quella di «altri delinquenti comuni divenuti terroristi, e poco importa se sia fanatismo religioso in purezza oppure un impulso nichilista cresciuto in carcere o sul web». Poco importa?

UN FATTORE «EVANESCENTE»

Non è da meno sulla Stampa di Torino l’analisi di Carlo Mastelloni, secondo il quale il fatto che il terrorista di Strasburgo abbia giustificato la strage come una «vendetta per i fratelli massacrati in Siria» sarebbe fuorviante:

«Il pericolo in questo stadio per l’Europa – e quindi anche per il nostro Paese – non proviene dai “combattenti di ritorno” ma da chi non è sceso in campo, non è andato a prendere il suo posto di combattimento, e che vive oggi, gonfio di rabbia, un sentimento di impotenza e di frustrazione. E non è perciò un caso che Chérif Chekatt vanti una carriera criminale maturata all’interno del suo perimetro, per così dire, domestico. E il fatto che senta come lutti familiari quelli causati dagli infedeli nel conflitto religioso, e proprio in quelle terre lontane, accentua i caratteri di frustrazione che accompagnano il ritratto di questa ennesima nuova figura di emarginato sociale: il terrorista islamico mancato combattente. A ben riflettere l’aspetto religioso sembra evanescente; semmai è corretto inquadrare l’episodio in un fenomeno di radicalizzazione sociale che trova solo una copertura “ideologica” nell’adesione all’islam estremista».

LA FABBRICA DEI JIHADISTI

Ma è totalmente irragionevole cercare di convincersi che in questo attentato non c’entri la religione, o che sia al massimo una «copertura ideologica» appiccicata come una pecetta sopra a un fenomeno di «radicalizzazione sociale» (!). Per capire perché, basta il seguente passaggio di un altro articolo apparso ieri sulla Stampa, tra l’altro nella stessa pagina in cui era pubblicato Mastelloni. Si parla della zona a pochi minuti da Neudorf in cui pare che Chekatt coltivasse più di un’amicizia:

«Siamo nel quartiere di Meinau, estrema banlieue di Strasburgo a mezz’ora di tram dal Mercatino di Natale. Da qui, una casa popolare dopo l’altra senza l’ombra di un addobbo festoso, sono partiti in molti per la jihad in Siria, i fratelli algerini Yacine e Mourad Boudjella, il senegalese Banoumou Kadiakhé, Fouad Aggad del commando del Bataclan. “I giovani sono a rischio radicalizzazione e noi teniamo i nostri ragazzi lontani dagli arabi” spiega un responsabile della grande moschea turca che in un paio d’anni traslocherà nel cantiere da cui sta sorgendo il nuovo mausoleo Eyyub Sultan. Meinau, come la parte più marginale di Neudorf, è una delle spine che corona il capoluogo alsaziano, 280 mila abitanti di cui la maggioranza ammassati nei ghetti dormitorio a ridosso del centro, la capitale europea. È tra questi casermoni, dove secondo la municipalità vive il 10% degli estremisti con la fiche “S”, che le forze dell’ordine hanno cercato l’assassino».

MA QUALE «PASSATO TURBOLENTO»

Del resto, a smentire i dubbi dei giornali mica serviva per forza la rivendicazione dell’Isis. Bastava guardarlo, Chekatt, per capire che non era un “radicalizzato” generico, ma un radicalizzato “islamico”. Almeno questa è la tesi di Toni Capuozzo, un cronista che vanta una certa esperienza in tema di islam “radicalizzato”.

Giovedì Capuozzo ha chiosato su Twitter un pezzo del Corriere della Sera in cui si faceva riferimento al «segno sulla fronte» dell’attentatore (una macchia evidente nella foto segnaletica circolata dopo la strage) come a una prova del suo «passato turbolento». Ma non di passato si trattava, bensì del «presente, islamico e pio di un fondamentalista», ha fatto notare Capuozzo. Infatti quel segno sulla fronte si chiama zebiba, ed è una specie di “callo da preghiera” esibito con orgoglio dai musulmani particolarmente devoti, diciamo così.

Spiega per esempio il Giornale:

«Si chiama zebiba ed è la traccia lasciata dal battere furioso della fronte sul tappeto di preghiera da parte dei ferventi musulmani. La legge islamica infatti prescrive cinque momenti in cui bisogna eseguire il salat (all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, al tramonto e di notte), per non essere in stato di peccato. E ogni salat è costituito da una serie di movimenti rituali (i rakat) tra i quali figura il sujud, che consiste nello stare inginocchiati con le mani a terra e battendo più volte la testa sul tappeto».

C’ENTRA LA RELIGIONE

Quanto all’estrazione sociale e alla presunta emarginazione di Chekatt, come di altri «radicalizzati» che hanno colpito in Europa, vale la pena di rileggere questa intervista di Tempi a Olivier Galland, rigoroso studioso francese che si è preso del razzista e islamofobo insieme alla collega Anne Muxel per aver mostrato con dati molto solidi quello che è sotto gli occhi di tutti (tutti quelli che vogliono vedere). Dice Galland:

«Non c’è alcuna correlazione statistica tra adesione a idee radicali in materia religiosa e status socio-economico della famiglia o risultati scolastici o prospettive di inserimento nel mondo del lavoro. Voglio sottolineare che non sto parlando del passaggio all’atto terroristico, processo nel quale rientrano molti altri fattori, ma solo di adesione a idee radicali. Il fenomeno della radicalità religiosa legata all’islam è culturale-ideologico, non socio-economico».

Foto Ansa

  • 541
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    541
    Shares