L’attentato di Strasburgo e la solita difficoltà a parlare di «terrorismo islamico»

Il presunto attentatore è Chérif Chekatt che viene definito un «radicalizzato», ma radicalizzato a cosa?

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Il post tratto dal profilo Twitter di Rita Katz, in cui la fondatrice di Site, il sito di monitoraggio delle attività dell’Isis, prospetta un’imminente rivendicazione dell’attacco di Strasburgo da parte del sidicente stato islamico, pubblicando un’immagine del presunto attentatore, Cherif C. 12 dicembre 2018.

Gentile direttore, mentre è ancora in corso la caccia all’uomo che a Strasburgo ha ucciso tre persone e ferite altre 12, mi ha colpito il modo con cui alcuni media italiani hanno dato la notizia. Mi riferisco, in particolare, a come è stato raccontato l’accaduto in un servizio che ho ascoltato a Radio 24 e dalla cronaca del sito internet di Repubblica.
L’uomo ricercato è Chérif Chekatt, 29 anni, già segnalato con il “fichè S”. Già l’altro giorno le forze dell’ordine si erano recate a casa sua per arrestarlo, pare perché coinvolto in casi di estorsione. Sia nella cronaca di Repubblica sia nel servizio radiofonico, Chekatt è stato definito un «radicalizzato». Ma radicalizzato a cosa? Che significa?
Se comprendo la cautela di parlare di un uomo che, al momento, è solo ricercato e sospettato di aver compiuto l’attentato, tuttavia non capisco perché si abbia timore ad aggiungere l’aggettivo «islamico». È evidentemente questa la matrice ideologica che lo ha spinto a compiere quel gesto. Gli indizi portano tutti lì: le modalità con cui è stato compito l’attentato, il fatto che fosse schedato come “fichè S”, il fatto che fosse noto all’intelligence come una persona che dell’ideologia islamista è imbevuto.
Allora, perché questa cautela? Ogni qual volta accadono fatti di questo tipo in Europa, in molti media scatta questa “cautela”. Ma definire questi terroristi “islamici” o, volendo segnalare la loro ideologia, “islamisti”, non significa proporre l’equazione “musulmani uguale terroristi”, significa semplicemente prendere atto che esiste una frangia di musulmani che compie attentati in nome del jihad. Non ammetterlo per pruriti politicamente corretti significa solo negare la realtà.
Ricordo al riguardo di aver letto su Tempi due interventi che mi paiono illuminanti. Quello del filosofo francese Rémi Brague, che disse:

«La paura di nominare il nemico è antica. Chi, prima della caduta del muro, osava nominare il marxismo-leninismo o l’Unione Sovietica? Si preferiva parlare vagamente di “ideologie”. E gli uomini di Chiesa non sono stati da meno nell’applicare questa strategia evasiva. Il plurale è un escamotage conveniente. Utilizzato ancora oggi, come quando si parla di “religioni”. Allo stesso modo si preferisce usare l’acronimo Daesh, che include solo i termini arabi, piuttosto che usare il termine “Stato islamico”, in modo da evitare di nominare l’islam».

E quello dell’imam Hocine Drouiche che sosteneva la necessità, innanzitutto per i musulmani di buona volontà, di prendere atto del problema

«Parlo di terrorismo islamico perché è la verità e perché sono un imam. Insegno religione e ho una grande responsabilità educativa: non posso nascondere come stanno davvero le cose. Anche perché tradirei la mia storia. […] Questo islam non deve conquistare l’Europa, dove una religione che mortifica la libertà giustamente è inconcepibile. Perché la religione esalta la libertà dell’uomo e conferisce dignità a tutti. Non può essere il contrario. […]  In Francia gli imam amano ripetere che l’islam non c’entra niente. Ma non è vero. Queste cose bisogna dirle per costruire la pace e io sono lieto di prendermi qualche rischio per farlo».

Paco Minelli via email

Foto Ansa

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